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Sara Arrigone - la notte della finale dei mondiali PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 11:25

 

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LA NOTTE DELLA FINALE DEI MONDIALI

di Sara Arrigone
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006





Stasera stacco presto. Mi faccio sostituire dalla Mari, tanto lei il calcio lo detesta. Suo marito non si perdeva nemmeno una domenica allo stadio e la lasciava a casa a stirargli le camicie. Contenta lei. Durante le partite di coppa infrasettimanali o in occasioni importanti come i Mondiali, invece, la Mari prendeva l’intraprendenza a due mani, si metteva il suo bel vestito a fiori rosso e nero - un po’ a sfregio, visto che il marito era Interista - le scarpe da flamenco, che aveva comprato per il corso di danza al circolo italo-spagnolo Paella, polenta y movida e usciva con le amiche a ballare. In realtà mi ha invitato varie volte a unirmi al gruppo, ma l’idea non mi ha mai fatto impazzire di gioia.
Di solito sono in tre: la Mari, la Gilda e la Natasha, che si fa chiamare così per mascherare il suo vero nome. Se mi chiamassi Natalina, forse lo farei anch’io. Si mettono in tiro, camminano sculettando, sfoggiano pettinature anni ’80 da far invidia all’intero cast di Dallas, ridono, chiacchierano e si lasciano corteggiare.
Andavano sempre nello stesso locale da dieci anni e conoscevano tutti. Un po’ come al bar dello sport, solo in versione femminile.
Una sera la Gilda ha conosciuto un Cubano bellissimo, gli si è avvinghiata a polipo millantandolo con le sue doti di ballerina di salsa e ha concluso la conversazione con una mano sul suo fantastico sedere tonico. A quel punto la musica si è fermata, il proprietario del night è sceso di corsa in pista, ha tirato un sonoro schiaffo alla Gilda e le ha detto, in uno Spagnolo incazzatissimo e senza possibilità di replica, di togliere le mani dal posteriore del suo fidanzato e che lei e le sue amiche non erano più gradite nel suo locale. Mai più.
A quel punto è iniziata la caccia al locale sostitutivo e la peregrinazione di quartiere in quartiere, ogni settimana in un luogo diverso per battere a tappeto l’intera città e trovare un’altra casa-famiglia nel minor tempo possibile.
Era un mercoledì, facevo il turno di giorno e la Mari era tutta eccitata perché di lì a poche ore sarebbe andata in un posto nuovo fiammante, Tortilla en Sevilla, rinomato per la cucina andalusa e frequentatissimo dalla crème de la crème degli appassionati di cultura spagnola e latino americano. La Natasha e la Gilda passarono a prenderla poco prima dell’inizio di Italia-Stati Uniti. La Mari chiamò devota il consorte per ricordargli che, come al solito, i tortiglioni gratinati erano nel forno e la peperonata piccante in frigo (non c’era stagione calda che potesse trattenerlo dall’ingoiare a ritmo di palleggio enormi bocconi di tortiglioni e peperoni davanti alla partita). La serata finì prestissimo, il locale era troppo affollato e la Mari si spaccò un tacco. Prese un taxi per non disturbare il rito calcistico della dolce metà e tornò a casa un paio d’ore in anticipo, trovando la vicina di casa con indosso solo la maglia dell’Italia che agitava la sciarpa azzurra a cavalcioni di suo marito. Da allora la Mari ha cambiato casa e non vuole assolutamente più sentir parlare di Mondiali e peperoni.
Ma io adoro la nazionale e quindi tra poco esco, vado a casa del Sergio con tutti gli altri e ci vediamo la finale. Gesù, che ansia. È più forte di me. Il campionato non mi fa né caldo né freddo, ma i Mondiali...beh, come si fa a non seguirli??
Quest’anno poi, ci tengo particolarmente. Nel 2002 mi sono lasciata con Marco proprio la sera della finale, Brasile-Germania, il mondiale in cui l’Italia è stata fatta fuori dalla Corea. Che disastro l’arbitro Moreno, quel deficiente che non si capiva perché l’avessero abilitato ad arbitrare. Lui e la sua faccia da polpetta schiacciata. E Marco e io in crisi da tempo, che siamo arrivati all’ultimo giorno di relazione senza quasi parlarci più. Infine le sue ultime parole: “Be’, se tanto non abbiamo più nulla da dirci, io andrei almeno a vedermi la partita. Se parto adesso arrivo in tempo per l’ultimo quarto d’ora”.
Nel ’98 invece stavo tornando a in treno da una devastante due giorni in montagna dalla Marika e mi sono accorta, solo una volta sotto casa, di aver lasciato le chiavi e il cellulare a casa sua, in alta quota. I miei erano al mare, i vicini a trovare i parenti in Abruzzo, la Stefi e la Claudia a Ibiza con un viaggio last minute e il bar più vicino a tre chilometri di distanza. O mi accampavo e morivo di stenti in attesa che qualcuno mi trovasse, o iniziavo a camminare. Sono arrivata giusto in tempo per i commenti post partita e per incontrare il Mirko con i suoi due amici tamarri, che però sono stati gentili e mi hanno ospitata per la notte. Il giorno dopo sono tornata dalla Marika in montagna, ho trovato chiavi e cellulare, sono tornata a casa e ho promesso a me stessa che mi sarei cercata una casa in città al più presto.
Ora che ci penso, chi ha vinto i Mondiali nel ’94? E come posso ricordarmelo visto che la notte della finale ha coinciso con il picco della tonsillite e la febbre a quaranta, che in realtà era mononucleosi e che la mia attentissima dottoressa non è riuscita a diagnosticare? Lì è stata colpa mia, però, me la sono tirata addosso...
Uscivo con un ragazzo, carino, ma un po’ dongiovanni. Un pomeriggio dopo una passeggiata romantica nel parco mi dice:
“Sai che oggi è l’ultima volta che ci vediamo?”
“Ah sì?” dico io.
“Eh sì. Vado in Grecia con Alessio”.
“Ma non andavi in Liguria con i tuoi zii?” E lì, in effetti, qualcuno deve ancora spiegarmi come abbia potuto crederci per più di un secondo...
“Ma no, è che... abbiamo trovato un’occasione... starò un po’ in spiaggia a prendere il sole... visto come sono pallido? E poi, dev’essere bellissimo il mare, in Grecia...”
A quel punto la iena nascosta in me si è rivelata.
“Dev’essere bello, sì, anche se non so quanto riuscirai a vederlo... sai, ho la mononucleosi... me l’hanno diagnosticata ieri... ed è probabile che te l’abbia attaccata... la chiamano “la malattia del bacio”...”
Ovviamente stavo bluffando. Dongiovanni, sanissimo, è andato al mare. E io mi sono ammalata poco tempo dopo, per aver bevuto un po’ di birra dal bicchiere della Stefi. Danno e beffa in un colpo solo.
Ma quest’anno no. Quest’anno mi godrò la finale e festeggerò tutta la notte. E finalmente riscatteremo tutte le annate perdute. Io, il Sergio e i miei amici. Stravaccati sul divano davanti al maxi televisore al plasma con bottiglie di birra dappertutto e il fiato sospeso. Manca poco. Pochissimo.
Suono il campanello, “Dai che la partita è già iniziata!”, mi grida la Stefi. Apro il portone e l’ascensore è al piano. La prendo e schiaccio il nono. Primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, settimo, settimo. Settimo???
Merda... di nuovo...






 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:01 )
 

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