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Roberta Santamaria - sul cammino di Santiago PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 11:19

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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SUL CAMMINO DI SANTIAGO

di Roberta Santamaria
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006





Il sentiero è un nastro grigio che si snoda attraverso le colline assolate.
Il ragazzo cammina con passo veloce; ha caviglie sottili che reggono gambe lunghissime, una bandana legata intorno al capo, per tergere il sudore.
Gli occhi sono rivolti alle colline che si susseguono fino all’orizzonte, coperto da una fitta nebbia di calore.
Lo zaino sulle sue spalle è leggero e compatto: porta con sé l’indispensabile, riposto con ordine meticoloso, quasi maniacale.
Sono le prime ore del giorno; la luce è radente, la sua figura esile proietta un’ombra filiforme che ondeggia sulla strada assolata.
Una morsa allo stomaco lo costringe di tanto in tanto a fermarsi e respirare profondamente.
Non è malato, non ha fame… è paura.
Sul sentiero si incontrano altri viandanti, che come lui percorrono il cammino di Santiago: chi per ottemperare un dovere, chi per fede, chi per cercare il proprio demone e guardarlo in faccia.
Sono incontri fugaci: un saluto, un cenno del capo e si riparte.
Il ragazzo si sente sollevato.

Trascina i piedi nella polvere.
Porta sandali logori, tenuti insieme da un pezzo di spago.
Ha i piedi sporchi e i polpacci robusti; gli occhi nerissimi sono occhi d’aquila, sotto ispide sopracciglia.
Una macchina lo ha appena lasciato all’uscita della superstrada, dopo un estenuante viaggio notturno.
Cerca in una strada secondaria un riparo dal sole, un posto dove mangiare e bere qualcosa e magari… fare il punto della situazione.
Si ferma davanti a una casa colonica, bassa, color ocra. Una yucca gigantesca cresce accanto alla porta d’ingresso.
Si affaccia una donna esile, vestita di nero, l’uomo le si rivolge in uno spagnolo improvvisato: “Buenos dias! Hace mucho calor! Quiero solo un vaso de agua, mas grande, Palomita, por favor!”.
La donna gli fa cenno di sedersi sotto il pergolato e poco dopo arriva con una brocca d’acqua fresca, del prosciutto e del pane.
L’uomo si siede, comodamente, appoggia i piedi sulla panca e consuma lentamente il suo pasto.

Il sole è già alto, la strada deserta, il tempo del viandante sospeso.
Gli occhi d’aquila dell’uomo scrutano il sentiero, giocando coi miraggi di calore che salgono dal pietrisco e dalla polvere.
A un tratto vede apparire una figura sottile che procede sul sentiero a passo sostenuto.
L’uomo pensa: “Chi è quel matto che si mette per strada con questo caldo e con tutta questa fretta!”.
Il personaggio lo incuriosisce, lo osserva, mentre rapidamente si avvicina.
I calzoncini e la maglietta sono inzuppati di sudore, ma lui è in qualche modo impeccabile.
“ ‘mmazza quanto sei secco!” lo apostrofa a voce alta.
Il ragazzo si volta, rallenta un po’ e poi prosegue.
“Se non ti fermi, ti veniamo a raccogliere lungo il sentiero!”.
Il ragazzo rallenta, si avvicina, il cuore gli batte forte.
L’uomo continua: “Sei italiano? Anch’io, seppure non si direbbe!” e ride di una risata che scioglie ogni imbarazzo.
“Vieni a sederti qui, al fresco, chiediamo a Palomita un altro bicchiere… Palomiiitaaa…” si mette a canticchiare.
La donna ha già capito, arriva con un altro bicchiere, un pezzo di formaggio e del vino.
I due rimangono a lungo sotto il pergolato, a chiacchierare. Il ragazzo sente che la morsa allo stomaco si allenta, sorride, i suoi occhi cominciano a brillare.
L’uomo fa molte domande. Al ragazzo non dispiace rispondere, trova le parole per raccontare.
L’uomo lo schernisce, butta la testa indietro ridendo forte, i suoi occhi d’aquila osservano e accolgono.
Al calar del sole, l’uomo va a raccogliere qualche fiore sciupato al bordo della strada e ne fa dono alla padrona di casa: “Gracias Palomita, con todo el mi corazon!”.
“De nada, de nada…” lei gli sorride, agitando la mano in segno di saluto, mentre i due si allontanano, andando incontro alle colline.






 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:01 )
 

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