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Paolo Severi - spaghetti al pomodoro PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 17 Maggio 2011 07:49

 

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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SPAGHETTI AL POMODORO

di Paolo Severi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 giugno 2010





Lasagne

“Deh, che lasagne che vi preparerò, ragazzi!” Forse non erano proprio queste le parole esatte usate da Italo... come quale Italo?! Calvino, no? Erano tutti ammucchiati lì, nel cuore dell’Uovo Cosmico Primordiale, tutti stipati in un punto che non solo non c’era lo spazio per muoversi, ma proprio non c’era nemmeno lo spazio, non so se mi sono spiegato, e questa salta fuori con le lasagne, rendendo quindi indispensabile la creazione del tempo, dello spazio, dell’universo fino alla formazione dei pianeti con le civiltà contadine in grado di coltivare frumento e pomodori e, finalmente, le lasagne. Insomma, quindici miliardi di anni per l’organizzazione dell’Universo, dieci per la nostra galassia, quattro e mezzo per il nostro sistema solare, e, finalmente, ecco che arrivano le lasagne. Buone, non c’è che dire, ma, adesso, che si fa? Insomma, il primordiale bisogno, la spinta iniziale, il “La” che ha dato il via al tutto, beh, è stato esaudito con un bel piatto di lasagne, e adesso tutto si trascina come senza uno scopo preciso, certo, si continuano a cucinare acini di pepe, alfabeto, anellini, barbine, bavette, bavettine, bigoli, bombardoni, bucatini, calamarata, campanelle, cannelloni, canolicchi, capelli d’angelo, cappellini, caserecce, castellane, cavatappi, cavatelli, cellentani, cencioni, cestini, chilofta, chitarrine, ciriole, colzetti, conchigliette, conchiglioni, corallini, creste di gallo, ditalini, farfalle, fettucce, fettuccine, fidelini, filanderi, fiori, fisarmoniche, fischietti, fregnacce, fregula, fricelli, frumentone, funghini, fusilli, gnocchetti, gnocchi, gramigna, grattoni, gratttini, lagane, lancette, lasagne, lasagnette, lingue di topo, lumache, lumaconi, maccheroncelli, maccheroni, mafaldine, malfatti, malloredusu, maltagliati, manghiri, maniche, manicotti, mezze maniche, mezze penne, midollini, nastrini, occhi di pernice, orecchiette, paglia e fieno, pappardelle, passatelli, pastina, pastona, penne, pennette, pici, pillus, pipe, pizzoccheri, reginette, riccioli, ricciutelle, rigatelli, rigatini, rigatoni, risi, risone, rotelle, ruote, sagnarelli, scialatielli, sedani, sedanini, spaghetti, spaghettini, spaghettoni, spighe, spirali, spiraline, stelline, stortini, strangozzi, stringozzi, strozzapreti, tagliatelle, taglierini, tonnarelli, treccine, tripoline, tuffoli, vermicelli, ziti e mille altri tipi dimenticati da me e dalla storia, per non parlare delle paste ripiene come ravioli tortelli tortellini eccetera, e delle combinazioni di mille tipi di farine più o meno lievitate come pagnotte gnocchi polente piadine pizze eccetera eccetera, certo, certo, ci sono anche gare a chi li cucina meglio, ma incombe sempre una domanda inespressa, un’angoscia strisciante, un baratro che tormenta e atterrisce per le sue implicazioni, che accompagna gli incubi di tutta l’umanità fin dall’inizio del suo tormentato evolversi: “E... e per secondo?”
 
 
Spaghetti in scatola

Stato di New York, in un campeggio poco organizzato. Nel negozietto, pochissimi e squallidi generi alimentari. Di andare al ristorante non se ne parla: troppi soldi. I cercatori d’oro, per tradizione, si nutrono di fagioli in scatola, ma qui non stiamo andando a cercare oro, ma cristalli di quarzo. Domani ci attende una lunga camminata verso quelle basse montagne, e ci dobbiamo portare qualcosa da mangiare. Pane a lunga conservazione e qualche scatoletta della Campbell. Scegliamo le poche che non contengano carne. Non ce n’è: l’unica è questa qua con scritto “Italian spaghetti with tomato sauce.” Bisogna bere fino in fondo l’amaro calice, bisogna conoscere i vertici dell’abiezione, ebbene, sì, ho comperato una di quelle scatolette. Certo, anche un po’ di frutta e qualche pezzo di pane in più, ma il desiderio di aprire quella scatoletta, beh, non capita tutti i giorni. Dopo la lunga camminata, arriviamo nel campo di ricerca dei cristalli, una fame vorace, dico, magari riescono anche a piacermi quegli spaghetti. No. Veramente, non è stato possibile. Dicono che sono biodegradabili, quindi li ho donati agli animaletti del bosco. Chissà; secondo me, dopo una trentina d’anni, sono ancora lì.
 
 
Spaghetti al pomodoro

Ma cosa te ne frega, un po’ di panna e prezzemolo e aggiusti tutto, se proprio vuoi esagerare, un po’ di salsa di soia o di permanganato, e tutti staranno a bocca aperta e chiederanno il bis!
Beh, anche questo è un modo di vedere le cose, anzi, è il modo più comune da quando il marketing ha insegnato che, per avere successo, bisogna imbrogliare la gente con ogni trucco che riesci a escogitare. Per fortuna, non è l’unico modo possibile. Ricordo un amico cuoco che mi spiegava che i piatti difficili sono i più facili da cucinare, mentre i più terribili sono proprio i più semplici, che li conoscono tutti.
Per esempio, gli spaghetti al pomodoro.
Perché questo piatto abbia successo non sono sufficienti ingredienti freschi, genuini, di prima scelta, certo che no. E nemmeno sono sufficienti i tegami in terracotta dove fare rosolare pomodoro, aglio e l’olio d’oliva a fiamma bassissima per ore e ore e ore con una foglia di lauro e un cucchiaino di zucchero fino a che il rosso si scurisce aderendo in una crosticina sul bordo del tegame che solo a parlarne ti viene l’acquolina in bocca, no, no, perché il piatto sia perfetto deve avere anche capacità evocative, deve provocare un balzo dimensionale, ti deve catapultare in realtà separate di cui ti eri dimenticato, sì, devi sentire il caldo afoso della “controra”, sei, in meridione, le piccole case pittate di calce bianca che riverberano al sole, e le macchie rosse dei pomodorini appesi a grappolo che mica devono appassire, ma catturare sole, e sole, e sole per restituirlo poi sul tuo piatto, assieme a quell’altro sole che ha fatto maturare il grano, poi macinato nel mulino del paese e lasciato asciugare al sole protetto da un telo e rimestato fino a che la farina non sembra brillare in ogni suo granello, e l’acqua del pozzo, e la Giovanna che rimesta e impasta la farina per trasformarla in tagliatelle con un piccolo mattarello, sì un piccolo mattarello che spiana un cerchio di pasta sottilissima, più largo del tavolo di lavoro, e lei che, tutta infarinata, canticchiando, fa girare questo capolavoro fino a che ha la consistenza giusta, poi lo arrotola e lo taglia velocemente a strisce sottilissime con un lungo coltello, ed ecco le tagliatelle appese ad asciugare in attesa del tegame col pomodoro che non è un tegame, ma un magico calderone in cui si perpetua un rituale alchemico di rara magia, sì, sì, lo stesso basilico, ci puoi giurare, è stato trapiantato il giorno dell’Ascensione, qui nulla è lasciato al caso, e capisci perché i vecchi, quando si sedevano a tavola, rendevano grazie alla Natura per le messi feconde e il vino buono. E anche per la bella e prosperosa Giovanna.




 
 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:09 )
 

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