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Claudia Avitabile Macciò - alle fronde dei salici PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 09:57

 

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ALLE FRONDE DEI SALICI…

di Claudia Avitabile Macciò
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006




Lei avrebbe detto che eravamo in un meriggiare pallido e assorto, ma per me era il primo giorno d’estate, caldo, sfrontato, angosciante.
All’interno dell’ambulanza il bianco accecava e in tutto quel bianco spiccavano la sua figura esile, gli occhi sbarrati dalla paura e i denti digrignati per la disperazione. Lei che era capace veramente di parole, lei che sapeva scrutare se stessa e gli altri, continuava a ripetermi una frase che allora non capii, che oggi solo vagamente comprendo: “Lo sapevo che sarebbe finita così!”
Ma come era cominciata? quale contorto destino mi aveva condotta in quel luogo e soprattutto in quel ruolo?
Ero una bambina quando i miei genitori mi comunicarono di aver scelto la mia madrina di cresima e di aver scelto proprio quella signorina austera e timidissima al cospetto della quale mi sentivo sempre a disagio.
Quando la mamma mi portava in visita da lei, prima venivo pesantemente catechizzata: “…saluta bene, non interrompere i grandi quando parlano, non chiedere nulla e soprattutto  non scegliere il pasticcino più grosso, ma prendi quello più vicino…”. Imprigionata nell’abitino bello, aggiogata come un cavallino da fiera, andavo in visita senza protestare perché ero una bambina obbediente, ma con un fastidio e un disagio che ancora oggi mi raffreddano l’anima. E le cose non erano poi molto diverse quando andavamo a trovarla in campagna: sotto il grande salice che troneggiava in giardino avrei potuto giocare con il pietrisco e invece dovevo stare seduta e zitta, soprattutto dopo quella volta in cui, per dimostrare la durezza del carapace, ero salita su Gertrude, la sua amata tartaruga, suscitando le occhiatacce di mia madre e la sua mal celata stizza.
Perché volermela dare come madrina? e soprattutto perché impormela, dopo che mio padre aveva sempre detto che avei fatto la cresima da adolescente per scegliermi da sola la madrina? Voglia di donare a lei tanto sola un affetto o voglia di assicurare a me qualche bel dono da parte di una persona benestante?
Tuttavia durante la cerimonia della mia cresima, come accettai di farmi soldato di una fede che solo in parte condividevo, così accolsi lei e lentamente passai dal timore al rispetto all’affetto, dall’estraneità, alla conoscenza, all’affiatamento.
La Signorina Felicita, così l’avevano soprannominata le sue alunne, aveva cultura e cuore, ma la ferrea educazione impartitale dal padre militare, l’indifferente superficialità ostentata dalla madre, le fastidiose attenzioni di un giovane attendente per lei bambina, avevano raggelato il suo animo. Sotto l’apparenza sterile era rimasto un seme ancora in grado di germinare al tepore del mio parziale, discontinuo affetto; a volte, però, sulla tenera piantina ripiombava il ghiaccio di lontani rimpianti, l’ombra di una pesante solitudine e io provavo la stizza dei giovani, che si credono onnipotenti di fronte all’incapacità di alleviare le altrui sofferenze.
Non so se alle fronde del salice del suo giardino, ma certamente da anni il suo cuore aveva appeso le cetre alle fronde dei salici ed era diventata incapace di gioire e solo nel remoto passato ritrovava sprazzi di vita, seguiti da macigni di ancor più tetra malinconia.
Eppure alcune sue frasi hanno segnato e segneranno la mia vita e con la loro cosmica mestizia sono riuscita a darmi conforto.
Quelli erano per me anni difficili: ero cresciuta all’ombra di mia madre, le sue fronde mi avevano dato sicurezza, avevano spezzato la violenza della pioggia e fermato la ferocia del sole, ma ora non riuscivo più a crescere in quell’ombra e superare in altezza quell’albero mi era impossibile. La sottomissione non c’era più e l’indipendenza non c’era ancora, bisognava cercare altrove uno spiraglio di luce e di vita e quella vergine signorina, mai stata madre, mai stata moglie, che ben conosceva la dolorosa condizione di figlia, riusciva ad avere per me la parola che squadra da ogni lato l’anima.
Amava Pirandello e Pascoli la Signorina Felicita; li amava e li conosceva, ma anche in questo era ingessata dalla castrante educazione subita. Perfino le poesie che aveva iniziato a scrivere erano costrette in una metrica rigida e sofisticata, attraverso la quale a mala pena riuscivano riconoscibili le persone e i fatti. Erano scritte a macchina le sue poesie, quasi che il pudore le impedisse di mostrare di sé anche solo la grafia.
Dove le avrà scritte? Nel salotto appesantito dai ninnoli e incupito dalle cornici d’argento o nella sua camera povera come quella di un soldato e austera come quella di una monaca? Nella sua cucina dove alla gioia che provava nel preparare i manicaretti seguiva la frustrante malinconia del non aver con chi condividerli?
A me piace pensarla così: sotto il salice del suo giardino, con un abito da casa insolitamente leggiadro, mentre le sue mani segnate dal lavoro nell’orto e mortificate da una pesante ustione da marmellata bollente, sotto la vetta della torre antica, mentre tornava una rondine al nido, godendosi la fatal quiete della sera, ricercava nella sua cultura classica versi di pace, parole di conforto.
E mentre mi cullo in questa immagine, ecco davanti a me un altro salice: l’ambulanza è giunta alla clinica: questo non è un salice che protegge, che ispira, questo è un salice che piange!
Io avevo intuito dalle parole dei medici e dalla cessata guardia dei parenti che ormai la morte le era vicina, ma lei questo lo sapeva dai dolori che la sfiancavano, dall’infezione che la divorava.
Non so se sono stata pietosa o falsa quando le continuavo a ripetere che non finiva nulla, che sarebbe guarita, che avemmo avuto altri momenti sereni, ma io volevo essere solo di conforto, volevo essere quella parte gioiosa di lei, aperta anche alla più irragionevole speranza, che negli ultimi anni mi ero impegnata a far rivivere.
Mentre aspettavamo davanti alla porta della rianimazione, una sua ex collega mi disse che da tempo la mia madrina aveva una cupio dissolvi e quasi mi venne da pensare che quel destino di sofferenza, di cattiveria, di incuria, patite senza reagire lei non lo avesse subito, ma in qualche modo ricercato. Questo mondo le era sempre stato ostile e lei non si era opposta. Come ebbe a dirmi una volta, aveva vissuto come uno che dall’esterno di un caffè scruta all’interno la serenità degli avventori che conversano al caldo e si bea della gioia altrui conscio di non poterla condividere.
Certamente ora lei non è in quella anonima e malinconica tomba di cemento che ha fatto costruire per i suoi cari, forse non è neppure nella luce di quel Dio che si è sforzata di ricercare con la mente, ma al quale non si è mai affidata col cuore. Le sarebbe piaciuto dissolversi tra i mandorli in fiore della Valle dei Templi o sotto il fico della casa dei Malavoglia, ma io credo che lei sia là, nel suo giardino rapinato dall’ingordigia e agonizzante nell’incuria, beata nel ripetersi sottovoce versi amati, nell’udire giunger di lontano l’eco della campana di Fiamminga, che scandisce l’inizio di un crepuscolo senza fine, mentre il vecchio salice fa esattamente ciò che lei aveva sempre chiesto al mondo: l’abbraccia senza toccarla.





 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:05 )
 

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