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Marco Protti - sotto il salice PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 10:50

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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SOTTO IL SALICE

di Marco Protti
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006





Per chiunque di noi è difficile produrre il buio e immaginare di esservi immersi tanto repentinamente, il nostro corpo nutre la paura del vuoto e la nostalgia della luce, con le quali siamo soliti gettare le fondamenta per la percezione dello spazio e del punto che in esso occupiamo grazie alla cognizione di un ampio intorno e alla coscienza di noi stessi.
Il privilegio della luce e il diritto al cielo muovono e governano le nostre opere fino al punto in cui la costruzione dello spazio diviene, in Cina, Egitto, Egeo, Yucatan, geometria.

Dopo tale premessa vi chiedo garbatamente di entrare con me nel piccolo teatro che vi state già immaginando e di prendere posto dove più vi piace.
Quattro inservienti fanno scorrere lungo le pareti alle vostre spalle altrettanti teli di stoffa nera e pesante affinché i lembi si sovrappongano e coprano le porte e le finestre; nel teatro non vi sono altre fonti di luce e tutto è immerso nel buio, buio completo.
Avete memoria dell’esterno? Molto probabilmente sì: ricordate la luce e il tepore del sole alla pelle, ricordate il profumo di una torta, di un albicocco carico di frutti maturi.
Al buio si ha dopo pochi minuti l’impressione che il silenzio sia trattenuto a forza alle labbra, impressione seguita da una percezione imperiosa: si avverte sensibilmente la temperatura crescere dentro il teatro, il calore che il nostro corpo assorbe bagna la pelle e con un poco di attenzione percepiamo ancora oltre il profumo del nostro alito, l’aria che respiriamo si fa sempre più umida, diremmo densa, per il vapore fragrante del nostro respiro, e il suono compare prima dal nostro torace dove sentiamo il respiro e il battito del cuore, poi le gambe che si muovono, le mani che passiamo sulla fronte o su un braccio: ogni punto di noi è noce di un fruscio, diveniamo una moltitudine di punti in equilibrio tra il silenzio e la prima forte vocale. Dico questo per non intimidirvi, equilibrio per rassicurarvi. La cognizione dello spazio è in tal modo distillata fino alle sue sillabe essenziali, non occorre ripassarle nella mente poiché sono presenti tra noi: calore, profumo e ciò che non può più essere chiamato silenzio.

Bene, questa è la terra. O meglio, siamo sotto terra, siamo in un punto del terreno dove le radici dell’albero annodano tra loro zolle di terra umida, argille, sale e la memoria d’acqua che ogni cosa che è stata viva porta con sé.
Tornate al caldo che vi avvolge e al sale che imperla le labbra, ma non perdete l’immagine del vostro corpo sotto l’albero, unite le immagini insieme.
Che cosa volete? Volete uscire? Siamo sotto un salice, tra le sue radici siamo al centro di un enorme concepimento, siamo all’origine del desiderio, della necessità di cielo.
Le radici dell’albero cominciano a suonare nella terra, una prima voce tiene sepolta con noi una nota bassa e scura, poi una seconda voce, e una terza, e una quarta, finché tutto risuona senza canto. Dalla grande cavità che abbiamo dentro, il respiro cambia istintivamente per accordarsi alle note che alzano il capo, che stringono le mani, che sollevano lo sguardo.
Che cosa volete?





 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:03 )
 

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