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Alberto Sacco - busta gialla PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 24 Maggio 2011 09:08

 

 

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BUSTA GIALLA

di Alberto Sacco
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 2 luglio 2006





Lasciò la busta sul tavolo a guaire. L’aveva recuperata nella trappola delle lettere, giù nell’androne, mentre il portinaio spazzava lezioso il pavimento grigio d’ardesia. Sascha non aveva intenzione di aprirla. Ne aveva viste delle altre. Buste gialle, da ufficio. Nessun mittente, solo il nome del “fortunato destinatario”.
Gli inquilini che le avevano ricevute cambiavano, nelle abitudini, nel vestire, nel parlare, qualcuno mutava pure l’indirizzo. Tutti negavano ogni cosa, di aver ricevuto una lettera, di averla letta, di essere diversi.
Anche se non conosceva il contenuto, Sascha era sicuro che, dall’effetto che ottenevano, le lettere dovevano essere molto incisive.
Da due anni viveva in via Garibaldi 61, un grosso cubo con cortile, partorito dalla furia edilizia degli anni sessanta. Il lavoro da tipografo lo aveva portato in quell’appartamento sfitto, ammobiliato pesantemente con un’antologia di vari stili ed epoche. Non era interessato al gusto e poi era solo per poco tempo. Concluse con l’uomo dell’agenzia, colonia da litro e valigetta dacorsotrentaseioreetuttoquellocheserveperdiventareagenteimmobiliare.
Il prezzo era buono e gli scarafaggi in ferie.
Le sue due valigie andarono a dormire sull’armadio e il tempo prese a colare lieve e placido come acqua da fonte… Fino a oggi…
Era determinato a non cedere. Non avrebbe aperto la busta. La gettò in un cassetto e non se ne curò più.
I giorni passarono come anelli di un’infinita catena. Sascha aveva quasi dimenticato la farfalla gialla, quando questa ricomparve nella trappola delle lettere. Decise di lasciarla dove si trovava. Il giorno seguente la sua cassetta si era mutata in vulcano. Dalla fessura e da ogni altro interstizio una colata di pubblicità eruttava fuori. Solo la sua però, tutte le altre quarantasette piccole trappole erano immacolate e vuote. Tolse tutto quel ciarpame e fece per gettarlo nel bidone lì vicino, però si accorse che questo era scomparso. Pensò di dividere la gioia di tanta manna tra le cassette dei suoi vicini, ma il tossire del portinaio, che si gustava la scena, lo fece desistere. Portò tutto in casa e lo buttò nella pattumiera, tranne la busta che andò per riporre insieme all’altra. Quando aprì il cassetto, lo scoprì vuoto.
Finì alle tre del mattino di rovesciare due-camere-tinello-cucina-corridoio-bagno. La lettera era sparita.
Riprese la seconda busta per meglio osservarla: stesso colore, stessa scritta, stessa calligrafia, stessa piega sull’angolo destro… “Cribbio! Ma questa è la prima!”
Il giorno seguente andò a lavorare come sempre, rincasò come al solito e recuperò la busta gialla nella cassetta delle lettere…
…Cominciò ad allegarle con una graffetta dei biglietti. I primi messaggi erano di messa in ridicolo o di sfottò. Poi proseguì con le minacce e infine passò alla lista della spesa. Nulla. La busta si materializzava sempre più sgualcita e senza altri effetti.
Questo stato di cose durò per circa un mese, fino a un venerdì sera, quando la scatola della posta si mostrò deserta. Stupito e immensamente euforico Sascha salì le scale a due gradini alla volta ridendo felice. “Sono libero!” pensò “Ti ho battuto bastardo, chiunque tu sia!” Entrò in casa e la risata gli morì in gola. Sul tavolo in cucina, sotto la luce accesa, la busta gialla era aperta, una ferita al ventre le faceva uscire le interiora e mostrare il bianco budello: ecco che le linee della piegatura erano la croce della spina dorsale e le vene una scrittura fitta, fitta…
L’agente immobiliare, dalla colonia a ettolitri, ripeteva l’ormai ciclica cantilena dell’appartamento di via Garibaldi 61.




 
 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:09 )
 

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