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Giovanni Luca Colombrita - cattiva maestra televisione PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 02 Giugno 2011 18:00

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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CATTIVA MAESTRA TELEVISIONE

di Giovanni Luca Colombrita
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 maggio 2010




L’orologio continua stolido a ticchettare sulla parete. La lancetta dei secondi si affanna come un ciclista gregario, la mediocre lancetta dei minuti ogni tanto dà il suo segno, e l’aristocratica lancetta delle ore, epocale ogni suo movimento, scatta antipaticamente.
Guarda poco sotto l’orologio, una parrucca ridicola e boccolosa alla shirley temple su una testa di uomo togato, con martelletto di legno e libri di dimensioni preoccupanti. È il vigile svogliato del dibattimento. Dibattimento poi... Lo hanno beccato alle due di notte Clark, sbronzo, sudato; con un trentadue pollici sotto il braccio e il cavo dell’alimentazione in mano. Difficile fra credere alla sbirraglia che stava portando la tv da un amico per guardare la partita. Fregato Clark, ladruncolo mediocre. Troppo stupido per essere un ladro serio, troppo cagasotto per fare il rapinatore. Esiste un girone degli ignavi anche nel cosmo delinquenziale, e lui ci stava bello comodo per storia e capacità. Non era la prima volta che finiva in tribunale, alle volte scampandola per un pelo, alle volte con tirate di orecchie o calci in culo. Un po’ di mesi in riformatorio e giù di lì...
Gli esplode un ronzio nelle orecchie dopo il colpo di martello. Colpo dato dal giudice di cartapecora, con la stessa indolenza con cui si colpisce a casa il chiodo per quello schifo di quadro, che tua moglie ama tanto e non sai perché, mentre ti bacchetta dicendoti “un po’ più a destra, cosìnonsifafaifareame”.
Si alza e urla scioccato:

Tre anni per un televisore usato!?! Cazzo in quella casa ce n’erano tre. Magari quelli non se ne accorgevano neanche. Tre anni per un televisore! Gli ho fatto un favore considerate le schifezze che ci escono quotidianamente da quello schermo.

Ammansito subito Clark, nelle stanzette dietro il tribunale da due guardie molossoidi.
Impacchettato Clark, ferri ai polsi freddi e stretti e anonima tuta grigia e lisa.
Tradotto Clark, in un furgone blindato manco fosse Bocassa, verso il carcere di Holloway, Londra nord est zona 2.
Posto colorito Holloway.
Dove c’è il dormitorio della Northern University all’incrocio con Holloway road, ci sono sempre delle sfide a singolar tenzone fra bambini polacchi che a sputi e maledizioni e schiaffi si devono conquistare l’incrocio per lavarci i vetri. Tutto si quieta sempre dopo il primo paio di caduti, e la gente che gli rifila i penny crede di fare del bene. Tanto ogni singolo penny non andrà ai bambini, ma chi se ne frega. È un penny. Dove va va.
Holloway è prigione di periodo vittoriano con muri spessi e poca luce come anestetico costante sulla fauna che ci alloggia. È sulla strada per andare verso le luci e i mercatini di Camden Town, dove gli spaccini neri di hashish ti inseguono finché non gli compri qualcosa, o almeno gli rivolgi la parola in modo ossequioso. Ne fanno quasi una questione di rispetto ed etichetta. Anche gli spacciatori hanno il loro bon ton.
- Prigione di Holloway Clark, corpo diciotto - dice la guardia sonnacchiosa. Avrà ripetuto a facce ignote, imbronciate, spaventate sempre la stessa cosa. Non puoi certo pretendere dell’empatia mentre te lo dice. Tanto poi, lui la sera torna a casa. Lo chiamano corpo perché, in pianta, sembra lo scarabocchio di un corpo umano. Un lungo camminamento con a nord un corridoio ortogonale che forma delle braccia tese, e a sud (il corridoio stesso) si divide in due bracci oblunghi come fossero le due gambette da omino dell’impiccato. Non c’è la testa e forse gli architetti vittoriani erano dei fini umoristi. Come a dire “chi non ha avuto abbastanza testa per stare fuori, adesso se ne stia dentro questo corpo marcio di galera. E impari a vivere, a piangere o a morirci. La testa non vi serve più”.

Immaginate un treno: quel treno siete voi, nella vostra integrità.
Il treno corre sui binari fatti di minuti e secondi. A un certo punto c’è uno scambio, ed è come sei i binari dipingessero un’asola, per rifare amicizia poco più in là. Ma se il treno volta a destra mantiene la stessa velocità di crociera. Se il treno volta a sinistra, a causa di un diverso attrito, rallenta.
Ebbene, giunto allo scambio, il treno non prende uno dei due rami possibili, ma si divide in due percorrendoli entrambi…
Dopo pochi metri, quando i due rami torneranno a essere un solo binario, una metà del treno sarà in leggero ritardo rispetto all’altra.
Mentre il corpo di Clark entra nella cella, la sua coscienza sta ancora superando il portone della galera, in ritardo di un po’ sulla differenza fra libertà e prigione.
Il tavolino, un letto a castello sul quale, al piano alto si vede un culo troppo grosso per quei boxer e una mano che lo gratta, un cesso, una finestra quasi cieca, disegni schifosi, frasi sgrammaticate e crocette dell’incedere del tempo..
Il treno si riunisce, la coscienza torna in un lampo. Tre anni in questo posto di merda per un televisore??? Voi siete pazzi, fatemi uscire di qui, fatemi subito uscire di qui pensa, e il pensiero è così forte che prende quasi forma nell’aria…
La gola quando si sta per piangere si tende, si gonfia, il pomo d’Adamo scatta. La lingua si secca e viene tutto. Su. È un attimo, e guai in carcere far vedere una cosa del genere che la sera stessa un bell’omone ti chiama amore e ti fa allo spiedo.
Il ciccione sulla branda si gira svogliato, squadra Clark e si rigira scoreggiando come caldo benvenuto. Un manganello sulla schiena lo spinge dentro con il ronzio di raccomandazioni e risatine del secondino.
Clark si appoggia sul letto cercando di non fare rumore e si prende la testa fra le mani, se la massaggia, cerca qualche escrescenza, qualcosa di storto al tatto. Deve trovare una ragione tangibile alla sua stupidità, che si deve nascondere lì da qualche parte fra i capelli. Il suo compagno di cella è una sfinge. Mai sorridere, mai parlare per primo. Aspettare. Fra poche ore spengono le luci e spera che con il buio le belve feroci non si presentino.
Il buio in prigione è un gran casino. La mente vaga in pochi metri quadri e i pensieri rimbalzano, fanno sponda e tornano indietro più astratti, trasfigurati e crudeli.

Ok sono qui. Tutto chiuso, senza dubbio tutto chiuso. Corpo diciotto è un bel nome, sembra quasi il nome di un locale notturno in cui incontrare qualche battona, come quelli dove andavo. Che mi bastava pagar giri per portarmi una sbronza a casa. Sperando che non debba diventare una battona io accidenti. Ma guarda in che disastro. Mi sono rovinato la vita per un televisore. Cioè tre anni, magari qui ci divento calvo, ci rimango zoppo, divento un ciccione come questo qui sopra e mi metto a scoreggiare al passaggio di chiunque. Ma che fine ha fatto la buona creanza.
Dio come mi piacerebbe essere in un bar adesso, con un po’ di musica e birre e sentire tutto il rumore che fa la vita.
Che strano però!
Quando sono al bar a rimorchiar troie vorrei essere in una casa carina con una moglie e dei figli che vanno a scuola. Probabilmente avessi avuto la casetta, il giardino e il figlioletto che mi portava gli “A” in matematica mi sarebbe venuta voglia di andare sulla luna a vedere se la bandiera degli USA c’è ancora o se l’hanno portata via. Quando ci penso… mi sa che non è colpa mia se sono infelice, insoddisfatto e molto spesso ubriaco. Beh, ubriaco magari sì. Ma per il resto è che sono nato sotto un cattivo segno…cioè, lo vedi quando giri per strada che c’è gente che trova soddisfazione qualunque cosa facciano, e altri occhi che lo sai che la soddisfazione non la vedranno mai. Prova a passare a Camden la sera tardi! Mignotte, negri, papponi, tossici, musicisti, anche bravi... Hanno tutti gli stessi occhi che dicono -che cazzo ci faccio qui?!?- e a voglia a dire balle –l’estrazione sociale, non hanno studiato, sono finiti in brutti giri…- non è quello. Cioè, non dico che sia buono fare la puttana, il pappa o lo spacciatore, ma lo vedi che anche si fossero trombate il principe Carlo e le avesse riempite di gioielli da piegargli il collo quelle puttane avrebbero avuto lo stesso sguardo. Di chi ha perso davanti alla vita. Comunque. Anche se alla partenza, Dio gli da un vantaggio ad alcune persone, rifilandogli dei buoni genitori, una macchina dopo il diploma, agi, soldi e roba varia ehhhhhhh... le stesse persone sarebbero diventate papponi, spacciatori e puttane sfrancicate con gli stivali di pelle. La vita recupera e le batte. Come i loro pappa. È il destino. Quello là la sopra che se la prende a male con qualcuno quando nasce e gli dice –tu avrai solo merda nella testa e sarai sempre infelice, la tua parte di felicità l’ho data a un altro che era più simpatico di te- No, non è questione di buono o cattivo umore. Ogni tanto ti svegli e hai voglia di ridere. Per stronzate colossali, per una signora grassa che insulta uno per strada, per un cane che piscia sulle gomme di una bicicletta o qualunque puttanata. Ma la felicità è un’altra cosa, almeno penso io. E allora provatici pure a convivere con questo destino. Impegnati, suda sgobba sgomita quanto vuoi. Resterai infelice. E magari in una cella con questo puzzone per come si sono messe le cose.


I rimbalzi dei pensieri si quietano in modo lento, si annichiliscono e descrivono parabole sempre più corte, fino a diventare aggettivi, nomi della memoria, dittonghi e negazioni. Fino al sonno. Sonno inquieto mentre lo speri spazzino di rancori. Branda scomoda, lenzuola di carta vetro e il ciccione che russa. neanche una sigaretta per adesso, finché non si capisce chi le ha. Chi batte moneta a forma di stecche in questo posto, come unica merce di scambio oltre alle chiappe. Che diciamo, non sono sul mercato, ma spesso sono oggetto di furto.
Il mattino ha per Clark il gusto amaro dell’irreale. La luce fioca che filtra dalla finestrella sa di neon. Il manganello che accarezza le sbarre per tirare giù tutti da quel poco di pace che la notte dà è una tortura. Con le sveglie un calcio ben piazzato risolve le situazioni, prendere a calci il secondino non è cosa.
Si siede sulla branda annusando la giornata.
Visione: “è uno stronzissimo sogno, non sono qui dentro”.
Visuale: dei piedi enormi che penzolano dalla branda sopra, che cadono insieme a un corpo che di umano ha più poco. Peli e tatuaggi e quei boxer minuscoli. Si gratta copiosamente prima di girarsi e dire “buongiorno signorina”.
Sentirselo dire non è mai un buon segno e si deve decidere in fretta senza avere uno straccio di elemento per poterlo fare. Magari quello scherza, magari ti si vuole fare. Magari è lui la signorina di qualcuno di più grosso e peloso ancora o ha tanti e troppi amici e non dare il buongiorno significheranno tre anni d’inferno. Clark si alza ed eroicamente piscia senza guardarlo, si lava le mani e gli si avvicina aspettando non sa che.

“Ora signorina. Sono qui da più tempo, e mi sa che ci starò più tempo di te. Quindi mi pare semplice, comando io. Se ti arrivano delle sigarette il 10% è per me. Se ti arriva da mangiare metà mi spetta. Se ti scopi uno poi me lo presenti. Qui in cella non si scopa, perché io ho deciso così. Se hai qualcosa da obiettare ne parli prima con la mia mano destra e poi con quella sinistra. Corpo diciotto ha un po’ di regole, abbastanza a prova di stupido. Dato che sei qui sei sicuramente stupido, ma se ti applichi e non rompi i coglioni magari le impari anche tu.”

La vita è spesso fatta di ripetizioni, di giornate molto uguali fra loro con una bollatrice che te ne ruba otto o dieci ore, il telefono gli amici la fidanzata la musica, la macchina da portare ad aggiustare, i distributori automatici di sigarette che ti fregano i soldi. Insomma, vita. In prigione il libero arbitrio cessa completamente, i carcerati si comportano come un organismo che quando viene colto dal cancro di qualche cellula urla, si sconquassa e al più presto elimina la cellula. Senza tanti fronzoli, senza antiemetici per sterilizzare la chemio. ma con una coltellata mentre si è in coda per il cibo. Clark imparò le regole lentamente a forza di lividi e calci nel culo, senza mai diventare cancro, ma anche forse, senza diventarne cellula. Imparò chi era più debole e chi era molto più forte e abbracciò nel tempo la aurea regola di essere lupo con gli agnelli e agnello con i lupi. Lo prese a forza e si tappò il naso per sopravvivere. Parlò del più e del meno con la peggio feccia fra assassini, truffatori e guardie frustrate cercando di imparare ma non somatizzare.
Che poi capita così, che il tempo spesso si dimentica degli uomini. Che siano stati geni, fanfaroni, autori di genocidi, il tempo li mastica, li digerisce e li evacua. Risorsa troppo abbondante l’uomo, perché il tempo possa prendersene cura.
Non capita il contrario invece. Gli uomini non si dimenticano mai del tempo, anche se fanno finta di niente sanno che è l’unica risorsa scarsa e finita che è data loro. Ma spesso sono troppo deboli, paurosi, condizionati per impossessarsene come vorrebbero, e allora il dlin dlin del cartellino dà loro una via da seguire. Una donna che non amano e da cui non sono amati e oggetti che hanno quasi sempre la forma del tempo sprecato.
Clark usci di lì dopo i tre anni, con meno capelli, dei tatuaggi orribili e pretenziosi e lo sguardo velato di tristezza. Mi scrisse questa lettera:

“Sai?!? Li cerco spesso, ma non li trovo più quei tre anni. Li cerco quando mi rado e vedo che le mie tempie sono diventate più sgombre, li cerco nel ricordo dei volti degli altri detenuti che per fortuna non rivedrò e che erano parte di me fino a poco tempo fa. Mi sento quasi come un neonato cui si toglie un oggetto, e quell’oggetto miracolosamente cessa di esistere. Mi hanno lasciato segni questi anni. Mi hanno lasciato un tatuaggio di una madonna che pare una pin-up, una fedina penale che è carta da culo, qualche scazzottata, del bruciore di stomaco e poco altro. Tutti pensano che in prigione, al corpo 18 come a Guantanamo, la gente abbia il tempo di pensare a quanto terribile, cattiva, antisociale o stronza e stupida sia stata. In realtà nessuno pensa nulla, se non alle sigarette e a non prenderlo troppo nel culo. È come avere a che fare con delle meduse, che si muovono, ma stanno praticamente ferme e seguono la corrente. Questo è il rapporto con le cose che si ha lì dentro. Ti puoi muovere quanto vuoi, ma sempre lì sei. E allora tanto vale non sprecare troppe energie. Ora annaspo fuori e vedrò che fare del tanto o poco tempo che c’è lì davanti. Ho desideri così lontani che non riesco neanche a distinguerli. Sicuramente voglio un posto più grande dove stare e qualcuno accanto che non puzzi come una lattina di birra vuota. Voglio fare delle cose che mi facciano attraversare le giornate e mi portino a dormire con un sorriso. Non dev’essere impossibile. Non facile, ma sicuramente non impossibile. Ho imparato solo una cosa. Mai più guarderò, neanche da lontano, quella puttana. Televisione.”





 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:58 )
 

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