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Giusi Bava -. il giardino PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 09:15

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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IL GIARDINO

di Giusi Bava
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 giugno 2011





Il cancelletto cigolava di uno stridulo rumore fastidioso.
Ad ogni “skriiiiiiiikkkkkkkkk” la gente si voltava e un frullio di ali prendeva il volo emettendo il suo cinguettio.
Ogni pausa pranzo mi recavo in quel giardino, era il mio modo di evadere dall’inquinamento cittadino e dall’inquinamento psicologico che la mia mente doveva sopportare ogni giorno. Ero stufa della mia solita vita, solita routine, solita gente e soliti discorsi.
Quel giardino per me era la mia isola dove potevo camminare, respirare e sognare un amore nuovo: eh si ancora mi bruciavano le parole che Matteo mi aveva detto, non riuscendo neanche a guardarmi negli occhi: “Sai, sono stati tre anni meravigliosi tra me e te. Credo che nessun’altra donna riuscirà mai a completarmi come mi sono sentito con te, ma ora ho bisogno di una pausa, il mio ruolo lo sento stretto”. Così è finita la mia storia, di illusioni, di promesse e di sogni.
In quel giardino fantasticando ho girato il mondo e incontrato personaggi unici e fantasiosi; condiviso pensieri e mai come in quei minuti mi sentivo accolta, ascoltata e apprezzata.
Erano ormai un paio di settimane che, seduta sulla mia panchina, sembrava avesse preso ormai la forma del mio corpo, vedevo passare Olga, una vecchietta minuta dallo sguardo perso, indossava sempre un cappellino di paglia nonostante il sole caldo avesse già lasciato quel giardino per scaldare altri cuori lontani; anche la stradina non emetteva più il solito rumore di pietre calpestate ma era stato sostituito dal chiacchierio di foglie secche, che non per loro volere avevano dovuto abbandonare la loro posizione dominante: erano tutti segni che ormai l’armonia di quella stagione era passata, eppure Olga sembrava non esserne ancora accorta.
Arrivava, me ne accorgevo non dal solito skriiiiiiiiiiikkkk del cancello, era talmente magra che per entrare non doveva nemmeno spingerlo, ma perché sembrava che tutti gli uccelli che popolavano il giardino, rispondessero ad un richiamo muto emettendo d’improvviso il loro saluto. Fino a quel momento il giardino sembrava assorto in un silenzio innaturale e d’improvviso si risvegliava come a dire: ”Guarda che ci sono anche io”!
Passava testa china, una borsa di vecchia fattura, ormai fuori moda, stretta in grembo come se racchiudesse cose preziose o segreti profondi, me la immaginavo al mattino presto con i suoi bigodini colorati e la sua veletta in testa, non so perché questa immagine, forse mi riportava ai ricordi di mia madre quando entrando in cucina la vedevo nascosta dal fumo delle sue sigarette con forcine che uscivano da bigodini disordinati, il risultato era come quello di Olga, capelli scompigliati che lasciavano intravedere i vuoti che l’età aveva ormai creato. Olga non parlava mai, superava la mia panchina, incrociava il mio sguardo sorridente alzava lo sguardo ma come se avesse visto il vuoto, continuava il suo percorso.
L’inverno aveva ormai lasciato il posto alla primavera, il giardino si stava vestendo dei suoi colori più belli, sembrava che la vita avesse ripreso il suo corso, anche il giardino non era più vuoto, io non avevo mai abbandonato il mio rifugio nonostante i grigiori e le piogge, non avrei mai potuto abbandonare il mio appuntamento quotidiano con il mio giardino, e anche la camminata di Olga mi aveva sempre fatto compagnia. 
Un giorno, lo ricordo ancora benissimo, assorta nella lettura del mio libro, “Come imparare ad amare”, mi accorgo da un profumo diverso, della presenza di Olga al mio fianco, per l’occasione aveva abbandonato il suo cappellino di paglia e l’aveva interposto tra me e lei; lo trattava con cura, sembrava lo accarezzasse, osservavo i suoi gesti e notavo con quanto amore se ne prendeva cura. Alzo lo sguardo e i suoi occhi verdi in contrasto con il grigiore intorno, mi illuminano quel momento. Mi sorride, ricambio il sorriso con molta sorpresa, i nostri occhi si incrociano e si parlano, passa un’eternità, un secolo o forse solo pochi secondi…. senza tanto imbarazzo si sfila la borsa, se la posiziona sul grembo, mi guarda, apre la borsa, mi riguarda, riguarda la borsa e con la stessa cura che aveva avuto per il cappellino, tira fuori una foto, una bianco-nero. La foto ritraeva una coppia di giovani ragazzi, che si guardavano sorridendo, nonostante il colore non colore, si intravedeva che dai loro sguardi usciva un arcobaleno di emozioni, prendo la foto in mano, sotto il suo invito, la osservo e subito la mia fantasia mi ha riporta alla data stampata sulla carta 10-1961, io non ero ancora nata, mi rivolgo a Olga, chiedendo se fosse lei la ragazza della foto, mi fa segno di girarla e sul retro leggo una dedica: “alla mia Olga, l’amore che ci ha unito non potrà mai essere contagiato. Tuo Luigi” da qui ho appreso il suo nome della mia silenziosa amica.
Mi sorride, mi prende la foto e mentre la ripone nella sua borsa, intravedo un sacchettino pieno di mais….
Vedo i suoi occhi verdi velati, una lacrima repressa continua a non voler uscire… ma con semplicità mi sorride, riprende il cappellino e come con un inchino si congeda da me!!
Sono molto contenta di questo approccio, ma l’orologio mi riporta subito alla mia vita reale, alla mia corsa verso il lavoro ma con una marcia in più: domani di sicuro incontrerò ancora la mia amica Olga.
Sono passati giorni e giorni, io sempre in attesa, sempre lo stesso giardino, la stessa panchina ma Olga sembrava svanita come il suo profumo.

Quel giorno, skriiiiiiiiik, apro il cancelletto del “mio giardino”, faccio il solito tratto di strada, cerco dopo la curva la “mia panchina” e… la vedo occupata…… il posto del mio libro era occupato da quel cappellino di paglia. Mi guardo intorno, cerco Olga ma di lei non c’è traccia. Aspetto….
Ancora oggi aspetto quella figura e ancora oggi mi accompagna il suo ricordo.
Nessuna figura minuta arriva, il mio tempo ormai è scaduto, ma perché non arriva…. Ma dove è Finita? E gli uccelli? Come faranno oggi? Chi saluteranno? Ed io? Come potrà incontrare quello sguardo vuoto? E i bigodini? Mia zia? E il cappellino? Lo prendo? Lo lascio? Non è che si deve ripetere: “Mi sento stretto”.




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:55 )
 

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