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Maura Parachini - crescendo en rouge et blanc PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 17 Maggio 2011 07:39

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 




CRESCENDO [en rouge et blanc]

IN UN SABATO DI SERA DI QUASI ESTATE

di Maura Parachini
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 giugno 2010






Il lago è un peltro, alle otto meno un quarto di un sabato di sera molle d’afa, pressoché alla metà di un giugno ancora in concitata trattativa con l’Anticiclone delle Azzorre. Tempo bizzarro: piove, piovicchia, pioviggina, incupisce, brontola, rischiara, tace… Giorni in cui il poco sole che s’azzarda a comparire fa troppo presto a cambiare d’opinione.
Pure, questa vista che acchiappa anima e sguardo toglie il respiro e in un tempo lo restituisce, più lieve e in pace. I castagni stanno per fiorire, sbiancando con gentile prepotenza il verde delle chiome, pronti a riversare nell’aria un profumo che non ha nulla del garbo - chessò - del gelsomino o dell’acacia; il fiore del castagno, a dire il vero, non profuma: odora. Odore denso, pressante alle narici, coinvolgente e sensuale. È fioritura breve, che si risolve in un unico picco di passione. Poi, da un giorno all’altro sfuma, così, senza lasciare alcuna scia.

Come non concedersi di indugiare un poco e un poco ancora sul balcone, i gomiti sulla balaustra, mentre i piedi abbandonano le scarpe in favore del contatto con le mattonelle tiepide del suolo. Come non lasciarsi andare a riflessioni che frullano random nella testa, sui propri personali massimi sistemi, archiviando scampoli di una giornata piena…
Fintanto che a languore d’emozioni, non se ne somma un altro: è fame.
Un appetito che ha esigenze non frugali, che è voglia di un rito piccolo ma buono, che congedi la settimana così come si deve.
E quindi…

Sul tavolo della terrazza si dispiega una tovaglia bianca, di fiandra antica, quella con le cifre ricamate che nonna tirava fuori solo a festa grande. Piatto tondo, piatto fondo, le posate in bell’ordine d’accanto sopra il tovagliolo ripiegato ammodo. Calice di cristallo, - ça va sans dire! -, del servizio di nozze della mamma, fatto d’interminabili bicchieri in misura decrescente, dall’ampia desueta coppa da champagne, al mignon per il liquorino d’erbe buone a fine pasto. Un’apparecchiatura generazionale, a quanto pare, per una tavola su cui già danzano una ridda d’affetti e di ricordi che promettono buona compagnia…
Ultimo tocco: un vasetto d’opale con due rose, bianche. Così è completata un’algida scala di candori, territorio neutro cui sarà buon cibo (ma quale?) a infondere colore.

Già, ecco, appunto: quale? Quale pietanza è all’altezza di questo rituale emozional-gastro-cerebrale da consumare al formidabile cospetto di tanta meraviglia? Dev’essere per forza qualcosa di pieno e di gustoso, ma di sobria preparazione, in cui pochi ingredienti elementari  esibiscano senza titubanza formidabile personalità, forti e sicuri di sapori propri risoluti, senza intermediazione alcuna di ricette complicate.

Una minestra? No, troppo monacale. Un’insalata? Un piatto di verdure? No, troppo poco viscerale. Viscerale? Carne, allora, magari alla griglia, sostata per appena in un nonnulla d’olio e benedetta di timo e rosmarino… Nemmeno: troppo invadente, sfrontata, prevaricante. Qui necessita un trionfo vero e proprio, un “magnificat” dei sensi, un affresco rinascimentale, una Stagione di Vivaldi…
La pentola in cucina già raccoglie le confidenze dell’acqua quasi a bollore. Poco sale, quel tanto che ci vuole non di più. La pasta quale? Spaghetti! Di quelli ruvidi, di gran carattere, trafilati al bronzo, che come sanno loro ammaliare il sugo in un abbraccio solidale non ce n’è.
Condimento? Nessuna esitazione: salsa di pomodoro! Tanto più che si può godere ancora degli ultimi vasetti di conserva riposti la scorsa estate.
Carpiti i frutti dalla pianta ancora tiepidi di sole, tuffati in acqua bella calda, spellati - con amorevolezza! - lasciati qualche ora a cedere l’acqua di troppo e poi accompagnati per un paio d’ore buone a stringersi sul fuoco, a destino insieme ad altri compagni d’orto, carota, sedano, aglio e cipolla, in rango di comprimari e in giusta dose, tanto da non rubare la scena a lui, sua eccellenza, Messere Pomodoro!
Una scaldata e via, fremente, ad inondare Madonna Pasta, languida in attesa dentro l’alcova calda della zuppiera di biscuit. L’incontro è gioioso come una risata, solenne come uno sposalizio, il parmigiano benedice a pioggia, la cimetta di basilico di rito, spiccata dalla piantina proprio all’ultimo momento, applaude l’unione fortunata su cui si posa a profumare.

L’ottimo Nebbiolo è intanto decantato nella brocca, Nessun dorma, chiosa autorevole Puccini dallo stereo, il Caravaggio assurge in tavola, en rouge et blanc… con giusto un fresco fremito di verde a fare da cammeo…




 
 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:10 )
 

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