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Pietro Tartamella - Giulietta dei silenzi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 02 Giugno 2011 18:12

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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GIULIETTA DEI SILENZI

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 maggio 2010





Giulietta stringeva sul petto la bambola che mamma le aveva regalato per il suo quinto compleanno. Anche la bambola aveva treccine bionde, come le sue.
Sedeva sul letto con un cuscino dietro la schiena, le gambe incrociate.
Le lacrime cadevano sui capelli di stoppa della bambola formando piccoli cerchi scuri. Ogni tanto Giulietta guardava il viso bianco di porcellana della bambola, le guardava gli occhi di vetro nero, quasi a cercare consolazione. Poi la stringeva sul petto. Il vestito lungo della bambola si adagiava morbido sulle sue ginocchia.

Mamma era via da alcuni mesi. Sarebbe tornata a Natale.
Era solo ottobre. Poteva sopravvivere a quel dolore, a quel senso di abbandono?
La bambina aveva cominciato anche a rifiutare il cibo. La governante non sapeva più cosa fare. Aveva avvisato la madre, certo, ma non sapeva più cosa fare. Nemmeno le storie la consolavano più, nemmeno le filastrocche, nemmeno le canzoni, nemmeno il solletico ai fianchi. Non la consolava più nemmeno la storia del castagno di Sant’Alfio. La governante, prima, doveva raccontargliela ogni sera. Giulietta l’ascoltava incantata mentre immaginava la principessa che, durante un viaggio, sorpresa da una tempesta, aveva trovato rifugio, lei, i cento cavalli e i cento cavalieri del suo seguito, sotto le fronde del castagno millenario di Sant’Alfio, sulle pendici dell’Etna.

Giulietta stava sempre con la sua bambola.
La sera la metteva a dormire con lei. Tremolante la stringeva forte, nel buio, con l’orecchio teso ai fantasmi che le foglie del gelso partorivano nel giardino sfiorando la finestra.

Ogni tanto Giulietta accarezzava Codina, la cagnetta che la seguiva sempre nel viale. Si fermavano sugli scalini della grande fontana che il padre aveva fatto erigere con tanti zampilli che sembravano acque d’artificio. Codina, le zampe sul vestito, le faceva le feste. Sembrava capire la sua solitudine e il suo dolore. Giulietta le accarezzava il capo.

Il conte, suo padre, era sempre a Palermo o a Roma a trafficare con avvocati e giudici nei corridoi dei tribunali. Quando tornava nella sua villa, era così sera inoltrata che Giulietta e la sua bambola dormivano già.
La madre era partita per l’America a trovare certi parenti…
Nella masseria c’erano la governante, i contadini che badavano al grano, agli ulivi, ai gelsi, c’erano gli stallieri che badavano ai cavalli.

Giulietta stringeva sul petto la bambola che mamma le aveva regalato per il suo quinto compleanno. Anche la bambola aveva treccine bionde, come le sue, che quando le scioglieva sembravano un campo.
Sedeva sul letto con un cuscino dietro la schiena, le gambe incrociate.
Le lacrime cadevano sui capelli di stoppa formando piccoli cerchi scuri.

Sentì un rumore di carrozza giù nel cortile.
Sentì nitrire cavalli, passi concitati, voci di stallieri. Ma era troppo triste. Quei rumori non la incuriosirono abbastanza da farla affacciare alla finestra. Alla finestra c’erano le foglie del gelso.

La porta della stanza si aprì.
Giulietta rimase senza fiato.
Anche la bambola rimase senza fiato.
Sua madre era lì sulla soglia!
Com’era bella la sua mamma! Era proprio lei con i suoi lunghi capelli, neri come le notti d’estate. Era tornata prima del previsto. Non poteva più restare lontano dalla sua bambina.

Giulietta saltò giù dal letto. Le corse incontro gridando “Mamma”!
Era un grido di bambina. Un grido di gioia misto a lacrime e grano. Un grido che sembrava provenire dalle radici del castagno dei cento cavalli.
La contessa stringendola al seno sussurrò “Bambina mia”.
Era un sussurro di madre, un sussurro di gioia misto a lacrime e grano, un sussurro che sembrava provenire dagli oceani, dalle lingue lontane delle Americhe. Alcune lacrime caddero sui capelli biondi di Giulietta formando piccole macchie scure. Chissà da dove venivano quei capelli biondi, lei che era così bruna…

La parola “mamma” uscì dalle labbra della bambina.
La parola “bambina mia” uscì dalle labbra della madre.
L’onda sonora della parola mamma si propagò nell’aria della stanza, vi restò qualche decimo di secondo, poi scomparve.
Anche l’onda sonora della parola bambina mia si propagò nell’aria, vi restò qualche decimo di secondo, poi scomparve.
Le due onde sonore diventavano sempre più piccole, sempre più fievoli, invisibili. Nel percorrere lo spazio della stanza la loro potenza diminuiva man mano. Quando raggiungevano le pareti della stanza, i muri, il letto, il vestito della bambola, la finestra con le foglie del gelso, assorbivano parte della loro potenza, e le onde sonore di quelle parole tornavano indietro diminuite, dimezzate, e si propagavano in ogni andata e in ogni ritorno sempre più piccole, sempre più fievoli. Diventarono della dimensione di 0,0001.
Quelle dimensioni così piccole forse erano decibel, hertz, pascal, watt, neper, logaritmi, pigrechi, forse, chissà, tummuli o cerchi nel grano, agroglifi di suono.
Mamma volteggiava nell’aria, tornava indietro, sfiorava le pareti, la finestra con le foglie del gelso, vagava sempre più piccola.
Ora era diventata delle dimensioni di 0,000005.
Anche il suono bambina mia era diventato infinitamente piccolo. Le due voci, nella loro essenza di onde sonore, si toccavano nell’aria, si sfioravano, si allontanavano, volteggiavano, si guardavano. Viaggiavano parallele.
Ora erano diventate piccole 0,00000000025 forse erano decibel, hertz, pascal, watt, neper, logaritmi, forse, chissà, cerchi nel grano, agroglifi di suono.

Codina, la cagnetta, entrò in quel momento nella stanza saltellando.
Trovò le due donne abbracciate.
Codina scodinzolò vistosamente.
Il suo orecchio di animale poteva ancora udire quelle voci nell’aria mamma - bambina mia, anche se erano scomparse e diventate inudibili agli uomini. Percepiva chiaramente il loro timbro, e anche a lei pareva che provenissero dalle radici del castagno dei cento cavalli e dagli oceani e dalle lingue lontane delle Americhe.
Codina sollevò le zampe sulle vesti delle due bambine abbracciate. Abbaiò più volte in segno di festa.

Ora anche quel bau bau bau di Codina diventava piccolo piccolo. Diventò 0,0001 decibel, forse hertz, forse cerchio nel grano.
La stanza si riempì di quei suoni invisibili che diventavano sempre più piccoli.
Più il tempo passava, più diventavano infinitamente piccoli.
Ora avevano la dimensione di 0,0000000000000000000125.
I suoni si rincorrevano, si sfioravano. A mano a mano che rimpicciolivano, la stanza si faceva più grande. Aveva già le dimensioni dell’universo. Quel silenzio che per gli esseri umani è totale, per loro era siderale.
Accadde qualcosa a un certo momento.
I suoni, ormai diventati infinitamente piccoli, giunti ad una soglia, subirono un’accelerazione. Diventarono all’improvviso della dimensione di 0,000000000000000000000000000000000000000000000000000000625 forse micron, forse decibel, forse pascal. Raggiunsero una moltitudine di altri suoni che si muovevano nella stanza che ormai era infinita come mille universi. Centinaia di suoni, voci, parole, rumori, abitavano quell’aria, vivevano in quella stanza: “buona notte” – c’era una volta – castagno – papà – bambola – cucù –
Tutte le parole e i personaggi delle storie raccontate, nomi, principesse, migliaia di parole abitavano in quella stanza, piccole piccole come stelle lontane.
mamma – bambina mia  ora erano diventate
0,0000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000000015625 e continuavano a diventare sempre più piccole, sempre  più piccole.
Finché un’altra improvvisa accelerazione le catapultò in un tempo più antico e le onde sonore di quelle voci mamma-bambina mia incontrarono le voci rimaste lì da secoli, dai tempi in cui la villa era stata costruita…
Ed ecco a un tratto la voce mamma e la voce bambina mia scorsero… una donna sul letto.
Una vecchia donna i cui capelli erano stati un tempo capelli di grano. Una donna distesa sul letto, immobile, il cui respiro si faceva sempre più affannoso. Il suono di quel respiro diventò piccolo piccolo: 0,0001 - forse decibel, forse hertz.

Entrarono nella stanza alcuni bimbi sudati che dissero:
“Come stai, nonna Giulietta?”.
Le voci di quei nipotini scomparvero nella stanza.
Diventarono della dimensione di 0,0001 - forse cerchi nel grano. Cominciarono la loro corsa verso le dimensioni dell’infinitamente piccolo, e lì sarebbero rimaste le voci di quei bambini per sempre nel cielo di quella stanza.

Le foglie del gelso, mosse dalla brezza, sfioravano i vetri della finestra.
Il loro fruscio entrava nella stanza.
L’ultimo respiro di nonna Giulietta insieme al fruscio delle foglie del gelso entravano nel silenzio. Diventavano sempre più piccoli, velocemente, velocemente, sempre più piccoli, sempre più piccoli, piccoli, piccoli…
nonna, giulietta, come stai.
Raggiunsero la dimensione di 0, milioni milioni milioni milioni milioni milioni milioni di zeri… virgola… un numero infinito.
Forse decibel, forse hertz. Forse cerchi nel grano.





 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:58 )
 

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