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Bruno Burdizzo - al passo del gigante PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 09:42

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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AL PASSO DEL GIGANTE

di Bruno Burdizzo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006





Allora, signorina, gentilmente, vogliamo riprovare? Grazie. Il numero è 07661112834. Anzi no no, scusi, 2438, non 2834, 2438. Aspetti, rifacciamo, sia gentile: 07661112438. Ecco. Fatto? Qui non si sente niente. È muto. Niente. Anzi no, aspetti, forse suona. Suona, si, suona, grazie signorina, lei è un angelo, davvero, grazie... Pronto! Pronto? Mi senti? Sono io, sono qui. Eh? Non sento niente, parla forte, mi senti? No, non chiamo dal cellulare, figurati se prende tra queste montagne! Come? No, tesoro mio, non ci penso neanche a rimettere giù! Ho preso la linea e non la mollo. La signorina, qui, gentilissima, avrà fatto il numero almeno dieci volte! Ti sento piano, ma ti sento. Tu mi senti? Come, perché grido? Perché non ti sento! Ah, tu mi senti bene? Ah, posso parlare piano? Ah, va bene, meglio, meglio. Perché, volevo dirti, stai tranquilla che la signorina qui peserà un quintale, ha due avambracci da marinaio e ha i baffi. No, non mi sente, ho chiuso la cabina. Sono nell'ufficio postale. C’è un linoleum che puzza di piscio di gatto che l’han lavato l’ultima volta nelle guerre puniche. Eh, niente, ti devo sempre descrivere tutto per filo e per segno? C’è una gran confusione di scatoloni, sacchi della posta, scartoffie, polvere e ragnatele. Come dici? Ah, fuori? Beh, fuori ci sono le montagne. Rupi, ghiacciai, un sole assassino, un gran vento, qualche vacca e capre. Non c’è neanche un albero, niente, solo sassi ed erba magra. Il villaggio? Sono quattro case di pietre e fango. Recinti, sentieri, qualche orticello sfigato e merde di vacca dappertutto. È un posto dimenticato da Dio. La gente? Mah, guarda, se escludiamo il sottoscritto, le vacche, le capre e le galline e qualche cane rognoso, le altre son bestie! Sì, anche la postina, te l’ho detto, sembra un orso! Gentilissima, sì, ma sembra un orso. Gli altri son pastori, gente che non sa neanche parlare, sputano e si soffiano il naso con le mani. Davvero, tesoro mio, non è stata una grande idea venire  quassù. Sì, ho capito che di lì la storia sembrava interessante. E anche la prospettiva di passare un po’ di tempo a prendere appunti per un romanzo ambientato in alta montagna sembrava una buona idea. Ma sono qui da una settimana, tesoro mio, e non ho scritto neanche una riga. Come, perché? Perché non c’è niente da scrivere. In una settimana non è successo niente. Niente di niente. E che scrivo? I baffi della postina? Il piscio di gatto sul linoleum? Come sarebbe, è un buon inizio? Dai, non prendermi in giro anche tu! Sì, coi carabinieri ci ho parlato. Giù nel paese, a Fondovalle. C’è un ufficetto squallido con un brigadiere che non c’è mai e un appuntato annoiato che si toglie le scarpe, dorme sulla scrivania e rutta mentre parla. Eh, niente, loro dicono che la gente scompare, i pastori vanno giù a far denuncia, loro prendono atto, fanno il verbale, e niente, così. Poi i pastori tornano su e basta. Ma lo sai quanto ci vuole di qui per andar giù a Fondovalle? Due giorni. Davvero. A piedi, si capisce, son duemila metri di dislivello su una mulattiera che se ti inciampi non ti trovano più! Si dorme in un grottino a metà strada. Lasciano sempre dell’acqua in un secchio arrugginito e del formaggio nascosto in un buco che lo trovi al fiuto anche dopo che ti sei tolto le scarpe. Come? Cosa dice la gente? Di che? Ah, delle persone scomparse? E che vuoi che dica? Dicono che c’era un tale su al Passo, e che a un certo punto non c’era più. Un certo Pieretto. Poi c’era Agostina, la moglie di un tipo senza denti e con un occhio solo, un certo Geppe o Peppe... Io dico che se ne sarà andata via con il Pieretto, ma dicono che no, che il Pieretto è brutto e squattrinato, mica come il Geppe che sarà anche senza denti e con un occhio solo, ma è un marcantonio d’uomo e ha sette o otto tra capre e pecore! Ah, quand’è così, dico io! E poi c’era la Maiala. È un soprannome. Una che è scomparsa il giorno del suo cinquantesimo compleanno. Io dico che se sei qui da cinquant’anni e ti chiamano la Maiala hai un buon motivo per scappare. Ma loro dicono che no, che non è scappata, che è una buona donna e il soprannome gliel’hanno dato per via della scrofa che tengono in casa lei e suo padre. Suo padre lo chiamano il Vedovo della Maiala perché era Maiala già sua madre buonanima, dicono. Insomma la Maiala figlia ha dato da mangiare alla scrofa e ai porchetti, ha dato il becchime alla gallina e un pezzo di pane secco al cane pieno di pulci che hanno nel cortile poi ha salutato il padre ed è andata su al Passo con la capra Bianchina. E nessuno l’ha più vista. Eh, niente, qui son rimasti il Geppe, quello con un occhio solo, il Vedovo della Maiala, la postina, e il Bagianni. Il Bagianni lo chiamano così perché ha la barba e sembra un uccellaccio notturno. È un omaccione con la faccia piatta e mezzo metro di barba quasi bianca. Lo vedi sempre in giro solo di notte, con il rosso del pezzo di sigaro acceso tra la barba bruciacchiata. Esce che è già buio e rientra che non è ancora chiaro. Nessuno l’ha mai visto alla luce del giorno. Di solito vedi solo il suo faccione illuminato dal fuoco del sigaro e nient’altro. Parla da solo, dice stupidaggini, è mezzo matto. Una volta gli ho parlato, ma è matto da legare, mastica il tabacco e ti sputacchia in faccia mentre parla. Dice che tutti spariscono su al Passo, perché su al Passo c’è un gigante. Una bestia d'uomo alto quattro metri con certe manacce così. Dice che se li è mangiati lui, quelli scomparsi. Così dice il Bagianni con uno sguardo da gufo, e succhia il frammento di sigaro che tiene in bocca finché gli si infiamma la faccia. Fa paura davvero. Insomma, tesoro mio, io non ne posso più. Senti, fammi una cortesia che qui col telefono son messo male, chiamalo tu il mio agente, il numero lo trovi sul computer. Gli dici che a questo libro io ci rinuncio e che domani vengo giù. Lui ti farà delle storie, lo so, dirà che ha preso accordi con l'editore per un romanzo di ambientazione popolare, in alta montagna, una storia misteriosa di antiche leggende, ma io qui che m’invento? Questo posto è un incubo! Digli... sì, digli che ho già in mente un’altra storia. Un noir metropolitano. Gente che scompare nell’ascensore di un grattacielo. Digli così. Poi domani vengo giù e me la vedrò io con lui, ma tu comincia a dirglielo, che si prepari all’idea. Grazie, tesoro, grazie. Sei un tesoro. Senti, ora vado, si sta facendo buio. Eh, niente, mangerò qualcosa, il solito formaggio fetente e un pezzo di pane di gomma... poi andrò a dormire. Dove vuoi che vada? al cinema? Ti saluto tesoro mio, ci vediamo tra qualche giorno. Eh, due giorni per scendere a fondovalle, poi prendo la macchina e in un niente sono lì. Ci vediamo martedì o mercoledì. Ciao, tesoro, un bacio, ciao, ciao, ciao. Come? Va bene. Va bene tesoro, ti chiamo domani da Fondovalle. Va bene. Ciao ciao ciao ciao.

Pronto! Pronto? Sì, sono io, ciao. No, ti chiamo da Fondovalle, son qui dai carabinieri. Eh lo so che ti dovevo chiamare qualche giorno fa, ma qui son successe delle cose. Cioè non qui, su al Passo del Gigante. Sì, no, io adesso sono qui, al paesino di Fondovalle, dai carabinieri. C’è l'appuntato qui gentilissimo che fa il verbale e mi ha lasciato telefonare. No, il brigadiere non c’è. Eh, niente, ne avrò ancora per un po’, c’è il verbale, la testimonianza, il sopralluogo... Sì, l'appuntato qui dice che dobbiamo aspettare il brigadiere, non so. Ma no, guarda, io non vedo l’ora di tornare a casa, è solo che sai, qui la gente scompare di punto in bianco. L’altra sera, dopo che ti ho chiamata, dall'ufficio postale, esco dalla cabina e nell’ufficio non c'è nessuno. La postina non c'è più. Aspetto un po’, devo pagarle la telefonata, e poi anche per gentilezza! Aspetto mezz’ora, ma niente. Non si fa vedere. Sparita. Allora esco fuori, è già buio pesto. Non c’è la luce elettrica. Nelle case hanno candele, ma non c’è più nessuno nelle case! Buio pesto. Vado avanti a tentoni verso dove mi sembra dovrebbe esserci l’angolo della casa dove mi hanno ospitato in questi giorni, la casa del Pieretto scomparso, e improvvisamente mi prende un colpo. M’imbatto, appena sbucato dietro l'angolo, in una roba pelosa e muscolosa che puzza di sudore di capra. Non c’è più nessuno! dice con una voce da far paura. E vedo la fiamma del sigaro illuminare il rosso faccione barbuto del Bagianni. Li ha presi tutti! dice sgranandomi quegli occhi da gufo matto. Dice: è sceso dal Passo, e li ha presi tutti! Geppe per primo, e poi la postina, e il Vedovo della Maiala! Siamo rimasti solo io e te! dice il Bagianni e succhia il sigaro in una vampa. E poi aggiunge: ma prenderà anche noi! Io ti giuro, tesoro, che me la son fatta sotto davvero. Mi son fatto prendere dallo spavento, e che dovevo fare? Questo qui è un matto, mi sono detto. Questo qui è lui che li ha fatti fuori tutti quanti. E chissà dove li ha nascosti! Questo qui mi stava aspettando. Io non vedo niente, ma lui ci vede, nel buio, questo barbagianni! Allora cosa vuoi che faccia? Mi chino, trovo un sasso, un sasso bello grosso pieno di spigoli che mi riempie tutta la mano e, con la forza della disperazione, mi tiro su e faccio girare il sasso nel vuoto buio intorno a me aspettandomi di colpire un fantasma che non c’è, convinto di trovare solo l'aria. E invece bam! L’ho preso in pieno. L’ho sentito andare giù pesante, per terra, mentre il sigaro rotolava spegnendosi in una scintillata. cosa vuoi che ti dica? È andata così. M’ha preso la paura! Non son stato lì a guardare! Ho cercato di capire se l’ho ammazzato, mi son messo a cercarlo a tentoni nel buio, a quattro zampe, che la botta aveva buttato giù anche me. Ma niente. C’erano solo sassi e merda di vacca. Niente. Scomparso anche il Bagianni. Allora ho preso il sentiero al buio cercando di venire giù col rischio di saltare in un crepaccio. Non so come, ma ce l'ho fatta. Ho camminato tutta la notte, tesoro mio, e tutto il giorno. Non mi son fermato nemmeno al grottino, niente, tant’era la fretta. E adesso sono qui. Adesso va bene. Sì, sto bene, spaventato, ma insomma. No, adesso qui finisco le formalità coi carabinieri, aspetto il brigadiere, poi dovrò tornare ancora lassù. Su, al Passo del Gigante. Eh, per forza, tesoro mio, bisogna capire, fare un sopralluogo. Potrei anche averlo ammazzato, quel matto. Io non credo, per me se l’è squagliata e sono vivo per miracolo. Ma bisogna che andiamo su, che cerchiamo di capire. Sì, tesoro mio, certo che ti faccio sapere. Sì, ti chiamo, non stare in pensiero. Se sparisco vuol dire che m’ha preso il gigante. Ma no, scherzo, dai! Tesoro, ti chiamo presto. Vedrai che per il fine settimana magari arrivo. Ciao, tesoro, un bacio, ciao ciao ciao ciao.
Uff! Signorina, gentilmente, se per caso dovesse arrivare qualche telefonata per me, mi faccia il piacere: dica che sono scomparso in circostanze misteriose. Ma dico io, che vitaccia! Cosa si deve inventare un povero scrittore per starsene un po’ tranquillo in montagna, lontano da un agente invadente e da una moglie rompiscatole!







 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:06 )
 

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