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Elvira Bianchi - straniera a volte PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 10:21

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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STRANIERA A VOLTE

di Elvira Bianchi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006





All’improvviso si era persa. Non riconosceva più le strade. Piano piano, senza accorgersene in quella domenica così pigra, al tiepido del sole che le scaldava il viso, aveva smarrito l’orientamento. Il quartiere era tranquillo, poca gente per le strade, negozi e uffici chiusi, aiuole fiorite di giacinti e tulipani a preannunciare primavera. La piazza era deserta, bianca di ciottoli squadrati, luminosa. Si sedette su una panchina di ghisa. Era completamente sola. Ci era abituata ormai, si era separata da tre anni e i figli vivevano in un’altra città per l’università. Finalmente aveva tempo per se stessa. Ma in quella piazza, di quel quartiere sconosciuto, di quella città straniera, anche se erano passati vent’anni da quando ci si era trasferita dall’Italia, sentì che la sua solitudine aveva qualcosa di diverso. Era una solitudine di assenza, di mancanza. Come se all’improvviso fosse rimasta orfana di tutte le persone care insieme, andate via per sempre. Sola al mondo. Senza anima viva a confortarla e ad accarezzarle i capelli scomposti dal vento freddo del nord.
Ora che aveva finalmente tanto tempo per sé non sapeva che farsene.
Niente piatti da lavare, niente spesa da fare di corsa al supermercato, niente lavatrici da avviare una dietro l’altra.
Una routine tranquilla e grigia senza le grida e gli schiamazzi e le risate allegre dei suoi figli.
Aveva fatto il suo dovere.
Sempre.
E ora era lì, composta su quella panchina, minuta e graziosa, con un sorriso da ragazza e piccole rughe sottili che le increspavano appena lo sguardo. Ancora giovane, ma non abbastanza, e la vecchiaia non troppo lontana, solo 10 anni, a considerare gli standard stabiliti per l’inizio della terza età. Ma lei si sentiva come quando aveva trent’anni, il cuore pieno e il corpo agile e flessuoso desideroso di muoversi sempre, di camminare, di ballare. Desideroso di desiderare.
Si mise a mangiare una mela, era rossa, lucida, sembrava quella di Biancaneve.
Sorrise mentre la mordeva.
I vetri delle finestre delle case strette e lunghe a tre piani, scintillavano al sole, sembrava un paesaggio naïf, ordinato alla luce tersa, tranquillo. Si intuiva un brulicare di vita al di là di quelle finestre, ma non la riguardava. Non in quel momento. Voleva ascoltare fino in fondo quella solitudine che quasi era diventata un dolore fisico, a fior di pelle, fastidioso, a ricordarle troppe cose. Voleva andare via da quel paese che l’aveva accolta, ospitata, dato casa e lavoro e sicurezza.
Amore poco, e sbagliato.
Di quelli che poi lasciano ferite.
Ma i suoi figli erano cresciuti lì, parlavano quella lingua dal suono gutturale ed erano biondi e alti come il padre.
Non sarebbe stato facile. Ma ormai era arrivato il momento.
Pensò alla sua isola, a tutti gli amici che ogni estate ritrovava un poco più invecchiati, ma amorevoli, affettuosi, a scaldarle il cuore in quei trenta giorni di vacanza fra concerti jazz all’alba sulla spiaggia, visite a parenti anziani e rugosi come tronchi di querce, bagni al tramonto in quel mare turchese e cristallino che la facevano sentire viva, libera e integra, come non mai.
E il suono della sua lingua, arcaico, puro, a farle ritrovare radici e appartenenza.

L’aria si era fatta più fredda. Non sapeva quale strada prendere per ritornare indietro, al suo quartiere e alla sua casa, piccola oasi sicura in quel deserto confortevole, scarso di attenzioni e di sorrisi.
“Che ci fai qui, ti sei persa?”
Si girò stupita.
Era Jan, l’aveva conosciuto una settimana prima a casa di amici. Era la seconda volta in pochi giorni che lo incontrava per caso. Si misero a chiacchierare camminando piano.
Lui aveva qualche anno di meno, non molti, forse 4 o 5, sembravano due ragazzi che hanno vissuto molte stagioni di allegria e si sono ritrovati per fare una passeggiata. Mentre lei gli raccontava dell’ultimo film che aveva visto, si accorse che lui la stava ascoltando con attenzione e uno sguardo intenso. Non le capitava spesso, erano sempre tutti così affaccendati e distratti i suoi colleghi, i vicini, a volte perfino i suoi figli. E ora quell’uomo incontrato per caso, dall’aria gentile e le lenti da miope, la stava ascoltando sul serio, attento a quello che lei diceva, partecipe anche con il corpo, proteso verso di lei, anche lui in ascolto.

Il sole era calato.
Camminare le faceva bene, sentiva l’energia circolare, darle calore, nutrirla.
Si fermarono a guardare la vetrina di un antiquario.
Risero alla vista di una strana sedia con un buco per orinare, della fine del 500.
E poi risero ancora vedendo due ragazzi che si baciavano su una panchina, lei totalmente abbandonata fra le braccia di lui come una bambina piccola. In due potevano avere trent’anni. All’improvviso lei si accorse di non provare più quella sensazione, quel dolore di orfana che aveva provato lancinante nella piazza.
Lui le disse: ”Se vuoi venerdì possiamo andare al cinema a vedere quella rassegna di film spagnoli. E poi magari al cinese.”
“Il cinese no, poi mi viene mal di testa. Il ristorante greco ti va bene?”
Lui l’accompagnò fino al portone e prima di andarsene le strinse la mano.
Quando entrò in casa, si tolse il giaccone e andò a specchiarsi in bagno. Aveva lo sguardo limpido e la pelle colorita, forse per il freddo… Si fece un sorriso, grande, di complicità e gratitudine.
Poi andò in cucina a prepararsi la cena. La domenica era finita.
Pensò alla piazza e a Jan che l’attraversava insieme a lei.
Era un pensiero luminoso.
Era un pensiero che la riscaldava.




 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:04 )
 

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