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Diana Nicastro - difficile è volare PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 02 Giugno 2011 17:41

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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DIFFICILE È VOLARE

di Diana Nicastro
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 maggio 2010





Sono fermo davanti alla finestra. Attraverso i rami pendenti del faggio, ancora nudi di foglie, vedo il cielo scomposto in macchie luminose, prive di colore. Un po’ di vento fa ondeggiare i rami con brevi, piccoli suoni legnosi. Profumo di primavera, primi odori della stagione, foglie che nasceranno, linfa che scorre, movimento.
Movimento.
Sto tra due finestre come in un nido tra i rami, percorro il mio spazio qui in alto, confuso tra gli alberi.
Un nido è temporaneo, una casa è per sempre. Mi racchiude, passivamente grato sprofondo dentro i suoi confini. Nido, casa, protezione chiusura morbidezza intimità sicurezza calma silenzio sonno tregua.
Movimento, una casa per sempre.
Io ho una casa. Ho una bella casa accogliente, silenziosa robusta ben costruita.
I suoi muri sono tiepidi, le finestre guardano sui rami degli alberi, sento all’alba gli uccelli, la sera i gatti, di notte i gufi. Li sento e sono al riparo.
Il tramonto la riempie di luce, io, quando posso, la riempio di musica. Questa casa mi ha nascosto, mi ha protetto dal mondo per tanto tempo.
Mi ha consentito di riprendere il respiro che si era rotto, di piangere ad alta voce il dolore, di girare dentro di lei le mie domande senza risposta. Mi ha abbracciato accogliendo la stanchezza e lo spavento, ammorbidendoli con la sua grazia, il suo silenzio, la sua quiete, la natura che abita.
Ha conservato i miei ricordi e li ha trasformati chimicamente.
Mi garantisce rifugio e calma, intimità e silenzio.
Basta silenzio, basta calma.
Tremo nel dirlo, ma il rifugio mi diventa prigione ed è ora di andare.
Lascio la mia casa e tremo
Tremo nel dolore di questo addio, tremo nella paura dell’abbandono.

Allora saluto il nido, saluto la casa e imparo a volare.
Passi corti, guinzagli brevi, distanze calcolate. Allenamento al volo per nidiacei un po’ goffi.
Ogni giorno un incontro con il mondo, un agguato che la vita mi fa, per gioco, per abituarmi, non so.
Lascio e non mi giro indietro: girarsi è vedere una luce rosea morbida, suadente che sussurra mielosa e mi chiama. Dice fermati qui, dice stai con me, dice onora chi ti ha protetto, dice non lasciare la strada vecchia per la nuova, dice non fidarti, girati, ritorna. Non guardare in avanti, chissà i pericoli, gli squarci di luce che ti abbagliano, gli abissi bui che atterriscono. Fermati qui. Qui sei al sicuro qui sai già qui conosci qui riposi qui sei protetto.
Povera casa, fa ciò che ha fatto così bene per tanto tempo. È ora che lo faccia per qualcun altro, qualcuno giovane, implume, da proteggere. Qualcuno stanco, atterrato, che deve fermarsi. Qualcuno che le si possa affidare sciogliendosi nel suo abbraccio, perdendo la sua forma e lasciandosi avvolgere dal suo silenzio.
Io vado.
Vado per la mia strada. Sbatacchio ali poco cresciute che mi sostengono a tratti, starnazzo un po’, ma sottovoce, per la paura, per la novità, forse per segnalare che sono vivo, e continuo. Non so affatto dove vado. Imparo a volare. Imparo a volare all’aperto, nel cielo basso che riesco a raggiungere, esploro mi addentro ritorno mi riparo.
Guardo. Alzo lo sguardo e vedo intorno. Ho gli occhi rigidi, un po’ sbarrati, come avessero paura di toccare ciò che vedono. Poveretti, anche loro devono abituarsi. Alla luce e all’aria, pian piano si abitueranno. Per ora mi guardo intorno con questi occhi strabuzzati che sono adatti a me. Cammino a testa alta avanti e indietro per il prato, lasciando che il respiro si allarghi lentamente nel petto riempiendolo e trovando i suoi spazi.
Ascolto aprendo bene le orecchie, lasciandole lì, spalancate, distese, a riempirsi dei rumori del mondo. Ruoto il collo e scopro l’ampiezza del mio campo visivo. Allargo le ali, le stiro, le sbatto un po’, sento quanto sono lunghe, come si articolano, come sono collegate  a me, la fatica e l’incertezza del movimento.
Faccio saltelli su e giù per abituarmi a salire, per aggiungere una terza dimensione alle due che conosco. Su è bello, il cuore accelera i battiti. Giù il cuore sale in gola, tronca il respiro che esce in uno sbuffo, e ricasco pesante.
Giorni e giorni, mesi di esercizi sul prato.
Se piove mi bagno, e non mi piace, e mi chiedo che rifugi potrò trovare lungo la strada.
Mi spaventano i fulmini, i colpi improvvisi del vento, gli agguati e le urla degli altri uccelli. Spavento grosso che mi trema nella pelle, mi si stringe intorno al cuore, si raggruma nella gola, mi fa sentire inerme e mi riempie di nostalgia del rifugio.
In alto, invidio gli agili uccelli liberi; di fronte a loro mi sento incompiuto inerme un po’ triste.
Io vado.
Mi affido all’acqua, più solida, morbida e affidabile dell’aria. Mi acquatto, solo con me stesso, circondato da tutto me, sostenuto e accompagnato dall’acqua. Sull’acqua  riposo, mi lascio portare nelle anse, dove posso inventare rifugi, sostare. Di lì guardo non visto, posso fermarmi, nutrirmi, osservare le cose che mi circondano, meditare.
Tutto è verde intorno, i prati sono pelosi di nuova erba alta, gli alberi sembrano sprizzare fuori da tutto quel verde come appena solidificati. L’interno della mia testa è verde, ronza di insetti, il becco si apre un po’, un sorriso di beatitudine, gli occhi si rilassano, imparo a conoscere il mondo.
Io vado.
Saluto la mia casa e ritorno dentro il mondo a giocare di nuovo .
Vado goffo, ondeggiando con la coda a destra e a sinistra, vado attento alle cose sconosciute lì fuori, vado sorridente come un invitato a una festa, vado piccolo, occupando giusto il mio spazio nell’aria. Vado a vedere cosa c’è , un po’ timido, con voli brevi, vado rincuorandomi con piccoli suoni che emetto per farmi compagnia.
Vado a vedere cosa c’è nel mondo. Al falco sono preparato, lo conosco, ma spero di non incontrarlo e vado, esco, volo, svolacchio, vedo, incontro, sono.
Prendo fiato e salgo, in volo sopra la mia casa che amo e che lascio, e, finalmente, grido.






 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 

 

 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:59 )
 

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