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Flavio Massazza - un rametto speciale PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 02 Giugno 2011 17:52

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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UN RAMETTO SPECIALE

di Flavio Massazza
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 maggio 2010





Sono un rametto di albicocco.
Non sono un rametto comune, sono un rametto speciale.
Almeno cosi credo.
O forse è solo il mio ego, il mio orgoglio di rametto.
Ricordo quando, qualche anno fa in primavera, spuntai da un grande ramo del vecchio albicocco.
L’albero era molto vecchio.
I rami contorti, tormentati dalle cicatrici del tempo, si allargavano dal vecchio tronco scuro e nodoso sul quale grumi di resina, del colore dell’ambra, creavano macchie più chiare.
L’albicocco cresceva nell’avvallamento che si era formato dietro l’argine di protezione che l’uomo aveva costruito sulla sponda del grande fiume.
Si diceva che l’albero fosse stato piantato da un vecchio signore il quale si era appropriato di quel fazzoletto di terra per coltivare un piccolo orto in cui gli piaceva far crescere quel poco di verdura che gli serviva.
Poi aveva deciso che anche qualche albero da frutta ci sarebbe stato bene.
Negli anni l’albicocco si era ingrandito e in primavera aveva cominciato a rallegrare il piccolo orto con i suoi fiori bianchi con impercettibili riflessi rosati.
Così erano arrivati i primi frutti che il vecchio raccoglieva a uno a uno, con amore, cedendo talvolta alla tentazione di assaggiarli subito.
Con il passare degli anni, con le cure e le potature, la produzione di albicocche era diventata sempre più copiosa e l’uomo aveva cominciato a farne marmellate e a metterle sotto spirito per sé e per agli amici.
Poi il vecchio divenne sempre più debole e non fu più in grado di occuparsi dell’orto.
L’edera cominciò a invadere ogni cosa e a ricoprire tutto il tronco, ma l’albero era diventato grande e forte e continuava a sopravvivere spingendo i suoi rami sempre più verso il cielo.
Appena spuntato da uno dei rami più in alto, io ero molto sottile e delicato.
Ogni primavera sulla punta e sui fianchi mi spuntavano piccole foglie verdi.
Ero molto flessibile, mi piegavo quando c’era il vento, mi rinvigorivo alla pioggia e resistevo all’assalto di formiche e insetti.
Dopo un paio d’anni, con mia grande gioia, mi spuntò sul fianco un germoglio diverso da quelli abituali da cui nascevano le foglie.
Un bellissimo gruppo di fiori mi sbocciò addosso riempiendomi di gioia.
Api e insetti mi allietavano con i loro ronzii e li vedevo allontanarsi gialli di polline.
Poi arrivarono le mie prime albicocche.
La sensazione dei frutti che crescevano su di me fu entusiasmante.
Era una grande gioia sentire quelle piccole sfere prima piccolissime e verdi e poi grigie che lentamente crescevano e cambiavano colore fino a diventare di un giallo intenso e vellutato.
Però ormai nessuno raccoglieva i miei frutti che cadevano a terra staccati dal vento o diventavano scuri e raggrinziti sul mio fianco.
Qualche volta un passero affondava il suo becco nella polpa dolce dandomi un po’ di soddisfazione.
Questo andò avanti per qualche estate, ma ad un certo punto il vecchio tronco non riuscì più a mandarmi la linfa dolce e ambrata che mi faceva vivere.
Ero diventato un rametto secco.
Un giorno di gennaio arrivò il vento.
Ricevetti una grande spinta e le mie fibre, che ormai avevano perso ogni flessibilità, si spezzarono e fui sbattuto a terra.
Poi venne la neve che mi ricoprì completamente.
Non era la prima volta che ricevevo la neve, ma quando ero su in alto, ricevere i bianchi cristalli che si posavano leggeri, non mi dispiaceva: erano delicati e inconsistenti e al primo sole si sbriciolavano lasciandomi libero ed esposto alla luce.
Ma ora, a terra, era diverso: ero sommerso da una spessa cortina, sempre più pesante e impenetrabile.
Nel buio e nel freddo pensai che la mia storia fosse finita.
Avevo avuto la mia vita normale, la vita di un normale rametto di albicocco.
Di un rametto che nasce, fiorisce, da frutti, poi secca, si decompone nella terra e diventa nutrimento per le future piante.
Mi ero rassegnato, in fondo avevo avuto le mie soddisfazioni.
A marzo, la neve si era sciolta, avevo visto di nuovo il sole, il mio ultimo sole prima di marcire nell’erba che, verdissima, cominciava a crescere.
A quel punto arrivò lui.
Prima un’ombra, poi un becco lungo e grigio sempre più vicino.
Due piccoli occhi che mi scrutavano da un testa grigia con un ciuffo nero.
Mi ero sentito afferrare da una stretta forte e nello stesso tempo delicata.
Poi avevo cominciato a volare nel cielo azzurro della primavera.
Vedevo la campagna, le colline, il grande fiume con le acque luccicanti.
Tutto scorreva sotto di me, mentre il verso degli uccelli mi circondava e l’aria leggera mi accarezzava.
Venni posato delicatamente sopra un incrocio di rami su di un grande altissimo albero.
Mi ritrovai assieme a una immensa folla di rametti.
L’airone era abilissimo, ci spostava con il becco, ci metteva in cerchio, ci radunava, ci separava, ci intrecciava.
Era infaticabile, andava e veniva, portava altri rametti, altri arbusti e li metteva in ordine come se seguisse un progetto semplice e complesso allo stesso tempo.
Solo quando li vidi vicini, posati a fianco del nido mi accorsi che in realtà gli aironi erano due.
Imparai a riconoscerli da piccoli modi diversi di muoversi e di lavorare.
Uno portava i rametti, l’altro li sistemava. Era un lavoro di famiglia, sembravano due aspetti di una sola persona.
In quel luogo conobbi rametti di tutte le specie.
Rametti di salice lunghi e flessibili che creavano cerchi e curve, rametti di alberi da frutto come me più consistenti e contorti che rendevano più solida la struttura. Fili sottili di morbida paglia disposti all’interno per creare un soffice strato.
Non era semplice stare insieme e a volte c’era insofferenza e qualche discussione, ma poi grazie all’abile becco tutti trovavamo il nostro spazio e ci sistemavamo comodamente.
Ognuno aveva il suo posto e si era creato un bel gruppo solido, leggero e ben sistemato sull’incrocio dei rami.
Dal mio punto di vista vedevo il fiume sotto gli alberi.
Sul bordo, dove l’acqua era bassa, gli aironi camminavano lentamente muovendo a scatti le lunghe zampe e immergendo con decisione i lunghi becchi cercando il cibo.
Sui rami vicini ancora privi di foglie risaltavano gli altri nidi e gli uccelli con le grandi ali andavano e venivano creando un gioco di  ombre.
Quando pioveva l’acqua non si fermava nel nido, ma ci attraversava mantenendoci freschi e puliti, poi il sole ci asciugava e ci sentivamo forti ed utili.
Un giorno l’airone, quello che sistemava i rametti, smise di andare e venire.
Si posò sopra di me e dopo poco vidi delle cose nuove, delle cose mai viste.
Sembravano dei sassolini, ma dei sassolini tutti eguali, di forma ovale, di un verde azzurrognolo con qualche punto più scuro.
Erano tiepidi e lisci.
Ora l’airone stava sempre nel nido, solo raramente si allontanava e veniva sempre tempestivamente sostituito dal compagno.
Sentivo sempre un grande calore provenire dal suo corpo accovacciato sul nido.
Dopo un paio di settimane avvenne una cosa che certo non mi aspettavo.
Improvvisamente quei sassolini si misero a vibrare, come se fossero mossi da una forza misteriosa.
Cominciarono a rompersi prima uno e poi l’altro.
Un liquido umido colò su di me e dei batuffoli di un grigio sporco uscirono da quei gusci spezzati.
Da quei batuffoli spuntava un grande becco spalancato.
Sembravano dei sacchetti con le piume aperti e urlanti.
Gli aironi ripresero ad andare e venire come se fossero uno solo.
Tutte le volte che tornavano avevano qualcosa nel becco: insetti, molluschi e qualche volta un pesce.
Erano bravissimi nel centrare i piccoli becchi spalancati deponendo il cibo dopo averlo lavorato a lungo nel becco.
Mi chiesi come facevano a dividere equamente il cibo tra tutti, ma poi mi accorsi che in realtà chi era più audace, chi riusciva a portarsi in prima fila, chi riusciva a urlare più forte era quello che riceveva più cibo.
Un giorno il batuffolo che se ne stava sempre in disparse non emise più nessun suono e restò immobile e silenzioso.
Appena se ne accorse l’airone lo prese con il becco e lo lasciò cadere fuori dal nido con decisione e senza indugio, forse gli dispiacque, ma non lo diede a vedere.
I piccoli aironi crescevano a vista d’occhio. Il corpo diventava sempre più grande, il becco era meno importante e piccole ali spelacchiate cominciarono ad aprirsi. Spesso si agitavano per farsi spazio in un nido diventato ormai troppo stretto.
In un giorno di sole con l’estate ormai alle porte il più grande si affacciò sul bordo del nido.
Sentivo su di me le zampette che mi stringevano.
Stette immobile per un attimo, aprì le ali ormai grandi, le mosse, lasciò la presa e si lanciò nel vuoto.
Lo vidi cadere come un sasso sempre più in basso, poi smise di scendere, batté le ali e si librò in un breve volo atterrando sulla sabbia in riva al fiume sulle zampe ormai lunghe.
Da quel giorno, in breve tempo, uno alla volta se ne andarono tutti.
La madre ed il padre non si videro più.
Ero rimasto solo con gli altri rametti.
Qualcuno più anziano ci confortava dicendo che dopo un anno sarebbero tornati, ma io, guardando gli uccelli che volavano sul fiume con le lunghe zampe distese verso la coda senza mai posarsi su di un nido ormai inutile, ero molto triste.
Il mio legno era diventato leggero e secco a furia di essere continuamente bagnato dall’acqua e asciugato dal sole.
Mi sentivo inutile e morto.
Era un limpida giornata di ottobre quando tornò il grande vento.
Gli alberi si piegavano, le foglie ormai secche erano strappate via con violenza.
Si sentiva il fischio dell’aria che attraversava gli spazi tra i rami e il vento si infiltrava negli interstizi del nido facendolo vibrare.
Mi sentii spingere da una raffica più forte. L’abbraccio degli altri rametti che mi teneva al mio posto si sciolse e, spinto da una forza incontenibile, fui strappato via.
Ora il vento mi spingeva sempre più in alto, sempre più lontano; il fiume si allontanava e le colline erano sempre più distanti.
Vidi le montagne avvicinarsi a grande velocità mentre la prima neve bianchissima luccicava al sole.
Si, ero proprio un rametto speciale, forse la mia storia non era ancora finita.






 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:59 )
 

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