Home Archivio News-Eventi Alessandra Gallo - poi passa
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
Alessandra Gallo - poi passa PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 1
ScarsoOttimo 
cassetto degli articoli - armadio degli articoli
Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 09:18

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


Hai letto questo testo di Scritturalia?

Esprimi il tuo apprezzamento, da scarso a ottimo.
Non è un concorso. Non c’è nessun premio. Tu e l’autore non vincerete nulla.
Perché votare allora? Semplicemente perché il tuo giudizio di lettore anonimo,
onesto, schietto e disinteressato, potrà essere utile all’autore.
La tua disponibilità a un semplice click come stimolo per lo scrittore/scrittrice
a ripensare e a migliorare la propria scrittura…

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

LOGO
Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 


POI PASSA

di Alessandra Gallo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006




Sarina è seduta sul letto. Ha tolto le scarpe perché i piedi le fanno male. Sono anche un po’ gonfi a causa del caldo e di tutte quelle ore in piedi al matrimonio del nipote. Scioglie la treccia e lascia cadere i capelli bianchi sulla schiena e sulle spalle, vi fa scorrere in mezzo le dita nocchiute di una mano che non vuol saperne di smetterla di tremare. Le dita hanno strada facile, i capelli sono così radi e sottili ormai che le si vede il cuoio capelluto attraverso. Alcuni le rimangono in mano, lei li stende, se li avvicina alla faccia per vederli meglio. Somigliano tanto ai fili di una ragnatela. Li getta ai piedi del letto, scrolla la mano perché uno le è rimasto impigliato sotto un’unghia, alla fine deve tirarlo via con pollice e indice.

Anche Ferdinando come prima cosa le aveva sciolto la treccia. Le trecce, anzi, perché allora erano due, ed erano spesse e castane e sua madre gliele aveva sollevate sulla nuca e poi le aveva fatte girare l’una intorno all’altra, per poi fissargliele dietro la testa con due dozzine di forcine. Poi le aveva infilato alcune margheritine di campo, qua e là, intorno alla crocchia e dietro le tempie. Le aveva sistemato il vestito sulle spalle e aveva dovuto fermarlo sotto il seno con le spille da balia, perché era troppo ampio e lei non lo riempiva bene.
- Poi vedrai che ti crescono ancora un po’, ci vuole tempo. Tieni le braccia strette, accussì - le aveva detto - ca nun se po vidiri, gioia mia, brava, accussì.
E intanto sua madre singhiozzava, e ogni tanto si prendeva la faccia fra le mani, si appoggiava a una sorella o a una zia, poi tirava su col naso e ricominciava a sistemarle il vestito.
E Sarina era stata brava, se ne era stata buona buona, con quelle braccia strette lungo i fianchi e la capocchia di una spilla da balia che le puntava contro il muscolo del braccio, ma aveva sopportato. Aveva tenuto lo sguardo basso, avvicinandosi alla chiesa, così come le aveva detto suo padre. E lui le aveva appoggiato la mano sulla schiena e l’aveva aiutata a salire gli scalini, sospingendola in avanti, prima piano, poi sempre più deciso, quando lei aveva iniziato a pregare sottovoce.
- Nun è nenti - le aveva detto lui, allora, e le parole erano state secche, ultime.

L’aveva accompagnata fino davanti all’altare e lì lei lo aveva visto nel suo vestito nuovo e aveva ringraziato Dio perché Ferdinando era bellissimo e aveva gli occhi grandi. E quando l’aveva presa per mano, uscendo dalla chiesa, aveva sentito la stretta forte delle dita intorno alle sue dita, e il calore asciutto, e un poco la paura era passata.

Sarina si alza dal letto, toglie il vestito della cerimonia, infila una vestaglia e un paio di ciabatte. Dalla cucina, arrivano le voci alte dei suoi figli, il rumore dell’acqua del rubinetto che scorre, quello dei bicchieri che si scontrano, dei cassetti che si aprono e si chiudono, delle sedie che si spostano senza troppo garbo.
- Oh, mamma, vieni qui, siediti vicino a me - le dice Franca, picchiettando il divano con la mano sinistra, mentre con la destra si asciuga le lacrime - ma tu come hai fatto a sopportarlo con tutti noi? Mio figlio si è sposato solo oggi e io già mi sento sola.
- Io no - dice Paolo, suo marito - io non vedevo l’ora. Adesso la tv me la gestisco io e guai a chi tocca il telecomando.
Gli uomini ridono tutti, le donne si scambiano sguardi d’intesa.
- Nun è nenti - dice Sarina, ma deve ripetere perché la voce non le è uscita bene e sua figlia Franca si è avvicinata con la mano aperta dietro l’orecchio. Puzza di vino.
- Nun è nenti. Poi passa.

Quella notte, dopo che li avevano accompagnati al paese di Ferdinando con il carro, lui l’aveva portata dentro casa in braccio e l’aveva fatta sedere sul letto. Poi, poco per volta, le aveva sfilato le margherite dai capelli e poi le forcine, una a una, e la guardava negli occhi che sembrava che volesse entrare dentro di lei con lo sguardo. E il suo sguardo era nero, e dolce, e liquido. Sarina sentiva le guance bruciare e allora abbassava la testa, ma lui le prendeva il mento con il pollice e l’indice e gliela tirava di nuovo su e ricominciava a guardarla. Lei tremava, e piangeva, e tremava e piangeva. Allora Ferdinando aveva sospirato, e poi l’aveva fatta stendere sul letto ancora vestita e le si era coricato sopra. Respirava corto, la baciava sulla bocca e sulle guance, si strofinava sulle cosce chiuse di lei che intanto con gli occhi sgranati guardava in alto, sul soffitto, l’ombra a croce della struttura della finestra che si allungava, proiettata dalla luce della luna, e pregava sottovoce. Dopo un po’, Ferdinando si era accasciato. Poi, dopo averla accarezzata su una guancia, si era alzato ed era andato in cucina a bere un bicchier d’acqua. Lei si era girata su un fianco e si era addormentata vestita.

Ha chiesto più volte che se ne vadano tutti quanti, che lei ce la può fare da sola, come sempre d’altra parte. Ma Giuseppe e Melina non ne hanno voluto sapere.
- Ti sei stancata, oggi, mamma - le ha detto Giuseppe - restiamo qui, così tu ti riposi e domani non devi nemmeno preparare da mangiare, pensiamo a tutto noi.
- Tanto non ho fame.
- Be’, ma domani qualcosa dovrai pur mangiare. Torna di là, vai pure a dormire. Qui sistemiamo tutto noi.
Poi Melina le si avvicina, le dà un bacio sulla guancia, abbassandosi un po’ per parlarle in un orecchio. La sua pelle è già la pelle di una vecchia.
- Ti manca papà, eh?
- Nun è nenti - risponde Sarina, ma gli occhi le si stringono, si fanno pesanti e umidi.
- Shhht - le dice Melina sottovoce - vai a dormire. È stata una giornata piena. Va’. Qui ci pensiamo noi due.

Quando si era svegliata la mattina dopo il cielo era appena rosato dall’alba e dalla finestra entrava ancora poca luce. Sarina si era alzata, aveva guardato Ferdinando stiracchiarsi e sbadigliare. Poi si era tolta il vestito, era andata in bagno a metterlo a mollo nella vasca. Quando ne era uscita, in vestaglia e ciabatte, Ferdinando non c’era. Sarina allora aveva vagato un po’ per la sua nuova casa, poi si era seduta sulla seggiola accanto alla finestra, a guardare fuori. I rami del pesco ondeggiavano sotto un vento leggero e per strada non c’era ancora nessuno. Un gatto si era intrufolato dentro un portone aperto, in una delle case di fronte. E poi, dopo un po’, da quello stesso portone era uscito di corsa, e dietro di lui c’era Ferdinando, e una vecchia ricurva, con in mano un fagotto scuro. Li aveva sentiti aprire la porta e andare in cucina, allora si era tirata su i capelli, aveva aperto il baule accanto all’armadio, aveva tirato fuori uno dei vestiti di lino che sua madre le aveva ricamato come corredo e l’aveva indossato, poi li aveva raggiunti di là.
Ferdinando l’aveva salutata con un sorriso luminoso. La vecchia invece la guardava senza parlare, con il sopracciglio sinistro appena appena alzato.
- Assèttati - le aveva detto Ferdinando - anzi no, fai magari un caffè. Io torno subito.
Sarina aveva annuito e si era avvicinata al lavandino. Il fagotto scuro stava appoggiato lì vicino, sullo scolatoio. Sarina aveva guardato la vecchia, lei aveva distolto lo sguardo e scosso la testa un paio di volte.
Quando Ferdinando era rientrato, aveva nelle braccia le lenzuola, appallottolate.
- Dove le metto?  aveva chiesto alla vecchia. E lei gli aveva indicato il tavolo con il mento, sollevandolo appena, con la pelle del collo che le penzolava sotto, raggrinzita.
Ferdinando allora aveva disteso le lenzuola sul tavolo, mentre la vecchia prendeva il fagotto e lo svolgeva, tirandone fuori una gallina dal collo spezzato. Si era avvicinata al tavolo, aveva tirato fuori un coltellaccio dalla tasca e aveva praticato un grosso taglio, proprio sotto la pancia dell’animale, lasciando colare il sangue ancora caldo sulle lenzuola.
Sarina era rimasta a guardare, con le tazzine del caffè in mano. Ferdinando le si era avvicinato, le aveva appoggiato una mano sulla spalla.
- Nun è nenti - aveva detto - non avere paura.
E l’aveva stretta a sé.
La vecchia aveva raccolto le proprie cose, Ferdinando le aveva messo in mano dei soldi, lei era uscita senza una parola ed era tornata da dove era venuta.
Ferdinando aveva preso le lenzuola rosse di sangue.
- Apri la finestra - aveva detto, e aveva dovuto ripeterlo un’altra volta, perché Sarina non aveva capito subito - e poi aveva steso le lenzuola, allargandole per bene in modo che da sotto si potesse vedere bene la macchia scura.
Poi, si era versato il caffè.

Sarina rientra nella sua stanza, chiude la porta e tira le tende. Da un po’ di tempo fa fatica ad addormentarsi se non è proprio buio buio, e il fatto che di là si fermino a dormire due dei suoi figli dopo tanto tempo che la casa è vuota la riempie di agitazione. Sente il cuore che le batte un po’ troppo forte, la testa leggera. Poi si siede sul letto. Sul comodino di legno, c’è una foto di Ferdinando con un cappello da giullare che gli avevano regalato per il suo compleanno, più di quattro anni fa. La foto gliela avevano scattata due dei nipoti, i figli di Giuseppe, anche se lui all’inizio non voleva, cercava di scansarsi, ma poi era scoppiato a ridere e aveva lasciato fare.
Sarina gli accarezza la faccia con le dita, poi deve schiarirsi la voce.
- Nun è nenti, Ferdina’. Poi passa.





 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
CLICCA PURE TRANQUILLAMENTE
SULLE PUBBLICITA' DI GOOGLE
CHE COMPAIONO NEL NOSTRO SITO E CHE TI INTERESSANO

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:08 )
 

Time Zone Clock

Sondaggio

Accentazione ortoèpica lineare