Home Archivio News-Eventi Gianni Paglieri - solo un sorriso
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
Gianni Paglieri - solo un sorriso PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 0
ScarsoOttimo 
cassetto degli articoli - armadio degli articoli
Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 10:45

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


Hai letto questo testo di Scritturalia?

Esprimi il tuo apprezzamento, da scarso a ottimo.
Non è un concorso. Non c’è nessun premio. Tu e l’autore non vincerete nulla.
Perché votare allora? Semplicemente perché il tuo giudizio di lettore anonimo,
onesto, schietto e disinteressato, potrà essere utile all’autore.
La tua disponibilità a un semplice click come stimolo per lo scrittore/scrittrice
a ripensare e a migliorare la propria scrittura…

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

LOGO
Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 


SOLO UN SORRISO

di Gianni Paglieri
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006




Parevano un gruppo di naufraghi, aggrappati ai ricordi di un tempo che ognuno sapeva definitivamente passato, amici che ogni tanto avvertivano la necessità di ritrovarsi, di raccontarsi, di vedersi. Il tempo aveva per tutti inesorabilmente smussato, consumato, modificato i ricordi e in quelle riunioni ognuno ritrovava significati diversi, occasioni mancate, emozioni mai percepite prima, oppure dimenticate…
Quegli amici, ritrovandosi, avvertivano la necessità di trovare conferma al pensiero che a volte li assillava, di aver vissuto invano. Raccontarsi esperienze passate voleva dire attingere a quella cosa unica e preziosa che è il proprio vissuto, all’unica cosa vera e insostituibile che ognuno di noi possiede, ma voleva dire anche trovare conferma, assieme ad altri, delle proprie scelte, dei propri insuccessi, delle proprie brevi felicità.
Per quegli uomini, marinai che stavano lungo tempo lontano da casa, diventava necessario ritrovarsi con altri che, come loro, avevano vissuto in solitudine, come se raccontarsi avesse in sé il potere di fare rivivere quello che era accaduto, proprio a noi, gli interpreti di quel viaggiare che è la nostra vita… Il viaggio chiede il ritorno, perché un viaggio senza ritorno è il vuoto o la morte, e il ritorno chiede il racconto e l’ascolto, altrimenti perde significato ed è nota stonata.


§

Alberto era solito dire che nella donna cercava la femminilità, ma cosa fosse questa femminilità non lo aveva mai spiegato e forse neppure capito … “Magari - pensava - è davvero qualcosa di complicato e di difficile a trovarsi, visto che non riesco a stare con una donna per più di qualche tempo…” Quando tornava dai suoi viaggi andava ad abitare per un po’ di tempo al paese, nella casa dei vecchi, perché quello starsene solo era come disintossicarsi di un’altra solitudine appena trascorsa, significava possibilità di riflessione e di sogno, il riposare necessario per ricominciare il viaggio interrotto.
La vide per caso, una mattina, nel giardino della casa vicina, la vide passeggiare in mezzo ai limoni e agli aranci e la sua prima impressione fu che fosse prigioniera in quella casa. Poi non ci fece più caso, ma il giorno dopo la rivide ancora, e ancora la guardò…


§

Ogni anno, col giungere della primavera, gli alberi di aranci e di limoni si coprono all’improvviso di fiori bianchi e profumati, inondando l’aria di un profumo intenso e penetrante che rapidamente svanisce con il loro appassire. I fiori, esausti, trascorso il loro breve e violento sospiro di vita, avvizziscono e si lasciano cadere nella terra che li accoglie materna, annullando ogni desiderio di rigenerare germogli di vita.
Ogni anno accade come se un fantasma o un simulacro di felicità passasse in quel giardino portandosi dietro un profumo penetrante e indimenticabile finché, inevitabilmente, ogni volta, ecco una folata di vento tiepido di primavera a riportarselo via, bruscamente, come non fosse successo niente. Per Agnese era come se un sospiro di sogno attenuasse per un poco la grettezza del suo vivere e cedesse rapidamente a un’altra lunga attesa… e di quel profumo non restasse che un tenue ricordo. L’esplodere della primavera, i suoi colori e i profumi così brevi, fragili e violenti, conferiva ai suoi sentimenti una dolcezza intima e misteriosa, come se per essere felici fosse assolutamente necessario saper cogliere il breve sospiro di un attimo che non si ripeterà più.


§

In quel paese, il paese dove Alberto era nato, ogni cosa pareva giungere inaspettata, ma pareva anche andarsene via all’improvviso come se non ci fosse che precarietà, come se la felicità fosse soltanto un attimo brevissimo, fragrante di profumo intenso, come se la gioia non fosse che sogno o desiderio… gioia e felicità sognate e desiderate, ma difficilissime a cogliersi …
Alberto partiva e tornava, figura schiva e solitaria in quel paese indifferente che non si curava di lui quando partiva e neppure lo aspettava: pareva giungere all’improvviso, come portato dal vento di mare che, a volte, spirava anche violento, poi scompariva come se a spingerlo di nuovo lontano fosse il vento di grecale che tutto spazza via.
Arrivava e partiva, restava assente lunghi mesi e poi tornava, lontano, misterioso nei suoi silenzi, l’andatura cauta e impacciata di chi sa camminare sulle navi, gli occhi abituati a cercare orizzonti, nello spazio senza limiti del mare.
Lo consideravano un vagabondo, un senza terra, un senza famiglia, ma lui ripagava col silenzio e l’indifferenza, lui che tanti anni addietro se ne era andato da quel paese che non aveva mai amato, ma che ora vi tornava come spinto da un insopprimibile desiderio di un abbraccio materno. Sentiva davvero la necessità di tornare dove aveva le sue radici, come dovesse farsi perdonare di essere stato a lungo lontano e allora abitava, solo, in quella casa che era stata della sua famiglia, dove era nato, dove erano vissuti i suoi genitori morti da tempo.
In quella casa in pietra, col terrazzo sormontato da una vite piantata tra i sassi della strada e arrampicatasi, chissà come, fin lassù in alto, comparivano, a volte, per breve tempo, delle figure femminili.
“Donne di città” - diceva qualcuno - “Donne da divertirsi” - dicevano altri… che all’improvviso arrivavano e all’improvviso se ne andavano lasciandolo di nuovo alla sua solitudine che il loro sorriso e il loro profumo non avevano appagato.
Nessuno, però, capiva che questo andare e venire, questo giungere e ripartire era la dimensione nella quale Alberto viveva e dalla quale nemmeno desiderava uscire, anche se a volte si sorprendeva a pensare che magari una donna, una donna da amare, disposta ad attenderlo, avrebbe potuto rappresentare un punto fermo per dare senso al suo inquieto girovagare.


§

La primavera quell’anno era esplosa all’improvviso, i fiori dei limoni e degli aranci erano nel pieno della loro fioritura e il loro profumo stordiva ammonendo della caduta imminente. Un giorno il caso, trovandosi a giocare tra i fiori degli aranci, volle intrecciare gli sguardi di Agnese e Alberto: lui fumava una sigaretta, sul terrazzo della sua casa, più in alto rispetto al giardino di Agnese e fu attratto dalla solitudine che credette di ravvisare nei gesti di quella donna dal corpo maturo e dai capelli neri; lei si accorse che la stava guardando, ma il suo sguardo non la turbò, anzi, la spinse a un sorriso azzardato. Aveva sorriso, in tal modo, a un uomo, qualche anno addietro, in una calda domenica di maggio, ma quel sorriso morì con l’autunno e non rifiorì più; quel giorno invece, ebbe paura che una folata di vento, più forte delle altre, potesse portar via profumo e sorrisi, e allora rialzò il viso per sorridere ancora.
Nei giorni che seguirono guardava Alberto e desiderò averlo vicino: le piacevano i suoi gesti pacati, rispondeva felice e sicura al suo sorriso e diventò un’abitudine salutarsi ogni giorno. Passeggiava in giardino e il suo sguardo era sempre rivolto verso la sua casa. Aspettava con ansia di vederlo uscire e certe volte non vedendolo pensava fosse di nuovo partito e si sentiva triste.
Fu lui ad aprire il pesante cancello del giardino per raccontarle i suoi viaggi, la sua vita sul mare, il desiderio insopprimibile che lo riprendeva una volta a casa di ripartire di nuovo. Un pomeriggio, terminato il suo raccontare, il silenzio che ne seguì diventò imbarazzante, poi la salutò con una lieve carezza sul viso, col dorso della mano che lei trattenne per raccontargli la sua tristezza.

Nei giorni che seguirono Alberto restò colpito dal suo amare impacciato e sfrontato a un tempo e non capiva che Agnese stava riprendendosi con foga quello che pensava le fosse stato sottratto con un inganno che le aveva causato solo infelicità. Agnese imparò a trovare il momento adatto per infilarsi nella casa di Alberto senza nemmeno curarsi che suo marito potesse sospettare qualcosa, o vederla qualcuno del paese.
Ostentava sul suo viso l’amore che stava vivendo e pensava che tutta la gioia che provava le fosse dovuta. I fiori degli aranci e dei limoni erano da tempo caduti e la terra se li era ripresi, ma la primavera, quella volta, aveva preso dimora nel cuore di Agnese che certe sere andava da Alberto e nemmeno tornava a casa.
Quell’amore durò un autunno e un inverno, ma non colse il profumo dei nuovi fiori dei limoni e degli aranci perché un bel giorno Alberto partì, portandosi dietro il ricordo del suo corpo e la speranza del ritorno. Sognò quella desiderata forma del suo desiderio, ma in breve il tempo attenuò anche quel ricordo.


§

Non tornò più Alberto e Agnese, passeggiando nel suo giardino, non alzò nemmeno più gli occhi verso il terrazzo sormontato dalla vite, perché sapeva benissimo che quell’uomo non sarebbe più tornato da lei. Quando giunse la primavera, ad Agnese il profumo dei fiori parve un profumo malato, come di decomposizione che raccontava una storia d’amore, finita, ma totalmente sua perché le apparteneva interamente. Alberto, quando si trovava con gli amici non aveva alcun desiderio di raccontare quella storia perché si sentiva in colpa di qualcosa che non sapeva ben spiegare. Soltanto una sera, forse aveva bevuto più del solito, ripensando ad Agnese, al suo amore appassionato lo prese un vago rimorso e avrebbe voluto raccontare ai suoi amici, dire loro che non aveva approfittato di quella donna, che l’aveva amata anche se per un breve tempo, che non era fuggito, ma che non se l’era sentita di restare con lei …
Concluse che aveva avuto paura di amare e quando si accinse a raccontare, cominciò con noncuranza, ma si capiva benissimo che stava per raccontare qualcosa che non era riuscito a dimenticare … I suoi amici si apprestarono all’ascolto, con attenzione, perché avevano da tempo imparato che il significato vero di ciò che Alberto raccontava andava solitamente al di là della pura vicenda. Alberto parve imbarazzato di quell’attenzione, fece una lunga pausa e si apprestò al racconto e disse : “Solo un sorriso… mi è rimasto solo un sorriso… di quella donna che qualche anno fa…





 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
CLICCA PURE TRANQUILLAMENTE
SULLE PUBBLICITA' DI GOOGLE
CHE COMPAIONO NEL NOSTRO SITO E CHE TI INTERESSANO

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:03 )
 

Time Zone Clock

Sondaggio

Accentazione ortoèpica lineare