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Alessio Cecchin - far ways PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 09:24

 

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FAR WAYS

di Alessio Cecchin
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006





Erano passati quattro anni standard dalla colonizzazione di FW4, ora sulla sua superficie vivevano quasi 20.000 coloni nelle tre basi minerarie fondate sul pianeta. Finalmente a FW4 era stato assegnato un nome vero e proprio. Quando questo avveniva spesso si ufficializzavano i soprannomi adottati nel frattempo dai primi coloni: non di rado, chiaramente, si trattava di nomi scherzosi, ispirati ad alcune caratteristiche intrinseche del pianeta stesso. Per FW4 era stato proprio così: ora in tutta la Federazione sarebbe stato ufficialmente noto come Far Ways.
Far Ways era effettivamente distante da qualunque altra colonia federale ed era caratterizzato dalla più lunga estensione stradale di qualunque altra colonia esistente. Il motivo era drammatico, ma banale: la gravità di Far Ways era quasi 2 volte quella terrestre. In un ambiente di questo tipo i residenti erano costretti, per motivi di salute, a periodi di riposo di almeno tre mesi in orbita a gravità zero per ogni anno di permanenza sulla superficie. Se Far Ways avesse avuto un’atmosfera, tuttavia, non sarebbe stato tanto oneroso far volare mezzi aerei. Di fatto, invece, si trattava soltanto di un’enorme, preziosa miniera in orbita intorno al proprio vecchio Sole.

Paul Glenn era un giovane ingegnere minerario e considerava la sua lunga permanenza in quel sistema come la propria gavetta. Era arrivato con la primissima nave di colonizzazione; in precedenza sul pianeta erano atterrati soltanto gli esploratori.
Inizialmente ci si spostava tra i vari siti minerari a bordo di pesanti e lenti mezzi cingolati. In questo modo, spesso, per raggiungere la propria destinazione potevano servire diverse settimane di viaggio e per i luoghi più remoti potevano necessitare addirittura dei mesi.
Glenn aveva visto nascere, con sua notevole gioia, le prime strade di cemento, i mezzi erano diventati più confortevoli e i viaggi più rapidi. Ma ciò non toglieva che si finisse per impiegare giornate intere di viaggio per trasferirsi da una colonia all’altra, o da una colonia a un particolare sito minerario.

Imprecando mentalmente Glenn si sistemò sull’enorme poltrona imbottita a lui assegnata a bordo dell’autobus. Sapeva che, trascorse le prime venti ore, avrebbe iniziato a odiarla. Se già è complicato dormire quando pesi 150 chilogrammi, è ancora peggio quando lo devi fare su un mezzo che viaggia alla velocità di crociera di 250 chilometri all’ora.
I passeggeri erano appena in cinque e nessuno di loro sembrava dell’umore giusto per dedicarsi alle relazioni interpersonali: se ne deduceva che ciascuno di loro aveva sulle spalle l’esperienza di almeno un viaggio sulla superficie di Far Ways. Le dimensioni del mezzo erano pensate per ospitare i viaggiatori anche per un intero mese consecutivo. Inoltre, vi erano tutte le strutture per il mantenimento vitale: in pratica si trattava di una piccola astronave su gomma.

Dormire per le prime dieci ore di viaggio era facile, sopratutto se la sera prima avevi avuto la lungimiranza di ubriacarti. Dopo sarebbe diventato più difficile. Ora che il viaggio era in corso da venti ore e i piloti si erano dati il cambio per almeno tre volte, il gruppo iniziava a prendere confidenza. I due piloti si chiamava Ben Falk e Nathan Cole. L’altro ingegnere si chiamava Julia Manila e faceva parte di quel 20% della popolazione di sesso femminile che popolava Far Ways. Infine Gordon Pole era un ragioniere contabile, molto schivo. Contrariamente a quanto immaginava Glenn all’inizio, Pole era al suo primo viaggio sul pianeta. Falk, in compenso, era estroverso anche per Pole: quando non era ai comandi dell’autobus era impegnato a inventare filastrocche assurde sui suoi compagni di viaggio, approfittando, preferibilmente, dell’assonanza dei cognomi di Cole e Pole.
Glenn e la Manila, avendo una formazione comune, era naturale che non disdegnassero le discussioni professionali e accademiche. Al contrario di Glenn, tuttavia, Manila aveva una conoscenza più scientifica che industriale ed era letteralmente conquistata dalle lunghe, tortuose gallerie scoperte di recente in alcune miniere.
- Qualcuno ha addirittura pensato che potessero essere state scavate. Ma da chi? Non c’è vita su questo pianeta, e il diametro dei tunnel non è mai superiore ai venti centimetri. Inoltre bucano indistintamente strati basaltici, granitici...
Glenn finiva addirittura per annoiarsi di quei discorsi: il suo compito era scavare pozzi minerari assicurandosi che non crollassero addosso ai robo-minatori, valutare il carico che i puntelli potevano sostenere e stop. Il Sacro Fuoco della Scienza lo aveva abbandonato un anno e tre mesi dopo il suo arrivo a Far Ways quando aveva dovuto abbandonare la comoda stazione orbitante per tornare sulla superficie di quel dannato pianeta per la seconda volta dopo la pausa di riposo.

Un segnale sonoro lo avvisò dell’arrivo di un messaggio personale. Rispose con prontezza, felice di sottrarsi a quel noioso discorso.
- Paul, sono Lance. Qui è arrivata una richiesta della Compagnia per un carotaggio dalle tue parti, lì dove dovrebbe essere il tuo autobus in questo momento. Se avete con voi l’attrezzatura potremmo risparmiare un paio di giorni buoni...
“E soprattutto tu ti risparmieresti un viaggio fino a qui, caro Lance”, non poté evitare di pensare Glenn.

L’attrezzatura effettivamente c’era, e la possibilità di interrompere il tran tran del viaggio impedì che venissero sollevate obiezioni da parte dei compagni. Oltre tutto, anche gli altri erano alle dipendenze della Compagnia Mineraria Spaziale che aveva commissionato il sondaggio e, infine, se mai fosse stato trovato qualcosa di interessante, si sarebbe potuta fondare in quel punto una quarta colonia che, tra qualche mese, avrebbe reso meno monotoni viaggi come quello.

Glenn e Manila indossarono le tute pressurizzate. Manila non pareva in imbarazzo nel mostrarsi in biancheria intima nonostante un fisico come il suo fosse una vera rarità su quel pianeta sperduto. Glenn non poté evitare di lanciare uno sguardo alla pelle scura e liscia della schiena e delle gambe.

Guardando da fuori attraverso il vetro schermato dell’autobus Glenn poteva intravedere appena le sagome degli occupanti che stavano osservando lui e Manila lavorare sulla superficie esterna. Fissarono la piccola trivella al plasma con quattro tasselli e attivarono il dispositivo. Glenn percepì soltanto una forte vibrazione sotto ai suoi piedi, la vibrazione si attenuò fino a scomparire nei successivi venti minuti, quindi tornò in superficie il lungo tubo telescopico contenente la prima “carota” di due metri. Vennero prelevate altre cinque carote in altrettanti tubi a profondità diverse prima che i due rientrassero sull’autobus.

In tutta calma le carote vennero classificate -la cucina era stata attrezzata a laboratorio di fortuna- Glenn si occupò delle quattro pagine di scartoffie elettroniche da riempire secondo i regolamenti. Nel frattempo l’autobus aveva ripreso il proprio viaggio.

Glenn osservò perplesso Manila che stava ora aprendo la prima carota.
- Ehi, che fai? A noi è stato soltanto chiesto di prelevare i campioni!
- Andiamo, non sei curioso di scoprire perché la Compagnia all’improvviso è interessata a questa zona?
Glenn avrebbe potuto rispondere in maniera sgradevole a quella domanda, ma preferì stare in silenzio. La Compagnia non sceglieva certo a caso le zone da sondare: la rete satellitare di Far Ways, oltre a permettere di comunicare da un punto all’altro del pianeta, era dotata di alcuni sofisticati sensori puntati sulla superficie proprio per identificare i punti geologicamente interessanti.

La prima carota non aveva nulla di particolare, riconobbe alla prima occhiata alcuni strati, altri sarebbero stati da analizzare in laboratorio per capire esattamente di cosa erano composti. La seconda carota era spezzata a un terzo della sua altezza complessiva.
- Guarda! Si trattava certamente di un tunnel!
Glenn aveva già avuto occasione di osservare quel fenomeno: solitamente dove si trovava un tunnel se ne trovavano di lì a poco molti altri. Qualunque cosa li producesse pareva localizzata in alcuni punti specifici, interessando un volume totale di roccia anche di diversi chilometri cubici.
Glenn sbuffò: probabilmente le altre carote erano frantumate peggio di quella, complicando la classificazione che sarebbero stati costretti a rivedere, ora che avevano aperto i campioni.

La terza carota, infatti, era composta da almeno dodici grossi frammenti e di una cinquantina di schegge. Alzò lo sguardo al cielo.
- Guarda questo!
Svogliatamente il suo sguardo tornò su un frammento di forma insolita. Pareva una grossa patata dotata di una serie di bozzi e protuberanze. Manila si avvicinò per prenderla in mano, ma appena la sfiorò trasalì spaventata.
- È... è... morbida!
Glenn si chiese se fosse uno scherzo. Avvicinò a sua volta una mano, ma trasalì anche lui.
- Ma che... trema!
Ciò che accadde dopo venne interpretato da Glenn come un bulbo di quel frammento che saettava verso l’alto, compiva una parabola e si richiudeva al suo posto.
Glenn indossò nuovamente i guanti della tuta. Il triplo strato di kevlar lo faceva sentire al sicuro. Le mani guantate tornarono sul frammento e lo sollevarono da terra. Un bulbo più tozzo si sollevò ancora e Glenn strabuzzò gli occhi quando gli parve di intuire la forma di un becco!
- Non è possibile!
Era Pole dalla porta della cucina ad aver parlato. Dietro di lui anche Falk osservava la scena.
- Che cos’è quella roba!?
- Credo si tratti dell’autore dei tunnel.
Manila lo osservava soddisfatta, il volto a quaranta centimetri di distanza da quella... creatura?
- Sembra un gargoyle... - disse Pole
- Non mi interessa a cosa sembra. Bisogna buttarlo fuori subito!
Le parole di Falk finirono in un urlo allarmato. Ma Manila pareva non farci caso.
- Guardalo! È in stato di shock, e lo capisco! Ecco qui: gli abbiamo tagliato la coda di netto, vedi?
Glenn non poteva vedere il punto indicato da Manila, dietro ai guanti ingombranti. Se lo avesse visto avrebbe potuto descriverlo come qualcosa di simile alla sezione della coda di una lucertola. I tessuti di quella creatura erano morbidi e, visti all’interno, ricordavano una sorta di pasta minerale. Non sanguinava affatto.
- Se questo... coso è in grado di scavare la roccia è anche in grado di bucare lo scafo dell’autobus! Ripeto e ordino di buttarlo fuori subito!
I timori di Falk erano tutt’altro che infondati, ma prima che chiunque altro potesse dire la sua, il gargoyle si divincolò rivelando una forza inaspettata e cadde a terra. La creatura parve prendere a testate il pavimento di metallo, ma al secondo tentativo rinunciò rintanandosi sotto ad un mobile della cucina. Sul pavimento erano rimaste le tracce di due violente beccate.

Nel frattempo Cole aveva fermato nuovamente l’autobus ed era arrivato giusto in tempo per vedere, senza comprenderla, la scena della fuga.
- Ohccazzo.
Glenn lottava per non farsi prendere dal panico. Qualunque professionista dello spazio, per quanto giovane, impara presto, e sulle proprie spalle, che su un pianeta alieno panico coincide a morte.

Cole, dal canto suo, non era interessato a che cosa aveva causato quel trambusto, era invece consapevole di cosa sarebbe successo agli occupanti dell’autobus qualora vi fosse stata una decompressione violenta dell’abitacolo.
- Voglio quella cosa fuori di qui subito. - disse con tono militare. Poi puntò lo sguardo su Glenn - Indossate i guanti delle tute e datevi da fare.
Tutti i passeggeri annuirono.
- E ricordatevi che il vantaggio della sorpresa ce lo siamo già giocato - disse torvo Glenn.
Solo Manila si sentiva di replicare, rivolta a Cole.
- Ma ti rendi conto che questo è il primo contatto che abbiamo con un essere vivente di questo pianeta? Dovremmo tentare di... comunicare!
- Signorina Manila - rispose freddamente Cole - si rende conto di cosa accadrebbe a questo autobus se...
Glenn smise di seguire il dibattito tra i due per dedicarsi al mobile della cucina. A suo parere Cole stava perdendo tempo prezioso a discutere. Glenn, con l’aiuto di Falk e Pole, spostò il pesantissimo mobile. Ma alla fine lo attendeva una sgradevole sorpresa: la parete laterale di plastica risultava bucata!
- Spostate gli altri mobili, presto! È passato dall’altra parte!
Falk e Pole iniziarono a darsi da fare. Cole, liberatosi di Manila, seguiva le operazioni. Tutti tendevano le orecchie cercando di captare una eventuale nuova beccata del gargoyle. Passarono lenti i minuti, i mobili vennero spostati a uno a uno, ma della creatura nemmeno l’ombra!
- Che cosa facciamo adesso?
- Non possiamo permettere che quella creatura resti a bordo!
Improvvisamente si sentì un altro colpo secco.
- Viene dalla cabina di pilotaggio!
- È impossibile! Sono sicuro di aver chiuso la porta! - si giustificò Cole, rendendosi conto subito dopo di aver detto una stupidaggine.
Udirono un secondo colpo. I quattro uomini si precipitarono fuori dalla cucina. La porta della cabina, tuttavia, era perfettamente integra. La spalancarono e si immobilizzarono lì dov’erano.

Intorno all’autobus decine di esseri simili al gargoyle avevano preso d’assedio il mezzo. Alcuni di essi si erano tuffati contro il vetro isolante antisfondamento dell’autobus. E lo avevano incrinato. Nonostante l’agitazione Glenn poté finalmente vedere chiaramente quelle creature, erano lunghe una cinquantina di centimetri, smilze. Si reggevano su due zampe, avevano una postura leggermente inclinata, equilibrata dalla lunga coda. E un muso schiacciato, apparentemente privo di occhi e dotato di un grosso becco. Le zampe anteriori erano sottili, parevano atrofizzate.
Un altro di essi si avventò sul vetro.
- Cosa vogliono da noi!? - chiese Pole in evidente stato di agitazione.
- Riprendere il compagno, immagino - rispose Falk.

Manila nel frattempo aveva raggiunto il gruppo. In braccio, e senza guanti, trasportava la creatura clandestina.
- L’ho trovato io, e sta male!
In effetti dal becco della creatura uscivano frammenti bluastri di plastica.
- Le pareti dei mobili della cucina! - disse Glenn.
- Vuoi dire che non li ha semplicemente bucati, ma li ha mangiati!?
Pole era in stato di panico. Glenn sapeva che su di lui non avrebbe più potuto fare alcun affidamento.
- Che facciamo?
- Dobbiamo riconsegnarlo.
- E se volessero vendicare il compagno?
Glenn guardò torvo Pole.
- Abbiamo alternative?
- In ogni caso non è in grado di abbandonare la camera di compensazione da solo. Uno di noi lo deve accompagnare fuori. - sembrava che Manila avesse ripreso il senso della realtà, pensò Glenn.
- Cosa succederà se una di quelle creature colpirà la tuta del volontario?
- Prega che non accada!
Ancora un colpo.
- Non c’è tempo per pensare. Vado io!
Glenn era nella camera di compensazione. In braccio teneva lo strano clandestino, pareva svenuto.
Mentre attendeva la luce verde udì almeno due colpi netti, attutiti dall’aria sempre più rarefatta. Quindi attivò la serratura di uscita.

Lungo la strada, intorno a lui, vi erano almeno un centinaio di creature. Immobili sembravano osservare nella sua direzione.
Glenn uscì dall’autobus, fece un paio di passi e appoggiò lo sfortunato gargoyle sul cemento della strada.
Da un punto imprecisato del gruppo di fronte a lui una creatura saltò avanti nella sua direzione. Spaventato Glenn si trasse indietro. Fece in tempo a scorgere una seconda creatura fare altrettanto prima di cadere di schiena contro la rampa dell’autobus. Il suo ultimo pensiero fu “Panico equivale a morte”.

Glenn si risvegliò con l’ormai familiare sensazione di pesare 150 chilogrammi - e la drammatica sicurezza che era proprio così. L’ambiente in cui si trovava aveva il tipico aspetto e il tipico odore di ospedale. Di fianco a lui riconobbe Falk.
- Per una semplice commozione cerebrale hai dormito a lungo, Paul.
- Che cosa e successo?
- I Gargoyle si sono avvicinati al nostro amico e lo hanno... soccorso, credo. Tu però eri già caduto all’indietro prima che questo accadesse.
- E gli altri?
- I Gargoyle hanno smesso di attaccarci. Ti abbiamo recuperato e siamo ripartiti verso la nostra destinazione. Gli altri arriveranno qui a breve. Nelle ultime ventiquatt’ore ci siamo dati i turni per vegliarti.
Glenn si riaddormentò a breve, aveva la testa che girava. Quando si svegliò nuovamente le facce ormai familiari dei quattro compagni lo guardavano sorridenti.
- Eccovi qui - Glenn si sentiva meno stordito di prima, tentò di fare un commento intelligente - Ora a Far Ways avremo bisogno anche di biologi.
- Io lo sono - disse Manila sorridendo - e sono stata la prima a poter esaminare una creatura vivente basata sul silicio! Mangiano rocce e vivono ad almeno cento metri di profondità sotto la superficie del pianeta in vere e proprie città! Le ho battezzate Gargoyle!
- Ora capisco molte cose! - Ridere causò una intensa fitta di dolore alla testa di Glenn - è incredibile che per una semplice caduta...
- Beh, non è stata solo la tua caduta, Paul - confessò Falk - Come ti ho detto poco fa abbiamo dovuto venirti a riprendere, ma la tua testa ingombrava la rampa d’uscita. E così… abbiamo prima dovuto richiuderla... scrollandoti a terra una seconda volta. Sai, con la tuta addosso pesavi 220 chilogrammi…





 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:08 )
 

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