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Pietro Tartamella - un sorriso corre lontano PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 11:12

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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UN SORRISO CORRE LONTANO

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006





Negli anni ’60 e ’70 l’autostop era di moda. D’estate in tutta Europa gli svincoli autostradali, le strade statali, quelle provinciali e comunali, e perfino le stradine di campagna pullulavano di zaini e pollici di giovani protesi. Un mondo variopinto di sacchi a pelo, ostelli della gioventù, cartine stradali, destinazioni, incontri, lingue, mortadelle, stelle all’addiaccio che si muovevano vorticosamente e viaggiavano in tutte le direzioni coltivando in piedi come i fili d’erba la pazienza e l’attesa sui cigli delle strade profumate di sole.
Un giorno la televisione diede notizia di un automobilista aggredito e derubato da un autostoppista. Poi ci fu un incidente. Poi ci fu un rapimento che con il mondo dell’autostop non c’entrava niente. Poi ci fu un altro rapimento. Ci fu uno stupro. Altri stupri, e gli autostoppisti non c’entravano niente. La televisione finì col diventare un altoparlante di cattivo augurio con notizie di crimini d’ogni sporta sbandierate a tamburo battente nell’intimità delle case quotidiane. Il male stùprido finì per allignare nei pensieri delle ragazze e delle madri che smisero di porgere il loro pollice a mille destinazioni. Poi tutti ebbero un’automobile. Insomma l’era dei viaggi in autostop durò una ventina d’anni scarsi in Italia.
Nel 1969 avevo ventun anni. Anche Bruno aveva ventun anni. Nel mese di agosto di quell’anno ci trovavamo seduti su una strada francese a pochi chilometri da Briançon, subito dopo Sestriere, in piena statale diretti a Parigi. Dalle 6 del mattino eravamo seduti sullo zaino col pollice diritto nella speranza di un passaggio. Al mattino presto era un piacere starsene sulla strada. Il traffico scarso, l’aria fresca, le chiacchiere con Bruno, la sigaretta... quasi quasi non ci dispiaceva tanta indifferenza da parte degli automobilisti che ci lasciavano lì col dito.
Ma ormai si erano fatte le undici e il sole scottava sulla testa. Cominciavamo a essere nervosi per la lunga attesa. Feci uno spuntino sulla strada, più per passare il tempo che per fame, abbandonandomi con le natiche sullo zaino che si afflosciò. La caciotta di pecorino romano avvolta in una busta di plastica cominciava col calore a rilasciare il suo olio; la busta era tutta unta e gocciolante. Ma il sapore del formaggio col pane era delizioso. Aprendo la busta la caciotta sparava un odore intenso, una gittata di una ventina di metri. Attirò Bruno che era andato a sgranchirsi le gambe. Anche lui venne a sedersi sullo zaino a mangiare un boccone salato.

Era l’unica provvista che ci eravamo portati.
La caciotta e il suo odore forte avevano anche una funzione strategica. Quando i piedi avrebbero cominciato a puzzare per il sudore potevamo sempre, facendo finta di niente, aprire un tantino la busta di plastica. L’odore del pecorino si sarebbe confuso con quello dei piedi e un pochino avremmo salvato la faccia dentro lo spazio angusto di un’automobile che ci avrebbe prima o poi dato un passaggio. Ma ormai eravamo lì sulla strada da più di cinque ore al sole con le mosche venute anche loro a mangiare un boccone salato e di macchine che si fermavano nemmeno l’ombra.
Non vedevamo l’ora di arrivare a Parigi.
Eravamo partiti con settemila e cinquecento lire a testa nel portafoglio.
È vero che l’anno 1969 è lontano 37 anni fa, che la vita è cambiata, che adesso c’è l’euro, ma anche 37 anni fa 7.500 lire erano comunque una stronzata di soldi che non valevano niente neanche allora. E noi andavamo a Parigi in autostop con il proposito addirittura di ritornare a casa ciascuno con le sue proprie 7.500 lire!
Eravamo seduti lì sullo zaino io e Bruno alla periferia di Briançon a pensare agli espedienti per ritornare a casa con le 7.500 lire, a ricordare gli espedienti usati nei viaggi precedenti, a guardare la cartina stradale tutta aperta per passare il tempo e assaporare meglio il viaggio, quando vedemmo una macchina superarci, rallentare, fermarsi a una cinquantina di metri e, lentamente, fare marcia indietro verso di noi. Una macchinina piccola e simpatica di colore giallino, una due cavalli. Ci guardammo sconcertati io e Bruno quando vedemmo la bella ragazza scendere dall’auto e venirci incontro. Disse con bella voce “Je vais a Charleville Mezieres, et vous?”.
Ci guardammo io e Bruno come a chiederci se la ragazza davvero si stesse rivolgendo proprio a noi. In quattro anni che viaggiavamo in autostop non ci era mai capitato che una ragazza si fermasse a darci un passaggio! Facevamo fatica a ritenerlo possibile. Guardai la carta stradale. Una goccia di sudore cadde dalla fronte vicino a Nevers. Non trovavo Charleville Mezieres. Fu il dito di lei, bello e affusolato da musicista a farla venire a galla sulla carta piena di nomi.
Charleville Mezieres era al confine con il Belgio, spostato a destra rispetto a Parigi forse un 300 chilometri. Era molto lontana da Briançon. Ci lusingava la possibilità di avere un passaggio di circa 800 chilometri! Mai avuto un passaggio così lungo! Significava stare tante ore insieme...
La ragazza si mise davanti alla cartina stradale, io le stavo da un lato e Bruno dall’altro lato come se fossimo vecchi amici. Vecchi è un modo di dire, perché avevamo ventun anni e lei più o meno aveva la nostra età e tornava a casa dalle vacanze passate in Italia e dalla sua camicetta traspariva tanta di quella gioventù da far girare la testa.
L’affiatamento con Bruno era davvero straordinario. In quattro anni avevamo elaborato risposte comuni ai problemi che incontravamo, ci capivamo al volo con una semplice occhiata riuscivamo a intenderci, avevamo la stessa filosofia, anche se caratteri completamente diversi, e ci bastò il lampo di un’occhiata per rispondere in coro “Va benissimo, très bien, stiamo andando a Bruxelles in Belgio, Charleville Mezieres è proprio sulla strada”. Mentimmo spudoratamente. Il nostro francese si storpiò più del dovuto per l’emozione della bugia.
Caricammo i nostri zaini chiudendo bene la busta di plastica con la caciotta che non diffondesse il suo odore, ché i piedi ancora non puzzavano e non era il caso di far sentire il pecorino ora.
Uno di noi doveva sedere dietro.
Negli occhi di Bruno leggevo che anche lui si stava ponendo la stessa domanda. Non ci fu bisogno di parlare. La risposta fu univoca.
Io salii davanti e Bruno scivolò nel sedile posteriore.
È vero che di solito il posto davanti, vicino al guidatore, è considerato un posto di privilegio. Mi sedetti io non per privilegio, ma per opportunità. Io avevo infatti la barba. L’aspetto di Bruno era più da bravo ragazzo: le guance rasate, i capelli corti e pettinati. La ragazza avendo alle spalle uno sconosciuto con il viso da bravo ragazzo forse avrebbe avuto meno tensione, meno paura. Io con la barba potevo risultare più inquietante, ma stando al suo fianco le offrivo l’opportunità di controllarmi meglio e quindi di sentirsi più rassicurata. E infatti una piccolissima mimica nel suo volto ci disse che anche lei si era posta la stessa domanda. La nostra soluzione produsse un’altra minutissima mimica nei suoi occhi e sulle sue labbra un movimento muscolare di piccolo sollievo.
La due cavalli partì con i finestrini aperti nel bel centro del mezzogiorno assolato con il piccolo motore che faceva clòppete clòppete.
Dentro l’auto sentivamo tutti e tre un disagio. Forse disagio non è la parola giusta, non so... è quella sensazione di momento sospeso... quando ancora non sai bene che cosa accadrà, se sei nella situazione giusta... se hai fatto bene.
Io e Bruno ci chiedevamo se avevamo fatto bene a cambiare destinazione per andare incontro a una incognita di 800 chilometri con una ragazza sognando chissà quali avventure. Provavamo entrambi una profonda ammirazione per quella ragazza che aveva avuto il coraggio di caricare in auto due sconosciuti maschi. Sentivamo nell’aria la domanda che lei stessa si poneva, se aveva fatto bene appunto a dare un passaggio a due sconosciuti maschi italiani.
Non restava che parlare per togliere la tensione. Affidarsi alle parole e alla voce per togliere i dubbi e le incertezze e quello stato di momento sospeso.
Si chiamava Chantal.
Era la prima volta che sentivo quel nome. Abbinato al suo profumo e alla sua voce francese mi pareva qualcosa dell’altro mondo, di quel mondo che sta in cielo naturalmente, il mondo delle nuvole e del paradiso e dei fiori di loto, specie quando, cambiando marcia, mi sfiorava leggermente il braccio, col suo braccio. Aveva gli occhi di un verdissimo accogliente e a pronunciare quel suo nome nuovo dal suono dolce e misterioso... Chantal... mi apparve subito ancora più bella e cominciai a sentirmi un lingotto di ferro dolce attratto dalla calamita del suo seno e delle sue labbra, dalla sua camicetta, dal suo fazzoletto, dal motore della sua due cavalli, dalla sua erre francese, dai suoi risucchi di fiato.
Era stata in vacanza a Venezia e a Firenze. Aveva amici italiani a Perugia. Studiava giurisprudenza. Aveva un fratello più piccolo. Io avevo due fratelli e due sorelle e mi ero sbagliato sulle sue dita affusolate che non erano di musicista, ma di giurisprudente. Bruno aveva una sorella. Bruno studiava medicina. Io avrei fatto ingegneria dopo il militare. Per convincere mia madre e mio padre, che sapevano leggere e scrivere appena, e mio padre per niente, e avevano una mentalità all’antica, a farmi partire in viaggio in autostop avevo dovuto elaborare una strategia. Per un inverno dormii su una coperta distesa per terra sul pavimento con la finestra aperta sul carruggio, stavo a testa in giù, facevo flessioni, mi mettevo a yogare con le gambe incrociate seduto su un cuscino, scrivevo poesie, bevevo a tavola il vino versando nel bicchiere gocciole d’olio, dipingevo affreschi sulle pareti di casa degli amici. Sarei apparso a mia madre e a mio padre così strano, così stravagante, così recitativo, che quando avrei detto un giorno voglio fare un viaggio in autostop non si sarebbero stupiti più di tanto.
Chantal rideva sentendo il racconto delle mie strategie.
Il pecorino taceva lontano nel fondo dello zaino.
Poi passammo alle piccole storie, alle barzellette e ne raccontava anche lei divertita. Non andavamo veloce con la due cavalli. Chantal aveva preferito fare le statali per non spendere soldi in autostrade. Questo significava stare insieme più tempo, avere occasione di mettere in moto un corteggiamento più raffinato e, forse, chissà... Parigi adesso si era allontanata dalla nostra mente. Anche Bruno aveva cominciato a corteggiarla. Chantal riempiva sempre di più il nostro cuore, tanto che, seduti al bar dove ci eravamo fermati a mangiare un panino, stando di fronte e guardandoci fissamente negli occhi, eravamo giunti a prenderci la mano e a stringercele vicendevolmente a ogni sorriso. Ormai sapevamo tutto uno dell’altro e più il tempo passava più i discorsi si facevano intimi. Parlavamo di sentimenti, di sesso, di poesia, di aspirazioni, di paure, di speranze, di padri e madri e amici e sogni, e dei numeri delle nostre scarpe, e dei dolori del mal di denti, di Omero, di Celentano, e perfino dei frutti che ci piacevano di più.
Nel giro di una seconda pausa in un altro bar con un caffè davanti ci ritrovammo innamorati di Chantal. Sognavamo di fare l’amore con lei. I suoi occhi verdi ci incantavano. La sua voce ci incantava. I paesi e i paesini passavano, il tempo passava. Vizille, Grenoble, Goncelin, Chambery, Belley, Pont d’Ain, Bourg-en-Bresse. Eravamo disposti a darle un contributo per la benzina, eravamo disposti a rinunciare alle 7.500 lire tanto apprezzavamo la bellezza e il coraggio di Chantal. Una ragazza italiana non avrebbe mai dato un passaggio a due sconosciuti. Questa libertà e questo coraggio di Chantal ci riempivano di ammirazione e volevamo premiarla, esprimerle concretamente il nostro apprezzamento. Ma lei non volle nulla. E quando più volte volemmo offrirle un caffè lei disse no, ognuno paga il suo. Alla terza sosta dovetti implorarla dicendole che non doveva privarci del piacere di offrirle un caffè. E l’abbracciai perfino, per essere più convincente, e lei rispose al mio abbraccio col suo petto e quella volta, solo quella volta, acconsentì che le offrissimo il caffè. Eravamo felici della sua bella compagnia.
Ormai era arrivata la sera. Aveva sempre guidato ed era stanca. Charleville Mezieres era ancora lontana. Avremmo dormito insieme in macchina.
Un nuovo disagio aveva cominciato ad avvolgerci alle prime luci del tramonto. Tutti e tre sapevamo che avremmo dormito insieme in macchina. Era come se fossimo di fronte a una nuova frontiera. Cosa sarebbe accaduto? La simpatia, la fiducia, il piacere di stare insieme mostrati durante il giorno, sarebbero rimasti? Oppure la notte avrebbe capovolto il giorno, avrebbe mostrato i suoi lati oscuri e le sue ombre deformi?
Per allentare la tensione e l’imbarazzo che aleggiavano nell’aria fu il momento di scambiarci gli indirizzi. Avendo su un foglio di carta nome e cognome, via, città, numero di telefono, qualunque cosa sarebbe successo, uno poteva rintracciare l’altro. Era un modo per tranquillizzare. Per essere più convincenti le passammo le nostre carte di identità da cui copiò i nostri indirizzi verificando che le fotografie sul documento erano proprio le nostre facce economiche. E per sdrammatizzare aprii la busta col pecorino, offrendole una frugale cena piccante.
Non le piaceva il pecorino e rifiutò l’offerta. Trascorremmo una mezzoretta a ridere del tanfo della caciotta, a tenere aperti i finestrini per farne uscire l’odore, stando seduti su una pietra a guardare la luna e a fumare l’ultima sigaretta.
E infine ci accomodammo come meglio potemmo per dormire. Chantal al volante. Bruno davanti, vicino a lei, ed era stato furbo ché aveva fatto in modo, essendo doveroso e cortese fra noi scambiarci il posto, di finire vicino a lei nella notte. Ognuno fece i suoi sogni con il profumo di Chantal nelle narici.
Sentivamo i nostri respiri nel silenzio buio dell’abitacolo, intuendo che nessuno ancora dormiva. Era un momento difficile. Come fare il primo passo verso la sua pelle che ora, pur così vicina, sembrava lontanissima? Quale scusa accampare per accarezzarla? E se avesse reagito con indifferenza o, peggio ancora, se si fosse offesa? Nella testa i pensieri erano come un rigurgito d’api e di miele. Dal sedile posteriore potevo osservare la camicetta aderente ai seni e la stretta fessura tra le rotondità che si era formata in quella posizione con la testa inclinata e abbandonata. Nel buio le mie pupille dovevano apparire lucenti e dilatate come quelle di un gatto. Si era tolta i sandali. Che buon profumo quei sandali.
La notte passò con continui aggiustamenti dei nostri corpi scomodi sui sedili della due cavalli che ad ogni movimento emetteva voci di clop, clop, shif, shiif.
Venne l’alba a inondare i campi di grano. Chantal ripartì mentre noi sonnecchiavamo ancora. Per farle compagnia ci svegliammo definitivamente. “Bonjour” “Bien dormi?” “Oui” “Oui”. All’orizzonte qualche nuvola.
Facemmo colazione in un bar di Vignory. Guardammo la cartina distesa sul tavolo del bar. Eravamo a metà strada, ora cominciava il conto alla rovescia, si andava verso la separazione. Non era successo nulla durante la notte. Solo sognato, nessuna avventura d’amore. Ormai era difficile che qualcosa di nuovo potesse accadere. Chantal si avvicinava sempre più a casa. La sua mente si allontanava dall’atmosfera delle avventure amorose dell’estate. Le rinnovai l’invito a venirmi a trovare a Ventimiglia, l’avrei ospitata. Le glorificai le bellezze della riviera ligure, i paesi medievali arroccati sulle colline, le spiagge pulite, la battaglia dei fiori, le cozze al prezzemolo, nel tentativo di strapparle una promessa, ché davvero volevo rivederla e segretamente sposarla. E il viaggio riprese tra i campi di grano e i vigneti e le insegne delle boulangerie e dei bistrot che incontravamo nelle viuzze centrali dei paesini.
Ora nell’abitacolo della due cavalli era sceso il silenzio. Tutti sapevamo che fra non molto gli ottocento chilometri sarebbero finiti. Io e Bruno, anche se non ce lo dicevamo, stavamo già pensando come ripristinare la rotta e dirigerci su Parigi. Chantal non so cosa pensasse.
Era ormai quasi sera quando fummo vicini al luogo in cui le nostre strade si sarebbero divise. Avremmo mai rivisto Chantal? Sarebbe mai venuta a trovarmi a Ventimiglia? Avrei mai fatto l’amore con lei? L’avrei mai sposata?
Il cielo si era coperto di nuvolacce. Un temporale era in agguato. La temperatura si era abbassata così tanto che faceva perfino freddo. In macchina aprii lo zaino cercando di far tacere l’odore della caciotta. Tirai fuori le scarpe da ginnastica e un paio di calze che indossai. Appesi i sandali, penzolanti, allo zaino. Pronto a scendere e ad affrontare il temporale se ci avesse sorpreso. Continuavo a stare seduto sul sedile posteriore. Ed ecco infine il bivio.
Sulla grande strada Chantal avrebbe continuato per la sua casa. Noi pensavamo di fermarci per la notte nel paesino poco distante, per poi continuare per Bruxelles il giorno dopo. Ma in realtà avremmo ripreso la direzione per Parigi.
La due cavalli si fermò sotto un viadotto. Il motore rimasto acceso sembrava singhiozzare. Chantal anche lei triste e sconsolata. Tutti e tre quasi con le lacrime agli occhi dicemmo “siamo arrivati”. Scendemmo dall’auto. Il luogo era proprio sfortunato. Una vasta nube scura di moscerini ci avvolse. Forse erano zanzare. Pungevano. Fummo costretti a salutarci in fretta scacciando con le mani quell’orda di insetti fastidiosissimi che s’infilavano ovunque e ci sembrava di essere nel bel mezzo  delle cavallette che coprirono il cielo d’Egitto nella Bibbia. Sfumò il sogno di un addio passionale, di quelli con l’abbraccio lungo e intenso petto contro seno e bacio. Fu un saluto frugale con un bacio affettuoso sì, ma non come quello che avevo sognato. Chantal era scesa dall’auto per salutarci. Vedendola così alle prese come noi con gli insetti pungenti non la trattenemmo a lungo. “Adieu” “Au revoir” “Mercì Chantal, je t’attend a Ventimille”.
La due cavalli ora si allontanava piano piano. Chantal voltò lo sguardo per l’ultimo saluto. Noi agitavamo la mano e si vedeva benissimo che era un ultimo saluto di nostalgia e non lo scacciare via le zanzare. Voltammo le spalle a Chantal che se ne andava per non soffrire oltre quella malinconia. Ci incamminammo con passo frettoloso per uscire al più presto da quella nuvola di insetti che ci stava divorando. Fummo sorpresi quando, dando l’ultimo sguardo alla due cavalli, vedemmo che l’auto tornava a marcia indietro verso di noi, proprio come quando ci aveva caricati a Besançon. L’unica differenza era che veniva veloce. Forse aveva cambiato idea. Forse Chantal aveva deciso di portarci a casa sua!
Quando fu vicina scese dall’auto. Nei suoi occhi c’era una tristezza indicibile, direi un dolore. Chantal allungò la mano destra nella mia direzione, col dito indicò lo zaino e disse con voce senza colore come se provenisse dall’altro mondo, non dal mondo del cielo e delle nuvole e dei fiori di loto, ma dal mondo degli inferi e delle ombre, disse: “Mon appareille”. Non capivo cosa volesse dire e chiesi “quoi?”. Un monosillabo che perfino alle mie orecchie suonò assurdo e inconsistente. Allora la toccò col suo proprio dito la sua macchina fotografica che pendeva dal mio zaino parallela ai sandali appesi e penzolanti con l’obiettivo e la custodia di cuoio e il pomello del click pendeva dal mio zaino la sua macchina fotografica pendeva dal mio zaino pendeva mentre Chantal nome nuovo che mai avevo udito prima diceva con voce imperativa “ridammela!”. Lo disse in francese col dito indicatore. Rimasi esterrefatto! La sua macchina fotografica era rimasta impigliata accidentalmente alla fibbia del mio zaino e senza volerlo gliela portavo via. Ma nella mente di Chantal la parola che sentivo risuonare era “volevi rubarmela!”. Non l’avevo sentita nemmeno sballottolare sul fianco, tanto ero distratto dagli insetti e dalla tristezza di lasciare Chantal e dal temporale che già tuonava e dai sandali appesi. Mi mancavano le parole. La mia espressione in viso, ne ero sicuro, raccontava tutto il mio dispiacere. Anche Bruno sbiancò quando vide la macchina fotografica appesa al mio zaino. C’erano in quel rullino tutte le foto che avevamo scattato insieme durante gli ottocento chilometri. Insieme col braccio sulla spalla. Insieme davanti alle tazzine di caffè, seduti sull’auto, tutti e tre abbracciati a chiamare un passante testimone dello scatto, a bere a una fontana il sole sullo sfondo che tramontava. Chantal stava pensando che non erano le foto a interessarmi, non erano i ricordi, ma solo la sua preziosa macchina fotografica. Balbettai, me lo ricordo bene, ingoiando saliva. Cercai di spiegarle che si trattava di un incidente, di pura casualità. Ma lei fece una smorfia, un ghigno di disprezzo e di repulsione.
Si riprese la macchina fotografica con uno scatto iroso e risalì sulla due cavalli avvolta dalla nube di moscerini. Sparì alla nostra vista allontanandosi con grande accelerazione e rombo di motore a sottolineare la sua ira, la sua delusione, il suo pianto, e anche la due cavalli sembrava nitrire offesa.
Non si voltarono più indietro.
Ora desideravo soltanto che tutta la nuvola di moscerini mi entrasse nelle orecchie e negli occhi e mi divorasse. Chantal non aveva creduto che si trattava davvero di un incidente. Aveva pensato che volevo rubarle con un espediente la sua macchina fotografica.
Io e Bruno non avevamo segreti, mi conosceva bene. Almeno lui mi credette. La macchina fotografica si era impigliata accidentalmente allo zaino. Era la verità. E Bruno era mortificato quanto me, capiva lo stato d’animo in cui mi trovavo e aveva compassione del mio dolore mentre mi osservava prendere a calci lo zaino come un uomo ché perfino la caciotta ammaccai nelle sue viscere.
Ogni sogno di rivedere e sposare Chantal era sfumato come quei lampi che cominciavano a guizzare nel cielo in quella sera d’agosto francese. E io speravo e supplicavo il cielo che almeno uno, uno solo di quei fulmini potesse cadermi addosso e incenerirmi.
Cominciò a piovere. Trovammo un rifugio per la notte sotto un gazebo da ballo in un giardino dopo esserci inzuppati. Non cenammo. La caciotta ammaccata rimase nascosta nel profondo dello zaino. Buona parte della notte a parlare di quello che era successo, e se c’era un modo di poter riconquistare la fiducia di Chantal che era così bella, e a strizzare le magliette e i teli mimetici inzuppati di pioggia.
Al mattino ci mettemmo in viaggio per raggiungere Parigi. Una bella giornata di nuovo col sole caldo. Furono sufficienti quattro passaggi senza aspettare più di venti minuti per ciascuno. Un giovane con un pizzetto striminzito. Una coppia di mezza età. Un signore con la cravatta. Un commerciante di bandierine. Ogni passaggio si svolse in silenzio, tolte le poche parole di convenevoli il nome il dove andiamo il cosa facciamo. E poi silenzio. A quei generosi automobilisti che ci avevano caricato non avevamo dato nemmeno il piacere della compagnia. Ce ne siamo stati muti per tutto il tempo a guardare distrattamente il paesaggio incollati ai sedili come mummie imbalsamate avvolte da spirali di lunghi lacci di cuoio di macchine fotografiche che ci strozzavano la parola.
A Parigi camminammo e camminammo per le sue strade, le sue piazze, i suoi quartieri, i mercati, i viali, il Lungo Senna, le chiese, i giardini. Trascorremmo molte ore sottoterra nel Metrò affollatissimo passando da una fermata all’altra a osservare l’umanità di mille colori che si muoveva là sotto, gli artisti, i musicisti che pullulavano ovunque, gli accattoni, gli ubriachi, i borseggiatori, gli occhi a mandorla, le donne africane con le labbra grandi. Passammo molte ore a incrociare gli sguardi delle tante belle ragazze e donne che viaggiavano in Metrò con un libro in mano, un panino, una bottiglia d’acqua, gli auricolari. Passammo molte ore ad assaporare il piacere segreto di strofinare lentamente l’uccello sul culo delle ragazze in silenzio, a sfiorare con contatti leggeri e impercettibili le loro dita che si reggevano ai corrimano con il pensiero battente in testa lo zaino e la macchina fotografica di Chantal appesa sempre in testa.
Quando tornammo a Ventimiglia caddi in una tale depressione che anche mia madre se ne accorse. Finii col confidarmi con lei. Mi guardava con gli occhi lucidi. Disse con voce compassionevole: “figghiu meu!” e aggiunse: “scrivici, mandaci un fiore”.
Seguii il suo consiglio. Spedii a Chantal un mazzo di fiori che mia madre comprò.
Allegai ai fiori una lunga lettera in bella copia spiegando e chiedendo scusa per quello che era successo e ti prego Chantal credimi non volevo rubarti la macchina fotografica. Lettera e fiori rimasero senza risposta.
Chantal non credette mai alle mie parole. Mai rispose alla mia lettera che inviata per raccomandata con ricevuta di ritorno seppi con sicurezza che l’aveva ricevuta.
Ci vollero mesi prima che me ne facessi una ragione. Alla fine accettai quello che era accaduto. Semplicemente era andata così. Cose che succedono. E sono definitive. Non c’è soluzione.
Solo allora sulle mie labbra affiorò finalmente un sorriso. Metteva fine a quella tristezza. Mettere fine non è proprio la parola giusta. Trentasette anni dopo, nell’anno 2006, una domenica di luglio, il 2 di luglio per la precisione, a Cascina Macondo, in una giornata di scrittura con amici, quell’episodio tornò alla luce e lo distesi parola dopo parola in questo racconto. Ora sì, ora forse sì, l’episodio è completamente chiuso. Era andata così con Chantal quella volta che avevo ventun anni. Non c’è null’altro da aggiungere, se non un altro, un solo altro sorriso che corre lontano nel tempo.






 
 

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:02 )
 

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