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Nicola Madia - il giardino di Lizhi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 09:21

 

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IL GIARDINO DI LIZHI

di Nicola Madia
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 giugno 2011





Lizhi anche quella mattina era nel suo giardino, persa nelle sue visioni dello Yin e dello Yang.
Era apparentemente una mattina come tutte le altre. Lizhi spostava le pietre sotto la piccola cascata per modificarne il suono, come un violinista che prima di un concerto, accorda il suo violino. Poi all’improvviso sentì sulla spalla una mano forte, che le fece sobbalzare.
“Buongiorno Lizhi!” disse l’uomo fisandola negli occhi.
Quella voce mielosa, vicina al suo orecchio, a lei sembrò un tuono, il rombo di un fulmine che si abbatteva sulla sua anima stanca; ed iniziò a piangere.
Allora lui la guardò negli occhi e mentre la sua voce si trasformava, mutava in musica, le disse “Non piangere. Non piangere. Anzi dimmi perché quel sasso lo hai messo lì sopra?”.
Questa domanda la fece sussultare, anche se aveva già pronta la risposta. “Semplice. L’ho messa lì perché lì sta meglio.”
Sorrise lui, come sorrideva sempre quando qualcuno diceva una cosa scontata, e disse semplicemente “Capito.”.

Lizhi continuò nel suo lavoro, con il peso di una pausa, di un silenzio tra di loro, che più si prolungava e più in lei saliva la rabbia, l’angoscia, il risentimento verso quell’uomo che le aveva spezzato il cuore.
Era stato l’unico uomo che l’aveva fatta sentire al centro dell’universo, le aveva fatto scalare vette che prima non avrebbe nemmeno immaginato. Insomma si era sentita veramente amata ed ora, ora non capiva più niente.
Lizhi non capiva come mai, perché, cosa era accaduto che lui l’avesse tradita.
Il suo giardino in quel momento aveva perso il suo valore. Tutto ora le sembrava privo di tono, inutile, e smise di ordinare, e si concentrava ora solo nello spulciare tra le foglie alla ricerca di foglie secche da togliere.
Di solito quest’attività di ricerca tra le foglie la rilassava tantissimo, invece ora nulla riusciva a portarla via da quel luogo mentale in cui si trovava, sospinta lì da quella presenza intorno a lei che la bloccava. Il suo giardino ora non le era per niente d’aiuto.

Fu ancora la voce di quell’uomo, ora bassa bassa, quasi per non svegliare Lizhi dal suo apparente torpore: “Come stai?” le chiese improvvisamente.
Per questa domanda, sfortunatamente, non aveva una risposta. Questa domanda le si arrotolò alla gola e la stringeva, le mancava l’aria. L’unica cosa che le venne da dire fu un “Come sto?”.
Questa volta però fu lui a sollevarla a strappare dalla sua gola quella domanda che la stava strozzando: “Lizhi, tranquilla, io so come stai, perché ti farà anche rabbia questo, ma io so come stai, perché so come sto io.”

Queste parole le rimbombavano dentro, mentre il cielo del mattino incominciava ad essere offuscato da nuvoloni pesanti, che non presagivano che pioggia.
Come poteva dire questo? Come poteva continuare a prenderla in giro, perché così lei si sentiva: presa in giro.
Lizhi fece un buon respiro, prese energia e con la voce rotta dalle lacrime ribatte: “Ma cosa ne sai Tu? Come puoi sapere come sto io? Ti prego, non prendermi in giro!”
Fece silenzio profondo lui e, continuando a guardarla negli occhi con rispetto, le disse semplicemente:
“Lizhi quella pietra prova a metterla dove piace a te, vedrai starà benissimo.”.

All’improvviso il cielo sembro spaccarsi in due, come un uovo sbattuto contro uno spigolo, ed iniziò a piovere.

Lizhi e l’uomo corsero via dal giardino per trovare riparo ed ora nel giardino solo la pioggia regnava sovrana assoluta e le piante, le pietre brillavano forte, come stelle in un cielo d’estate sul mare.




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:55 )
 

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