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Antonella Filippi - una passione PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 09:29

 

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 


UNA PASSIONE

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006





Le passioni sono legate ai sensi.
Così come l’amore viene dall’odorato, la scultura dal tatto, la musica dal gusto, la lettura dalla vista, la scrittura deriva dall’udito: qualcosa, di quello che ascoltiamo tutti i giorni, all’improvviso si trasforma in spunto di scrittura, tradotto da un “terzo orecchio”, che suggerisce possibili trame.
Il “terzo organo” è l’intuizione, che non lavora in modo lineare, ma procede per salti, riconfigurando molti frammenti in un tutto unico.
Anche la paura viene dal gusto e la passione per la paura mi aveva fatto scegliere un mestiere inconsueto: lo scrittore di libri dell’orrore.
Se guardate bene l’orrore è dovunque. La natura è piena di paura per tutte le sue creature: artigli che si piantano nella carne, zanne che strappano le viscere, veleno che paralizza lentamente, spire che stritolano le ossa.
Gli umani possono permettersi di ritenere idilliaca la natura solo perché sono alla fine della catena alimentare.
Ma, in fondo, ciascuno di noi ama solo ciò di cui ha esperienza: per questo amiamo la paura, proprio perché sappiamo che la sicurezza non esiste e che la nostra vita, così come quella di un’effimera, è appesa a un filo.
Forse è perché, anche dentro di noi, regnano la paura e la morte: nessuno mi ha mai potuto convincere che il batterio smembrato da un macrofago o avvelenato da un linfocita non provi terrore o non tema la fine.
E allora abbiamo inventato modi per far vivere la paura: la guerra, e il sudore freddo del terrore che stimola la produzione di adrenalina, e quando e dove non c’è la guerra, abbiamo trovato il modo di spaventarci ugualmente, con libri, film e videogiochi.
Come se non bastasse, anche l’informazione di tutti i giorni trasuda paura: articoli e servizi televisivi dipingono in modo sottile ogni diversità come pericolosa, e in definitiva piena di aspettative di spavento. Tutto ciò che si allontana da quello che per convenzione riteniamo sicuro, accertabile, che non necessita di ulteriori verifiche, ci rassicura, ma ciò che si allontana anche solo di poco stimola un tremito di allarme che mette spesso in moto tragiche catene di avvenimenti.
Peggio della paura di qualcosa di tangibile, è il sottile timore di qualcosa che non vediamo e l’immaginazione è la nostra migliore alleata.
Per questo i miei libri hanno avuto un certo successo.
Ho sempre cercato di suggerire con le parole l’orrore quotidiano, il rapido ribaltamento di tutto ciò che chiamiamo “certezza” per togliere la crosta che nasconde la ferita e mostrare il ribollire dell’inferno. Per fare questo, all’inizio, ho dovuto impormi di pensare in modo opposto a quanto è considerato normale, fino a quando questo atteggiamento mentale è diventato un’abitudine, una nuova normalità. I miei libri migliori sono nati in quel periodo.
Ero solito frequentare anche le biblioteche e le vecchie librerie, e avevo iniziato a viaggiare, per scoprire se ciò che terrorizza ha basi comuni e se il timore del dolore sia l’unico comune denominatore.
Durante questi viaggi, di solito in zone poco battute dal turismo, avevo cominciato a uccidere.
Non che fosse la prima volta e nessuno di voi creda di essere esente: anche se non imbraccia il fucile o un pungolo elettrico, pure mangia tutti i giorni i prodotti di una violenza. E forse non ammazza mosche, zanzare, ragni, scarafaggi, vermi, serpenti, quando li vede?
Questa sensazione la conoscevo, avevo visto il lento spegnersi degli occhi di un passero o di una talpa catturati da un gatto, o di un cane lasciato a dissanguarsi sul ciglio di una strada.
Ma l’eccitazione lieve che mi avevano dato le prime osservazioni a poco a poco era scemata.
Così, durante i viaggi, quando era stato possibile, avevo ucciso vecchi, ragazze, bambini, per vedere il sorgere della comprensione, l’inizio della paura, il tentativo di sfuggire all’orrore.
Poco di quello che avevo scoperto mi era sembrato nuovo, fino a quando, per caso, la mia vittima, una vecchia haitiana sdentata, si era comportata in modo diverso. Nella capanna buia per un attimo la paura le aveva raggrinzito il viso, poi, come rassegnata al suo destino, mi aveva guardato con odio e iniziato a cantare una litania che sembrava un lamento funebre. Avevo pensato che fosse un rituale indigeno per prepararsi alla morte e avevo lasciato che arrivasse in fondo, prima di tagliarle la gola.
Qualche notte dopo, però, ero morto.
O almeno era quello che credevo, poi mi ero svegliato.
L’improvviso risveglio mi aveva reso felice, avevo pensato a un greve sogno, a una febbre improvvisa, e avevo tirato un sospiro di sollievo.
Mi ero accorto a poco a poco, però, di non aver respirato affatto.
Avevo cercato di gridare, ma non una parola era uscita dalla mia bocca.
Tutto intorno era buio, tanto che avevo pensato di essere diventato cieco.
Avevo tentato di muovere una mano, per toccarmi gli occhi, ma non un fremito aveva percorso le mie braccia.
Poi avevo compreso di essere morto davvero e che la litania della vecchia non era un lamento funebre, ma una maledizione.
E la maledizione riguarda la mia mente, non il mio corpo.
Il corpo è morto, si sta decomponendo, ma la mia mente non si dissolverà, resterà viva e cosciente oltre lo sfacelo della carne.
Come in un accesso febbrile, il terrore mi fa tremare, per poi abbandonarmi in uno stato di semi-incoscienza. Cerca di ingannarmi, prendendosi gioco di me, pervadendomi fino a farmi stare male.
E poi, il vuoto: l’unica cosa che permane all’interno della mia mente è la traccia indelebile del terrore, che mi rende schiavo di quello che si cela nell’ombra, di ciò che, pur non potendo esserci, nella mia mente c’è.
È questo l’orrore finale?
Non lo so, ma avrò l’eternità per scoprirlo.





 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:08 )
 

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