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Carlo Straccia - addio mia amata PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 02 Giugno 2011 17:37

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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ADDIO MIA AMATA

di Carlo Straccia
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 maggio 2010





Giorno o notte? Questo è il dilemma.
Come vivere o, peggio, come siamo costretti a vivere.
Perché, spesso, non siamo noi che scegliamo, ma è la vita a scegliere, oppure, sono gli altri che decidono in quale categoria metterci.
Bianco o nero? Destra o sinistra? Yin o yang? O, se preferite: Beatles o Rolling Stones? Inter o Milan? Tutti pretendono di piazzarti in un posto, di essere sicuri di poterti mettere in un cassettino e poi ritrovatrici ogni volta che ne hanno bisogno. Guai a deluderli, a confondere le acque e spostarti perché lì ci stai stretto o perché sei cambiato e hai bisogno del contrario, di essere o fare ciò che non eri prima. Gli altri hanno già troppi problemi e non puoi angustiarli sbilanciandoli con delle scelte diverse. Il rischio è quello di non essere più riconosciuti e di perdere allora la propria identità. Perché, checché se ne dica, per quanta fatica si faccia a essere se stessi, è poi la verifica, il riconoscimento del modo esterno a permetterci di esistere e a farci andare avanti.
Ma perché sto dicendo tutto questo? Ah sì, perché finalmente mi sono deciso a scriverti e, naturalmente, è notte, perché è di notte che io trascorro gran parte della mia vita. Riesco a pensare meglio, a non distrarmi, a sentire la solitudine come una dimensione umana, dove le ansie e i problemi del giorno si acquietano, si diluiscono nel silenzio e nel trascorrere lento del tempo.
Di giorno dormo, mangio, faccio le pulizie di casa.
Ogni tanto esco, ma, soprattutto, sbircio il mondo là fuori. Cerco di restare calmo, di non farmi travolgere dall’ansia, dai problemi, miei e degli altri che, intanto, mandano avanti il circo della vita.
Bravi! Io non ci riesco più. Ci ho provato, ho anche creduto nei grandi ideali, in quelli che avrebbero dovuto cambiare le cose. Ho fatto tutto quello che mi veniva chiesto: ho studiato, lavorato, messo al mondo un figlio, scritto dei libri. Non ho mai piantato un albero però, forse dovrei farlo. Non ricordo più chi sosteneva che un uomo, nella vita, doveva almeno fare tre cose importanti: avere un figlio, scrivere un libro e piantare un albero. Stronzate da Baci Perugina. Io l’albero non l’ho piantato. Forse è per questo che tutto è andato storto. Magari ci provo, così le cose tornano a posto.
Dunque, dicevamo che è arrivato il momento di scriverti.
L’ho fatto con tutte le persone importanti della mia vita e, allora, mi sembra giusto farlo anche con te, anche se non sai neppure quanto tu sia stata importante per me.
Dico sei stata, perché ora non lo sei più, e io sto molto meglio, perché mi sono finalmente liberato di un peso che mi ha condizionato per molto tempo.
È incredibile quanto una persona possa cambiare la vita di un altro se quello glielo permette. Perché la questione è tutta qui: tutto sta nella nostra testa, nei meccanismi complessi che regolano la nostra psiche, in quello che siamo e che il passato ha fatto di noi. L’altro ha il semplice ruolo di presenza, di catalizzatore, di innesco che mette in moto la macchina dei conti in sospeso, dei problemi irrisolti, dei buchi neri dei bisogni mai soddisfatti. Diventa simbolo, icona, specchio di sé e dell’altro di sé che di continuo cerchiamo.
Platone, nei Dialoghi, racconta che, un tempo, gli uomini non erano come oggi li vediamo. Erano costituiti da due esseri congiunti, appartenenti a tre diverse sessualità: due maschili, due femminili e una mista, maschile e femminile. Questo individuo, così fatto, era talmente preso ad amarsi e compenetrarsi nella propria dualità e autosufficienza affettiva che trascurava ogni altra incombenza quotidiana, rischiando di non più nutrirsi e sopravvivere. Gli dei, allora, intervennero separando le singole dualità, dando origine a ciò che oggi siamo.
Perfetta congiuntura che, nella praticità dell’antica saggezza greca, concede tolleranza e asilo a ogni forma di amore e di sessualità.
Da allora, però, la nostalgia profonda per l’altra parte che c’era appartenuta, ci spinge a cercarla e a sperare di ritrovarla negli altri. Condannandoci alla confusione, in una ricerca, spesso vana, di quella meta a metà, così difficile da ritrovare. Allora, per pigrizia o per estenuante sforzo non riuscito, proviamo a inventarcela.
È in quel momento che sei arrivata tu, così come erano arrivate tutte le altre. Senza saperlo, anche voi perse nella complessa ricerca della vostra metà, siete diventate un simbolo, un modello da desiderare. Ostinatamente il mio bisogno ti ha reinventata, inseguita, corteggiata. Mentre tu non hai fatto nulla perché tutto questo accadesse. Hai solo ambiguamente oscillato tra il tuo bisogno e il mio, uno sfarfallio di pixel che, dall’altra parte del mio universo, ha provocato un terremoto. Tutto quello che la mia esistenza aveva lasciato di irrisolto ha sperato di placarsi in semplici tuoi gesti: un sorriso, uno sguardo, un cenno di umana simpatia.
Poi, il malinteso, il reciproco guardarsi con occhio strabico, non di Venere purtroppo, ma della diversità. Quella di sessi che non s’incontrano e che altro cercano. Il peso dei condizionamenti e dei modelli di cui ci hanno nutrito, e le cose non quadrano o, peggio, si cerca, a forza, di farle quadrare, per smettere di essere soli e di stare male. Allora non resta che guardare in faccia la realtà: le tue scelte non sono le mie.
Lancio le monete dei King. I due esagrammi sono: La Ritirata e Il Viandante. Riprendo da solo il mio cammino, condannato alla modestia e a non importunare gli altri con vane parole.
È notte fonda, sono sereno, non desidero più che tu sia qui con me mentre fuori sento cadere la pioggia.
Addio mia amata, non fai più parte dei miei sogni.





 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 

 

 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:59 )
 

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