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Pietro Tartamella - più mille che blu PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 17 Maggio 2011 07:56

 

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 




PIÙ MILLE CHE BLU

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 giugno 2010





Presto si sarebbe festeggiato l’ingresso nel nuovo secolo.
Un “ingresso”, in senso stretto, coincide normalmente con una porta o un cancello; indica quel “luogo” oltrepassato il quale si entra in un altro “luogo”.
Il tempo è un “luogo” speciale.
La fine dell’anno 2000, la notte del 31 dicembre, sarebbe stata la “porta” metaforica che avrebbe condotto l’umanità nell’anno nuovo.
Ma l’anno nuovo sarebbe stato il 2001, l’inizio del secolo XXI.
Quindi un capodanno davvero speciale.
Già da alcuni anni tutto l’apparato mediatico aveva cominciato il suo battage pubblicitario per ricordarci l’evento speciale che bisognava festeggiare in modo speciale. Su tutto il pianeta miliardi di persone si apprestavano a entrare nel secolo nuovo.
Anche a Riva Presso Chieri, un paesino dell’hinterland torinese, una sessantina di amici si apprestavano a festeggiare in una cascina l’inizio del nuovo secolo.
Erano artisti, insegnanti, musicisti, intellettuali con idee che potevano definirsi di sinistra, ma fuori da ogni schematizzazione partitica, assolutamente autonomi, un po’ anarchici, cani sciolti, più propensi all’arte, alle idee, alla cultura, al pensiero.
Anche loro si apprestavano a festeggiare l’arrivo dell’anno 2001.
Seduti intorno a una tavolata disposta a ferro di cavallo, nel salone Gibran di Cascina Macondo entrò la prima portata di antipasti.
Il gruppo di scrittori di Como, in modo palesemente ufficiale e spettacolare, presentò il piatto che avevano preparato con le loro mani, colorato e ricco di decori, elencandone gli ingredienti tra cui figuravano fettine di fichi d’india e di mango, e proponendoci l’ascolto di un brano musicale colombiano. Piatto squisito.
Ciascuno degli invitati avrebbe fatto la stessa cosa: avrebbe presentato il proprio piatto in modo vistosamente ufficiale, abbinandolo a una qualsiasi performance che dovevano inventare, a un brano musicale, a una canzone, a una poesia.
Alla fine si sarebbe votato il piatto più interessante, il più buono, il più originale.
Vinse Laura quell’anno, la compagna di Reno, con il suo formidabile secondo “Le palle di Mozart”.
Con quel gioco il tempo correva verso l’ora fatidica della mezzanotte, verso la porta che ci avrebbe condotti nel ventunesimo secolo.
La nebbia avvolgeva i campi. Nel salone Gibran di Cascina Macondo le candele rischiaravano le chiacchiere degli amici, le loro musiche, le loro letture, le loro risate. Il fuoco scoppiettava nel camino e consumava lentamente l’enorme ceppo di gaggia che ormai era incandescente e faceva una gran luce.
Con Anna, Wanda, Filomena, avevamo preparato, a mano, sessanta scatoline di cartoncino colorato per potervi mettere all’alba un paio di cucchiaini di cenere di quel ceppo consumato, che ciascuno degli ospiti avrebbe portato a casa come buona fortuna e come ricordo di quel capodanno speciale che trascorrevamo insieme. Un cartello appeso alla parete del camino, che lessi a voce alta, spiegava il perché di quel rituale. Era un testo di Gian Luigi Beccaria:

“Il Natale, secondo un'antica denominazione popolare toscana, veniva chiamato "Pasqua di ceppo", "festa di ceppo" o "ceppo", per l'usanza di far bruciare lentamente nel camino, tra il Natale e l'Epifania, un grosso ceppo di legno.
In Val di Chiana, provincia di Arezzo, i bambini, bendati, si avvicinavano al camino e battevano con le molle il ceppo recitando una canzoncina detta "Avemaria del ceppo" che aveva il potere di provvederli dei regali di Natale. Ho detto Toscana, ma in realtà l'usanza era un tempo diffusa in tutta Italia e in tutta Europa. Si credeva che le ceneri del ceppo contenessero poteri rinnovatori, fertilizzanti, fecondatori, terapeutici.
I carboni erano custoditi in casa a protezione dei fulmini e per guarire dalle malattie. A volte si collocavano sul tetto della casa, o si bruciavano nell'aia con il ramulivo o la palma benedetta.
Si gettavano nei campi gli avanzi del ciocco di Natale per avere un buon raccolto, per essere protetti dalla grandine, per evitare le frane del terreno. Anche le scintille del ceppo scosso fornivano ai contadini previsioni sul numero dei pulcini e dei vitelli nascituri, sull'abbondanza o meno di uva o di frumento.
Nell'Appennino romagnolo i carboni spenti venivano sparsi nei vigneti il giorno stesso di Natale. In Sicilia, nei paesi dell'Etna, alla vigilia di Natale si accendeva  di sera, nella piazza principale, "U zzuccu", il ceppo, e presso quel fuoco sostavano a scaldarsi coloro che andavano in chiesa per la messa di mezzanotte. In Emilia Romagna a Capodanno il più anziano della famiglia aspergeva il ceppo di olio, come si fa con una cosa sacra.  In Piemonte si diceva che Gesù Bambino, una volta depositati i doni, si sarebbe fermato a scaldarsi al fuoco di questo ceppo benedetto i cui carboni si esponevano ai temporali estivi per allontanare la grandine. Nel Bergamasco "ol soch de Nadal", il ceppo, veniva scelto con particolare cura ed essiccato ad arte in modo da ardere ininterrottamente nella notte di Natale sino al mattino. Una grande energia vivificatrice e purificatrice era assegnata a questo fuoco sacro che guariva uomini e bestie. Il ceppo bruciava lentamente nel camino proprio nei giorni in cui l'anno si va consumando, nei giorni in cui le ceneri del tempo consumato si dispongono a rinnovarsi”.


Gli amici di Milano presentarono la loro insalata di rinforzo e un vasto assortimento di verdure ai ferri, e poi le lasagne.
Annette e Tony eccoli in un assortimento di portate internazionali: Germania, Spagna, Puglie. Una tedeschissima zuppa di zucche e un antipasto spagnolo di prugne secche, riempite con una mandorla, avvolte nel lardo e passate al forno, rotonde come le palle di Mozart di Laura. Annette presentò i suoi piatti con la lettura del primo capitolo delle “Storie di San Francisco” di Armistead Maupin, che parla di una giovane donna della provincia che vuole andare in vacanza da sola a San Francisco e lì vorrebbe rimanere. In una conversazione telefonica comunica alla madre la sua decisione, promettendole di tornare prima o poi; la madre dice piangendo: “Ma non sarai più la stessa”, e lei risponde: “È quello che spero”.
Tony, alternando diversi dialetti della penisola Italia, lesse una raffica di battute tratte dal suo spettacolo comico “I Marines”.
Fu la volta della zuppa “Hicaru Dorodango” inventata da Anna, che io presentai leggendo, con voce da mago merlino medievale, una filastrocca che avevo scritto apposta:


AMBARABÀ COTICACÀ
ecco la ricetta di quello che c’è qua

con i fagioli
scorregge di figlioli

con le fave
una preghiera di Maria Ave

con i ceci
un pizzico di feci

dentro il riso
granello d’inferno non paradiso

AMBARABÀ COTICACÀ
ecco quello che c’è qua

dentro il grano
un menagramo

le lenticchie
malevoli pasticchie

con la soia
mescolata un po’ di noia

dentro il farro
il calzettone di un tarro
e un’unghia di ramarro

AMBARABÀ COTICACÀ
ecco quello che c’è qua

nella cipolla
c’è la terra che crolla

il grano saraceno
contiene un buon veleno

i semi di girasole
hanno sangue di figliole

nel càvolo
una partita di pallàvolo

AMBARABÀ COTICACÀ
ecco quello che c’è qua

la catalogna
preparata con scalogna

il peperoncino
con unghia di Pechino

l’aglio
macerato nell’asino di un raglio

la cotica
presa da una natica

l’olio
è soffritto

e chi mangia questa zuppa
non cade in piedi dritto
tutto storto se ne va
un po’ di qui e un po’ di là
ambarabà coticacà
ecco quello che c’è qua
assaggiate e ci direte
se le mete delle streghe
son d’inferno o son di prete
se qualcun cade nel fango
c’è il rimedio Dorodango
e comunque a buon diritto
vi auguriam buon appetito

 
 
E fu la volta delle seconde portate.
Franca e Pigi con il loro figlio giovanotto, Pablo, presentarono in modo esilarante, addirittura cantando, la loro polenta gialla tagliata a fette, con sopra per decoro fette rotonde di cotechino e la musica “Pata Pata” di Miriam Makeba del sud Africa.
In una grande teglia Laura e Reno con i figli ragazzini di Reno, Yuma e Sahiela, e la figlia adolescente di Laura, Margherita, presentarono “le palle di Mozart” andate a ruba: polpettine di ricotta, spinaci, besciamella, sugo di cinghiale, avvolte in sfoglie di pasta al forno, e accompagnate di sicuro da un cartone di 12 bottiglioni di vino rosso da 2 litri andati a ruba, un Chianti Tavarnelle della Cantina “Corti”, famiglia molto nota a Tavarnelle Val di Pesa, quasi tutti vinai e proprietari di Agriturismi. Reno cantautore one man band ci allietò con la sua bella voce e la canzone scompisciante “Accessori auto” di Marco Carena, e mille altre canzoni a notte fonda.
Agrippino fu l’unico a dire ad Anna che le bistecche che aveva portato erano ancora da cuocere.

L’orologio sul muro, regalo dell’amico poeta Fabrizio Virgili, che a ogni ora faceva il verso di un uccellino, segnava ormai le ore 23.32.
Alle ore 19.00, quando ancora gli ospiti non erano arrivati, solo noi della casa, io e Anna, gli amici venuti da Firenze, Reno e Laura, e gli amici venuti da Milano: Gianni, Wanda, Claudio, Filomena, Raul, Marta, che si sarebbero fermati un paio di giorni a Cascina Macondo, avevamo ascoltato il verso dello Scricciolo.
Alle ore 20.00 avevamo tutti ascoltato il verso del merlo.
La cinciallegra alle ore 21.00.
L’usignolo alle 22.00.
Il pettirosso alle 23.00.
Non avremmo sentito l’allocco che cantava alla mezzanotte. Troppo frastuono avrebbero fatto i nostri auguri e i botti dello spumante.
L’orologio segnava le 23.33.
Era meglio adesso dedicarsi alle bottiglie di spumante in modo che tutto fosse pronto allo scoccare della mezzanotte. Non dovevamo farci cogliere impreparati quando il 21° secolo sarebbe entrato nel salone Gibran di Cascina Macondo con tutto il sapore della nebbia e del tempo.
Fra pochi minuti il secolo ventunesimo si sarebbe seduto al nostro tavolo, lo avremmo sentito al nostro fianco, nel nostro respiro, nell’abbraccio degli amici, si sarebbe insinuato impalpabile tra i nostri auguri, nelle nostre parole, avrebbe aleggiato tra le bollicine dello spumante intorno alla luce fioca delle candele che tremolavano.
E così gli uomini si alzarono per preparare le bottiglie, pronti a contare il tempo all’indietro, pronti a far decollare i tappi di sughero verso il soffitto, attenti a non colpire le lampadine e gli addobbi pendenti.
Era inutile servire adesso un’altra portata. Meglio finire il pollo flambé di Marilina e Igor, anche se molti lo avevano già finito.
Ed ecco all’improvviso, nel bel mezzo della tensione che cresceva in ogni animo, una donna disse: “L’orologio sul muro è indietro, non sono le 23.49, ma le 23.54! Mancano 6 minuti!”.
Una sorta di incontrollata agitazione si impossessò di quella voce e di quella donna, quasi la paura di non essere in sintonia con il secolo, come se il secolo fosse un treno in corsa che se non lo prendi lo hai perduto per sempre. E la tensione aumentò quando una voce maschile disse: “No, sono le 23.57, mancano 3 minuti!”!
Tra le sessanta persone, ormai tutte in piedi, serpeggiò la confusione quando un’altra voce femminile gridò: ”Sono le 23.58 il mio orologio è giusto!”.
E avvenne, come spesso avviene in questi casi, che il secolo nuovo fu dimenticato per qualche secondo e l’attenzione si spostò sugli orologi e il tempo e su quale orologio meritava la nostra fiducia per sentirci in sintonia e in contemporaneità con il resto del mondo. Tanto più che molti degli amici si sentirono autorizzati a dire a gran voce l’ora segnata dai propri orologi: e non c’e n’erano due uguali. Qualcuno propose addirittura di accendere la televisione e di sincronizzarsi con il programma di Maurizio Costanzo per essere in sintonia con l’ora giusta. Trovai indecente quella proposta. La settimana prima avevo sentito a tamburo battente su tutte le reti Mediaset lo spot pubblicitario di Maurizio Costanzo che diceva, lui medesimo, con la sua propria voce: “Non uscite di casa, non andate da nessuna parte la notte di capodanno, restate con noi a festeggiare l’arrivo del nuovo secolo”. Costanzo che invitava gli italiani a non andare da nessuna parte la notte di Capodanno! Che li invitava a restare a casa a guardare la televisione e il suo programma!
Mentre il salone Gibran si riempiva di sessanta pareri e di altrettanti sessanta consigli, ecco, a qualcuno degli uomini sfuggì, in anticipo di qualche secondo, prima ancora che si iniziasse il conto alla rovescia, l’esplosione di un tappo.
Qualcuno si precipitò allora a iniziare la conta alla rovescia:
“MENO DIECI, MENO NOVE…”.
Fuori, dalle cascine vicine, avvolti dalla nebbia già si sentivano colpi di mortaretti e fuochi d’artificio. In coro continuammo la conta alla rovescia:
“MENO OTTO, MENO SETTE, MENO SEI…”.
Con voce sempre più alta, con emozione sempre più prorompente, la conta si agitava come un’onda che saliva, saliva, saliva di volume sempre di più, ma non così tanto da non poter sentire che un altro tappo era partito involontario e solo verso il soffitto. “MENO CINQUE, MENO QUATTRO, MENO TRE, MENO DUE, MENO UNO, ZEEEEEERO!”.
Solo 4 bottiglie esplosero all’unisono, e i loro tappi schizzati via incrociarono forse nell’aria il secolo nuovo. L’HURRÀ maiuscolo che esplodemmo scaricò ogni tensione. Era il tempo degli abbracci e degli auguri ora.
Ma accadde che quando quell’Hurrà maiuscolo scomparve e tornò il silenzio, il salone si riempì di telefonini che squillavano! Tutti avevano posato il bicchiere di spumante in un angolo. Appartati in ogni dove, con le spalle rivolte agli altri in un tentativo di discrezione, cominciarono a telefonare chi ai figli, chi al marito, chi alla madre… Centinaia di squilli e suonerie circensi e mille voci concitate e mille  auguri lacrime e singhiozzi al cellulare più mille che blu.
Guardavamo esterrefatti, io, Anna, e pochi altri, quello che stava accadendo.
Una malinconia mi prese, una tristezza che mescolava il tempo e lo spazio, l’infanzia con la morte, la salute con la malattia, la ragione con l’irrazionalità, il buon senso con la paura, il figlio con la lontananza, la madre con la terra. Eravamo lì, la notte di capodanno, con gli amici, ad aspettare insieme il secolo nuovo… e invece di essere “lì”, in quel momento e in quel luogo…, proprio nell’attimo in cui il secolo entrava a Cascina Macondo…. almeno una cinquantina di quegli amici, senza rendersene conto, erano “altrove” con la mente e col cuore.
Quei figli che stavano chiamando, le madri, o le mogli, o i mariti che si trovavano lontano, senz’altro anche loro erano con altri amici in un altro luogo, e in quel luogo, allo scoccare della mezzanotte non erano in verità con i compagni con cui trascorrevano la notte, ma erano da un’altra parte con la mente e col cuore: erano al cellulare a fare gli auguri a persone, certo persone care, ma lontane.
Tutti scalzati via dal potere del telefonino, scalzati via dal “qui e ora”!
No, a Cascina Macondo non doveva più succedere di non essere “qui e ora”.

Mario, tenore, cantò “Va Pensiero sull’ali dorate” dal Nabucco di Giuseppe Verdi. Annette condusse le danze popolari. I bambini giocavano e ballavano anche loro e a turno si addormentavano sui divani, o distesi sui tappeti per qualche mezzora, e poi con gli occhi stropicciati ritornavano agli adulti .
Portai in tavola i miei cannoli siciliani fatti in casa.
Con l’aiuto degli amici milanesi avevamo trascorso l’intero pomeriggio intorno al tavolo, ai fornelli, alle pentole di olio bollente, al mattarello, alla ricotta, alle schegge di cioccolato. Era la ricetta dei cannoli di mia madre. Un chilo di farina doppio zero, 100 grammi di strutto, 1 bicchiere di vino bianco secco, 1 pizzico di sale, 150 grammi di zucchero. Per il ripieno 2500 grammi di ricotta “romana” fresca, 400 grammi di cioccolato, ma noi ne mettemmo molto di più, zucchero a piacere. Le canne su cui avvolgere le sfoglie quadrate della pasta le avevo fatte quando ancora mia madre era viva, conservate in un sacchetto di lino bianco nella dispensa. Con un chilo di farina venivano 90 cannoli. Preparammo 2 chili di farina. Cannoli per i vicini e cannoli vuoti, di cui Gianni era ghiotto, da portarsene qualcuno a Milano.
Anna e Clelia posarono sulle panche a notte fonda, quando i botti dei nostri piccoli fuochi d’artificio della mezzanotte erano ormai un ricordo, le tavolette di legno su cui lavorare l’argilla. Ciascuno di noi lasciò il suo segno e disegno sulle piastrelle di argilla fresca che Anna e Clelia avevano già preparato. Una volta cotte le avremmo incollate alle pareti del camino nel salone Gibran dove oggi effettivamente sono incollate a ricordo.
Gianni propose allora un gioco nuovo.
Scrivere su un biglietto il nome di un “oggetto” che due di noi, estratti a sorte, si impegnavano per un anno a non usare. Era un gioco difficile; non era obbligatorio partecipare, solo chi se la sentiva. Furono esclusi i bambini; alcuni adulti che non se la sentivano si ritirarono dal gioco. Fu così che Gianni ed io ci impegnammo per un anno a non usare più il cucchiaio.
Quando lessi alcuni dei miei haikai demenziali “Haikù del Kakkyù” eravamo rimasti una decina di persone, erano le sette del mattino del primo giorno del ventunesimo secolo, e il gallo cantava oltre la siepe del vicino.
 
 
 
 
la notte del 31 dicembre dell’anno 2001
 
 
Quando festeggiammo di nuovo il capodanno a Cascina Macondo, di nuovo con una sessantina di amici, alcuni nuovi, altri che già avevano festeggiato il capodanno del ventunesimo secolo, d’accordo con Anna, dopo il benvenuto, dopo le indicazioni logistiche, dopo la lettura del testo sul “ceppo” di Gian Luigi Beccaria, lessi le tre nuove regole importanti di quel capodanno a Cascina Macondo. Avevamo qualche dubbio su quelle tre regole, o meglio, nessun dubbio sulle regole, ma un’incertezza, pur se lieve, veniva dal non essere sicuri se quelle regole gli amici le avrebbero accettate e condivise.
L’anno precedente eravamo stati testimoni di un qualcosa che ci aveva sbalordito e deluso, testimoni di un fenomeno che non potevamo condividere, ed essendone ora consapevoli desideravamo fare un’azione che fosse in opposizione a ciò che spesso compiamo senz’avvedercene, condizionati come siamo sottilmente da chi decide per noi rituali e mode e abitudini.
Cercai di mettere la maggiore autorevolezza possibile nella lettura di quelle tre regole. E cominciai:

Amici - dissi - poiché l’anno nuovo entrerà in questo salone esattamente allo scoccare della mezzanotte, e poiché tra i molti orologi che ci sono qui stasera pochi saranno quelli che segneranno esattamente la stessa identica ora, si comunica che l’orologio di riferimento per tutti noi sarà quello che vedete laggiù appeso al muro, alle vostre spalle, dono dell’amico poeta Fabrizio Virgili, qualunque sia l’ora che adesso segna. Perché non tanto è importante essere in sintonia con tutto il mondo, quanto piuttosto esserlo qui stasera, in questa piccola comunità di amici che festeggia insieme l’anno nuovo”

2) “vi invito, a meno che non sia assolutamente indispensabile, a spegnere i telefonini, perché la serata procederà non solo nel piacere di gustare le vivande che avete portato, ma anche nell’ascoltare le vostre presentazioni, le vostre canzoni, i vostri racconti. Soprattutto è fatto divieto di telefonare ad amici e parenti che avete lasciato a casa, o che stanno festeggiando il capodanno in altri luoghi con i loro amici, al fine di poter avere certezza che tutti noi, questa sera, siamo davvero “qui e ora”; e che i vostri amici e parenti, che anch’essi possano essere davvero “là e ora” in ogni luogo in cui possano trovarsi in questo momento con i loro amici, che ci auguriamo possano essere i migliori.
Potete chiamarli col vostro cellulare per far loro gli auguri, ma non prima che siano trascorsi almeno 20 minuti dallo scoccare della mezzanotte.
Se resistete a chiamarli, sarà ancora meglio”.

3) “Allo scoccare della mezzanotte non stapperemo le bottiglie di spumante; non sarà il botto dei tappi il gesto rituale che darà il benvenuto all’anno nuovo. Metteremo invece questi rami di alloro nel fuoco del camino, sul ceppo che arderà per tutta la notte, e allo scoccare della mezzanotte resteremo in silenzio, al buio, ad ascoltare semplicemente lo scoppiettio dell’alloro che si consuma. E al posto della fetta di panettone mangeremo come augurio un cannolo siciliano fatto in casa”.


Fu un bel capodanno. Tutti avevano ascoltato con attenzione quelle regole inconsuete. Gli amici, alla fine, le avevano condivise con maggiore accoglienza di quanto non avessimo supposto.
Io e Anna eravamo sereni e soddisfatti: eravamo riusciti ad esprimere un pensiero, un’idea che ci sembrava importante. Con un gruppo di 60 persone avevamo compiuto un “atto” di resistenza contro il potere fagocitante del consumismo e delle holding che plasmano i nostri minimi comportamenti e le nostre relazioni sociali. Un atto semplice, piccolo, ma sapevamo bene quanto difficile da concretizzare. Dal fondo dei bicchieri più volte durante la notte salirono verso l’alto frenetiche e leggere le bollicine del vino spumante più mille che blu.
 
 
 
la notte del 31 dicembre dell’anno 2002
 
 
Quell’anno non organizzammo nulla per capodanno a Cascina Macondo.
Ci invitarono a Milano i nostri vecchi amici. Erano venuti per due volte di seguito a trascorrere il capodanno a Cascina Macondo. Non avendo quell’anno il tempo di organizzare nulla, e nemmeno la voglia, preferimmo accettare il loro invito.
La sera del 31 dicembre 2002 eravamo al settimo piano, in un’accogliente salotto di una accogliente casa di Paderno Dugnano. In tutto 5 coppie sposate.
I figli, ormai tutti grandi, ciascuno con le proprie compagnie a festeggiare per conto loro in qualche casa di un amico, in qualche rifugio alpino, in qualche soffitta.
Un capodanno semplice, discreto, rilassante, in bella compagnia, con tante chiacchiere e risate. Con lo spumante e le fette di panettone e tanta allegria.
Quando scoccò la mezzanotte gli auguri e gli abbracci non erano ancora terminati che le madri fecero squillare i loro cellulari e chiamarono ciascuno 4-5 persone almeno, i figli e i genitori prima di tutto.
Io e Anna restammo insieme col bicchiere in mano aspettando che finissero di fare gli auguri.
Dopo qualche minuto, in quel vuoto, in quel sottile imbarazzo che si era creato, anche Anna decise di chiamare Nagi e Ajdi, le nostre figlie che erano lontane.
Poi nel naso più mille che blu le bollicine vaporose dello spumante fresco.




 
 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:09 )
 

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