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Elena Bonassi - le mille bolle blu PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 17 Maggio 2011 07:02

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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LE  MILLE BOLLE BLU

di  Elena Bonassi
Cascina Macondo, Scritturalia – domenica 13 giugno 2010


 
 
 
 
Bll… le mille bolle blu
Bll…  le vedo intorno a me
Che volano…
in attimi …
di musica…..

Forse non è proprio così che dice la canzone, ma è quello che le viene in mente in questi attimi che fuggono nel vento mentre va, con il gomito ripiegato sulla portiera della spider rossa, con una mano sola sul volante, con il vento in faccia, con una nube leggera di alcool nella testa che vela i pensieri e li fa liberi di volare altrove.
Giuliana ha un foulard al collo, di seta leggera, che svolazza insieme ai capelli, insieme al profumo, insieme all’eco della musica e delle risate, insieme ai balli, alle luci, a lui che la stringe e la bacia e poi ride e poi va a prendere due bicchieri e bevono insieme con le braccia intrecciate e le fronti attaccate e si baciano ancora e si lasciano cadere nella piscina senza smettere il bacio che diventa un amplesso bagnato nelle acque amniotiche. E tutto questo gira nella testa  con gli 8000 giri del motore.
Arriva davanti al cancello, lo apre col telecomando, riparte facendo stridere i pneumatici  sulla ghiaia del vialetto.
La notte  rischiara  e il lampioncino che pende davanti alla porta di casa si spegne.
Sale i quattro gradini di pietra e nella luce del nuovo giorno le chiavi trovano subito la toppa. Un mezzo giro a la porta si apre. Nella prima luce dell’alba i divani bianchi la abbagliano e la invitano a fermarsi lì, su quella morbida spiaggia, ma la scala scura di noce africano le dice di salire.
La porta della camera è socchiusa per fare corrente nella notte calda, ma tanto Fabio  non la sentirebbe, come non ha sentito il rumore delle gomme sulla ghiaia. 
Dorme a pancia sotto con un braccio che pende fuori dal letto e il corpo  di traverso, ma il letto è così grande che un’altra persona può aggiungersi senza farlo spostare.  Dorme di un sonno pesante di sonnifero.
Giuliana si toglie il vestito leggero e  appoggiandolo  sulla sedia nota che una  spallina è staccata: poco male, domani la Pina la ricucirà.
Non ha altro da togliersi: il reggiseno e il tanga sono rimasti in fondo alla piscina. 
Si sdraia sul letto supina e  allarga le braccia e le gambe per  sentire ancora il piacere.
Guarda il soffitto che non è mai diventato viola e non ha mai smesso di esistere  scoprendo il cielo sopra di loro, abbandonati come se non ci fosse più niente al mondo.
E non ha mai nemmeno sentito armoniche suonare né organi vibrare. No, mai. 
C’è il rifreddo dell’alba: Giuliana si copre col lenzuolo e si addormenta.
 “Dove sei stata ieri sera?  Non ti ho sentita arrivare.
“A un festa”
“E ti sei divertita?”
“ Molto”
Quattro battute che sono diventate un copione fisso recitato ogni volta tra un capo e l’altro del lungo tavolo apparecchiato per il lunch. Gli occhi cisposi di Fabio non vedono  il taglio asciutto e sottile, che dovrebbe essere un sorriso, sulla faccia di Giuliana  e le sue orecchie non sentono il gelo nella sua voce . Fabio non vede, non sente e non chiede più  niente.  Non fanno più l’amore. Non ne hanno voglia. E non parlano. Spermatozoi pigri.  
Dopo il verdetto Fabio ha dato la sua liberatoria: la colpa è mia. Se vuoi ci separiamo. Pensaci. Poi più niente: libertà per lei e sonno per lui.  Libertà e rabbia. 
Spermatozoi pigri. Ma che cavolo vuol dire? Che non hanno voglia di correre alla meta? Che hanno paura di salirmi dentro? Che non vogliono combattere e tornano indietro?  Che sono dei vigliacchi? Vigliacco tu, che non hai il coraggio di dirmi che non vuoi un figlio e  trasformi i tuoi cavalli selvaggi in pigri ronzini.
Ti odio, ti odio da morire, odio la tua freddezza e i tuoi sonniferi e una volta o l’altra ci metto l’arsenico al posto del mogad, tanto sei già morto.
Cosa vuoi? Che me ne vada? Che sia io a lasciarti?  E Bravo! Troppo comodo!
Fabio le compra il duetto rosso.  Glie lo fa trovare impacchettato in un gran nastro bianco, come una bomboniera.
Tante corse, tante notti, tante albe a guardare il soffitto senza dormire.
Ma questa volta Giuliana si addormenta di un sonno pesante e tranquillo.
Questa volta è stato bello. Avvolta di lui non è andata a proteggersi. Lui non ha chiesto, lei non ha detto. Si sono presi e si sono dati e il seme è rimasto dentro e il suo corpo lo ha succhiato vorace, senza pensieri.
Giuliana esce meno la sera. Giocano a carte. Ha voglia di passeggiate in montagna e di lamponi.  Fabio li raccoglie. C’è un bel cerchio scuro sulla striscia di carta. Nessun dubbio: positivo.
“Dove vai ?”
“Non lo so” risponde Giuliana mentre sale sul duetto.
Non lo so, non lo so… Cristo, non lo so !
Si può sapere, si può non sapere.
Il braccio è appoggiato sulla portiera e i capelli sono nel vento e il vento rinfresca la fronte e c’è un fresco futuro che nasce e la notte è profonda. 
Il foulard si impiglia nella ruota e la seta, forte di mille bachi che sono morti e di mille bolle che volano e vagano in attimi di nuvole, le stringe la gola  e spegne il respiro dei sogni.
Il blu troveranno sulla faccia gonfia, intorno agli occhi sbarrati, sotto le unghie delle dita  strette intorno al volante.
Il triangolo bianco e rosso  e i gesti meccanici del vigile invitano i curiosi a non fermarsi e ad andare.



 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:12 )
 

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