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Virginia Consoli - drogheria PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 11:41

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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DROGHERIA

di Virginia Consoli
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006





Gli abitanti del villaggio di L*** si svegliarono, quella mattina, e videro un nuovo edificio, già bello e costruito, pronto, fatto, sorto da chissà dove, in una notte sola.
Ben pochi eventi, finora, avevano turbato la tranquillità e la placida monotonia del piccolo borgo di campagna che sembrava dimenticato da Dio e dagli uomini.
Tutto scorreva calmo e placido, gli abitanti non avevano granché da desiderare o granché cui aspirare.
Tuttavia, quella mattina accorsero in molti, di buon’ora, per vedere chi fosse stato così abile da riuscire a edificare un complesso in così poco tempo.
Non si trattava di una casa, era un negozio che recava l’insegna “Drogheria, spezierie… e tutto quello che volete voi”.
La facciata era di molti colori, variopinta, con finestre verdi che si chiudevano a imposta, l’insegna era molto invitante.
Sulla soglia, un moderno Dulcamara… anzi, non si riusciva a capire bene se si trattasse di un o di una Dulcamara: quella strana creatura aveva un viso scarno, glabro, ma una voce possente; i capelli, scuri, erano di media lunghezza, era alta (alto?), snella (?), sopra a quello che sembrava un paio di pantaloni molto larghi portava una sorta di tabarro sulle spalle, arrotolato e fermato con una spilla che riluceva al sole.
Sorrideva, la creatura, sorrideva molto, invitando i potenziali clienti a entrare e ad assaggiare le sue specialità:
“Entrate numerosi, cari signori, entrate: troverete tutto quello che vorrete e vedrete esaudito il desiderio che non avete mai osato chiedere in vita vostra!”
Pronunciando queste ultime parole si rivolge a un anziano signore in prima fila, dall’aria dimessa:
“Per esempio lei, signore… che cosa avrebbe desiderato nella sua vita e che non ha mai osato chiedere?”
E il vecchietto, timidamente, guardò nella direzione di una graziosa signora sua coetanea con aria sognante:
“Io… ecco, io… mi sarei sempre voluto dichiarare a quella bella signora laggiù, la vedova… ma non ho mai trovato le parole…”
Sorridendo intensamente, la creatura gli disse:
“Entri pure, caro signore… dietro al bancone c’è quello che le occorre… l’erba color malvarosa, sulla sinistra… è tutta per lei… e vedrà che la signora, in un baleno, la raggiungerà! L’aspetti sul retro del negozio! Coraggio!”
E quasi lo spinse a forza a entrare.
Il vecchietto titubante s’insinua nel negozio, afferra l’erba indicata, l’annusa sotto gli occhi attoniti di tutti. Come in un incanto, si dirige verso l’uscita posteriore del negozio e l’anziana signora, quasi mossa da un filo invisibile, lo segue a passi leggeri, fino a raggiungerlo nel retro.
“Forza, signori, chi vuole provare la felicità che ho cominciato a dispensare a questi due cari signori? La vita è breve… non rinunciate ai vostri sogni… non vi chiedo altri prezzi oltre a entrare, annusare e… fidarvi di me!”
In un baleno vennero fuori tutti i desideri repressi e seppelliti in fondo alle anime di quella tranquilla gente, troppo abituata, ormai, da anni, a non pensarci più… sorsero tutti assieme, come in un’eruzione vulcanica, un magma inarrestabile, un fluido che trascina con sé tutto quello che trova, come una dolcissima valanga.
“Io voglio diventare una grande ballerina, non voglio più lavorare in fabbrica!” esclamò una ragazza che, magicamente, cominciò a danzare e a saltare sopra le teste altrui, fino a scomparire dalla vista di tutti.
“Io voglio una grandissima macchina, larga e spaziosa!” esclamò un signore che, tutto a un tratto, si trovò alla guida di un potentissimo mezzo che lo portò lontano.
“Io voglio il più bel giocattolo del mondo!” urlò un bimbo riccioluto, che si ritrovò a girare e a fare capriole su una gigantesca giostra che gli provocava le vertigini, ma anche un’intensa euforia, fino a saltare sempre più su, sempre più su.
La creatura sorrideva, soddisfatta. Il “treno dei desideri” durò fino a sera, quando nessuno degli abitanti del villaggio fece più ritorno a casa.
Scese la notte.
Il mattino dopo non c’era più traccia del negozio.
Gli abitanti della cittadina vicina, non vedendo più nessuno del villaggio passare più di lì, cominciarono a preoccuparsi. Alcuni fra gli uomini si incamminarono sul far del tramonto; non appena fu oltrepassato il segnale di benvenuto al villaggio di L***, trovarono davanti uno spettacolo desolante: un borgo morto, con case svuotate, silenzio agghiacciante ovunque.
Il gruppo fu attratto da una sorta di fossato nel terreno, come se vi avesse sostato un edificio pesante e lì vi avesse lasciato traccia; dietro a questa buca, sotto un piccolo dislivello, accatastati l’uno sull’altro, c’erano i corpi degli abitanti, uno sull’altro, adagiati in un sonno senza sogni e uno strano sorriso sulle labbra.
Riuscirono a scorgere due persone anziane abbracciate, una ragazza che sembrava voler spiccare un salto, un giovane uomo con un volante in mano e un bimbo con le braccine rivolte verso l’alto, come se volesse saltare in braccio a qualcuno.
Non riuscirono a spiegarsi l’accaduto.
Rimaneva solo uno strano odore, accanto al fossato: una sorta di profumo inebriante, ma anche forte, intenso, penetrante, a tratti sgradevole: frutti misti a erba, ma anche un che di selvaggio, di strano, qualcosa che non si era mai usato per fabbricare essenze. Pareva quasi di udire un canto nel vento della sera.
Fissarono la buca, che mandava odori, polvere e senso di inquietudine.





 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:00 )
 

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