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Perla Allaton - fragole sulla scacchiera PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 11:05

 

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FRAGOLE SULLA SCACCHIERA

di Perla Allaton
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006





Mamma dice sempre che non sono malata,
mamma dice solo che il mio sangue
è pieno di fragole; tanto rosso, tanto dolce.
Le fragole non ci sono tutto l’anno, ma
mamma dice solo che io ne ho sempre,
mi dice anche
che la nonna aveva le fragole.




Io sono la sfida, la scommessa del mio paese,
cresciuta per questo: battere i Russi in questa sfida.
Devo vincere io che vengo da un paese che
mi ha insegnato le regole e che vuole il titolo
di domani.



Ogni tanto io e la mamma
andiamo per fragole,
lei prende un sacchettino a quadretti bianchi e neri,
dentro c’è una cosa come
un pizzicotto
che serve alla mamma per vedere se ho tante fragole
e poi fare dei disegni.




E domani devo muovere scacco al Re, confondo
nei miei pensieri mille pedine,
ma se mi concentro
non vedo pedoni sulla mia scacchiera:
le tante persone semplici che mi hanno cresciuto
sono tanto lontane da dove mi trovo adesso.
Io sono la torre, arrivata dritta dritta
fino a qui senza mai scartare di lato,
senza alfieri a proteggermi, solo alcuni
cavalli che mi hanno scavalcato e sono saltati via.



Questa cosa delle fragole è un po’
come un segreto, lo sappiamo solo io
la mamma, Maria e un dottore.
Anche io un giorno voglio fare
il medico delle fragole.
Invece la mamma fa un lavoro che non
è normale: prima faceva come alcune altre
 mamme l’ufficio, un ufficio con frasi
nascoste da capire; dice che era come una
guerra senza soldati, ma con il cervello.
Poi abbiamo cominciato a fare le gare
Io sempre con lei, quando fa gli incontri
io gioco con Maria.



Quando penso che è tutto finto, compreso
l’albergo in cui siamo adesso con
champagne e fragole di serra anche a marzo
mi sento pedone in questo
scontro che ha competitori più importanti
dei loro campioni. Ma poi penso che
in questo modo viaggiamo e vediamo città
nuove e ci sentiamo forti del nostro percorso.



Mi piace vedere posti diversi, sapere che
a mamma vanno bene gli incontri,
che la gente parla di lei.
Alcune notti, però, lontano da casa non
riesco a dormire, dopo l’aereo, ma
Maria dice che non posso disturbare
la mamma, anche quando sono sola,
però io sono sempre brava e non piango mai.




Se potessi riordinare questa scacchiera,
se trovassi il modo di spezzare il bianco
e il nero vorrei muovere
i passi senza regole e disporre i pensieri
su schemi nuovi.
Domani, sia sconfitta o vittoria, lascio
questa tavola in bianco e nero e
e penso a cosa è dietro a questa
porta socchiusa e scompiglio i quadretti, si
torna a casa, al lavoro.



Mamma dice che non importa, che non
era un incontro importante quello di oggi.
A me piace andare via quando non c’è
ancora il sole e tutti dormono.
Ora penso a tante cose: a quando parlavamo
io e mamma stanotte mangiando le
fragole e poi le valige di corsa; ridendo
abbiamo dimenticato là tante cose.
Penso a Maria,
fra poco quando verrà a prepararmi
vedrà la stanza
in disordine e troverà soltanto
la scacchiera
di mamma con sopra
le fragole
che abbiamo avanzato.







 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:02 )
 

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