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Flavio Massazza - invito a cena PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 09:01

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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INVITO A CENA

di  Flavio Massazza
Cascina Macondo- Scritturalia, domenica 12 Giugno  2011


 
 
 
Marco stava guidando nello scarso traffico di una domenica mattina nel centro della città quando sentì lo squillo del cellulare.
Il portaoggetti dell’auto era pieno di auricolari da collegare al telefono, alcuni con il cavo altri senza, ma non trovava mai quello con la presa giusta anche perché ogni telefono ha la sua presa e lui cambiava spesso il modello non tanto per moda, quanto per il fatto che la donna che gli faceva le pulizie era solita mettere in lavatrice giubbotti e camice senza controllare cosa c’era nelle tasche.
Si guardò in giro, non c’erano vigili urbani nei paraggi così estrasse il telefono tenendo il volante con la sinistra.
“Ciao Marco” riconobbe la voce di Giorgio.
“Vuoi venire a cena da me questa sera?” continuò l’amico.
“Potrebbe essere un’idea, siamo in tanti?” domandò.
La domanda era interessata, non aveva nessuna voglia di cenare da solo con lui, l’amico era stato appena lasciato dalla moglie e non desiderava certo cenare con lui da solo passando il tempo ad ascoltare le sue recriminazioni.
Stava già andando a pranzo da sua madre che lo avrebbe asfissiato con la lista dei suoi malanni, ed almeno a cena desiderava una situazione più divertente.
Giorgio citò alcuni amici noiosi, ma quando pronunciò il nome di Cristina l’attenzione di Marco si ridestò.
Aveva da poco conosciuto quella ragazza ed era un’ottima occasione per incontrarla.
“Va bene” disse “ci sarò”
In quel momento spinto dall’entusiasmo di incontrare la ragazza disse tre parole che non avrebbe mai dovuto pronunciare.
“Devo portare qualcosa?”
“Ma.. si, porta una Torta” disse l’amico dopo un attimo di esitazione.
Dopo un pranzo assolutamente vegetariano e la lista dei malanni di sua madre Marco si alzò da tavola.
“Ciao Mamma, ci vediamo… Ah mi sai indicare una pasticceria nei dintorni? Devo comprare una torta.”
Sua madre incominciò ad elencare una serie infinita di pasticcerie declamandone caratteristiche, pregi, difetti e descrivendogli tutte le vicende famigliari più intime dei proprietari e dei commessi.
Dopo circa mezzora, riuscì finalmente a liberarsi e riprese l’auto.
Dopo la terza pasticceria chiusa si rese conto che, forse, trovare una pasticceria aperta alle tre del pomeriggio di domenica era molto difficile.
Avrebbe potuto portare una pizza o andare a comprare qualcosa in un supermercato aperto anche di domenica, ma non aveva niente da fare per tutto il pomeriggio e l’idea di una soluzione originale gli si insinuò nella mente.
Si.. avrebbe fatto una torta. Avrebbe portato una torta fatta con le sue mani, la cosa avrebbe sicuramente impressionato Cristina.
Si ricordava l’interesse della ragazza per i dolci e le sue battute sull’incapacità degli uomini di fare qualcosa di diverso, di originale.
Mario non aveva mai fatto una torta in vita sua, ma cosa ci voleva per fare una torta?
Appena rientrato a casa accese il computer e digitò su google la parola TORTA.
Ne uscì una lista infinita di siti compresi quelli di tutti coloro che avevano quel cognome. Doveva essere più selettivo.
Si, proviamo con Torta alle Nocciole, si ricordava di avere mangiato una torta alle nocciole.
Immediatamente uscirono un centinaio di siti. Individuò quello con la ricetta che gli sembrava più chiara, stampò le istruzioni e la lista degli ingredienti, poi si precipitò al supermercato.
Scoprì che c’erano infiniti tipi di farina, di lievito, di nocciole e degli altri misteriosi ingredienti che comparivano nella lista.
Ma, fortunatamente, nel supermercato incontrò una anziana signora che, quando gli confidò le sue intenzioni, lo aiutò nella scelta.
Quando la ringraziò dell’aiuto la signora gli disse “buona fortuna” accompagnando le parole con uno sguardo compassionevole.
Il supermercato era pieno di torte alla nocciola già pronte, ma quando un vero uomo ha un obiettivo deve portalo avanti, pensò con grande entusiasmo.
Arrivato a casa indossò il grembiule che un amico gli aveva regalato, mise tutti gli ingredienti sul tavolo ben in ordine, appiccicò sulle piastrelle le istruzioni ed incominciò il lavoro.
Il primo impasto gli sembrò troppo molle, nonostante le dosi fossero quelle prescritte, allora aggiunse farina, ma a quel punto gli sembrò troppo duro ed allora aggiunse acqua.
Andò avanti così fino a quando le dimensioni dell’impasto erano più che raddoppiate, e dovette ricalcolare le quantità di tutti gli altri ingredienti.
Mentre, ormai usando le mani, lavorava per l’ennesima volta l’impasto suonò il cellulare.
Per un attimo Mario sperò che fosse l’amico che gli comunicava che era meglio un salamino al posto della torta.
Invece era sua madre.
“Hai trovato la pasticceria?”
“No, mamma, sto facendola io la torta,” si pentì immediatamente delle sue parole.
All’altro capo del filo ci fu un attimo di silenzio, poi la donna incominciò a elencare una serie di istruzioni mentre la massa appiccicosa incollava le sue dita ai tasti del telefonino.
“E non dimenticare di mettere un pizzico di sale nell’impasto,” concluse sua madre.
Mario si precipitò in cucina e prese il sale.
Ma gli venne un terribile dubbio cosa voleva dire un pizzico?
Si precipitò al computer, riempì la tastiera ed il mouse di grumi di pasta e digitò su google -pizzico di sale-.
Dopo lunghe ricerche rinunciò e prelevò un po’ di sale tra l’indice ed il pollice con il terrore di sbagliare.
Poi sprecò una serie di uova perché cercando di romperle il guscio si era sbriciolato nell’impasto.
Infine usando il colapasta riuscì a separare i tuorli dai gusci.
Ora bisognava macinare le nocciole.
La signora del supermercato gli aveva consigliato di comprare le nocciole intere perché in quelle macinate, “chissà cosa c’è dentro”.
Mario aveva il frullino, ma le lame erano chissa dove, optò per il coltello e fece un triturato misto di nocciole e di sangue delle sue dita.
Finalmente l’impasto era pronto, doveva solo lievitare. Caricò la sveglia dopo aver controllato il tempo sul foglio delle istruzioni che a furia di essere toccato con le dita imbrattate era ormai ridotto ad un ammasso umido e sporco.
In bagno Mario si guardò allo specchio: il sudore si era impastato con la farina che era finita sulla sua faccia creando una maschera bianca con qualche striatura rossa del sangue delle sue dita.
Quando, allo squillo della sveglia, tornò in cucina una massa immensa di colore marroncino chiaro era sbordata dal recipiente invadendo il piano della cucina.
Se non altro il lievito funziona si disse Mario cercando di consolarsi.
La teglia già imburrata era troppo piccola, prese la più grande che aveva e spalmò il burro con le dita, poi si imburrò anche la faccia perché quando era nervoso gli prudeva il naso.
Finalmente mise la torta nel forno.
La temperatura era scritta nelle istruzioni, bastava impostare il numero sul termometro del forno, ma il tempo era un problema: sulle istruzioni c’era solo un tempo indicativo.
Mario si rannicchiò davanti al forno chiedendosi perché mai fosse così in basso.
Passò mezzora a guardare la torta dal vetro mentre le gambe gli dolevano sempre più per la posizione.
Non osava smettere di guardare quella cosa che con sua soddisfazione vedeva crescere a vista d’occhio.
Osservava il colore e lo vedeva scurire. Ma sarà cotta, si chiedeva continuamente, e se brucia?
Poi improvvisamente un ricordo d’infanzia gli ritornò alla mente: lo stecchino.
Aveva visto sua nonna immergere uno stuzzicadenti nella torta: se esce umido non e ancora cotta.
Si alzò barcollando sulle gambe anchilosate alla ricerca dello stuzzicadenti.
Dopo aver rivoltato tutti i cassetti senza trovare stuzzicadenti, decise di prendere dei fiammiferi di legno e di fargli la punta con il coltello.
Naturalmente il fiammifero che non si accende mai quando è strofinato si accese invece colpito dal coltello e la punta incandescente schizzo via depositandosi sulle sue dita lasciando una macchia marrone.
Il colore della torta gli sembrava già troppo scuro, doveva intervenire con rapidità.
Aprì il forno di colpo ed una ondata di aria incandescente lo colpi in pieno viso accecandolo mentre un leggero odore di pelo bruciato si spargeva nella stanza.
Mario era un uomo coraggioso e resistette mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime.
La prova dello stecchino fu positiva e finalmente la sua opera fu estratta dal forno.
Vide con apprensione che il centro della torta appena estratta scendeva a vista d’occhio e per un attimo immaginò una cosa informe, vuota nel mezzo come una scodella, ma con suo grande sollievo lo sgonfiamento si fermò lasciando la superficie senza incavi.
Ora non restava che estrarla dalla forma.
Mario scalzò i contorni, e diede dei colpetti sul dorso del recipiente, sembrava tutto a posto. Poi con coraggio e decisione rivoltò la teglia.
Metà torta si depositò sul grande piatto che aveva predisposto, mentre l’altra metà restò attaccata alla teglia,
Ormai il viso di Mario era un impasto di lacrime, farina e pelle bruciacchiata.
Non si perse d’animo e con lentezza scottandosi di nuovo i polpastrelli,  staccò la parte attaccata alla teglia e ricostruì la torta sul piatto.
Con ansia assaggio qualche briciola e con grande stupore si rese conto che era buona, aveva fatto una torta buona e con la ricostruzione l’estetica non era neanche male.
Le nocciole intere che aveva messo sulla superficie creavano un bel disegno. Mario era felice. Ora bisognava metterla a raffreddare.
Ricordò che in un cartone animato visto nella sua infanzia, nonna papera metteva la torta a raffreddare sul davanzale della finestra; quello era certamente il posto giusto, l’aria fresca avrebbe completato l’opera.
Mario tornò in bagno e finalmente si fece una doccia. Il viso era pieno di chiazze rosse, le sopracciglia erano completamente bruciate, la mani erano un ammasso di tagli ed ustioni, ma era felice.
Avrebbe presentato il suo capolavoro agli amici e soprattutto a Cristina che sicuramente si sarebbe innamorata perdutamente di un uomo capace di fare una torta di nocciole così bella.

Nei presi della casa di Giorgio viveva una piccola famiglia di passerotti. Mamma, papà e due figlioletti.
Erano molto piccoli, ma con un becco molto grande: una famiglia allegra con le piume marroncine. Gli uccellini volavano sempre qua e la con i loro guizzi leggeri.
Una torta di nocciole appena cotta, ancora tiepida, con un sottile aroma, messa su di una finestra, era una tentazione troppo forte.
Mario si era vestito con il pool over che gli piaceva ed aveva trovato una scatola di cartone della dimensione giusta per la torta.
Quando si avvicinò alla finestra sentì un cinguettio che gli parve piacevole, faceva allegria, poi sentì un fruscio di ali, lui amava gli uccellini, molte volte aveva messo briciole di pane sul davanzale, proprio per loro.
Ma quando vide la torta un odio profondo salì in lui, se avesse avuto il fucile, che non aveva, avrebbe fatto una strage.
La torta c’era ancora, ma gran parte delle nocciole intere era sparita e una serie di piccoli crateri occupava tutta la superficie.
Mario ebbe un attimo di disperazione, ma non si arrese.
Usando un coltello a punta cercò di trasformare le sbrecciature in disegni decorativi e con grande coraggio inserì la torta nella scatola.
In fondo in una torta fatta in casa è il gusto che conta, non l’aspetto, si disse per consolarsi.

Quando Mario vide Cristina che osservava la torta sul tavolo della sala da pranzo di Giorgio, disse con orgoglio:
“Ecco, questa l’ho fatta io con le mie mani. Non è molto bella a vedersi, ma ti garantisco che è molto buona, te ne taglio una fetta.”
La ragazza osservò le sue mani, poi il suo viso.
“Grazie, disse, ma purtroppo io sono allergica alle nocciole. Se ne mangio anche solo una briciola mi vengono delle chiazze rosse in faccia, proprio come quelle che hai tu, ma anche tu sei allergico alle nocciole?” 





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:56 )
 

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