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Beatrice Sanalitro - la creazione delle parole, ma qualcuna c'era già PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Martedì 17 Maggio 2011 06:37

 

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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LA CREAZIONE DELLE PAROLE.

MA QUALCUNA C’ERA GIÀ

di Beatrice Sanalitro
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 giugno 2010

 
 
 
 
Vvvvvrrrr, smucchhhh, scccc, tron tronk, mmmmmmmm, OH, AH, eh eh, blo blof ah, sssssiiiiiiiii.
Sì.
Cough cough (colpo di tosse per schiarire la gola che mai, prima, ha dato origine a un suono.)
Tu chi sei?
Boh! Cough.
Posso essere tutto e niente.
Non hai un nome?
Nome?
Nessuno si è ancora preso la briga di definirmi, quindi fluttuo in un blo blof indifferenziato di nubi salmastre e come me tutti gli altri blo blof che ondeggiano qui e lì e svolazzano lassù nel ci el...ciel? Sì, ciel è un bel nome per lassù.
Non conosci il tuo nome. Interessante. Soffri, per caso, di problemi di identità?
Manco per sogno.
Sono senza confini, te l'ho detto, e questo mi porta a svagolare in libertà come le parole che qualcuno sta scrivendo
Puoi essere, quindi, tutto quello che vuoi. Puoi conferirti titoli, puoi assegnare nomi a te e alle cose. Puoi assumere l'aspetto di tutto quello che vuoi. Hai massima licenza.
Certo, massima licenza è una parola grossa; però, lasciami concentrare: raccolgo in me alcuni caratteri, prendo la forma corrispondente e voilà, il gioco è fatto. Concentrazione. La forma è manipolata dalla sostanza e la sostanza è manipolata dalla forma.
Oh oh, che concetto difficile! Mam...ma, mamma mia, difficile proprio!
Mamma, la prima parola.
“Mamma” è un termine ben definito che nasconde la vera essenza della dolcezza, della morbidezza, dell'accoglienza, tondetta per forza, eh: se è accogliente non può essere spigolosa!
La immagino con due grandi seni e la pancia molle che si muove come lo snodo di gomma degli autobus che portano tanta gente da un posto all'altro della città (e così compaiono altri termini come autobus e città: grazie a quale formula si sono materializzati?)
Le attribuisco il termine “abnegazione”: sì, le si addice.
Insolenza no, alla mamma non calza.
Equità: bah, non sempre si adatta: anche la mamma ha le sue preferenze. Mam...ma. Mamma.
Stereotipi. Nient'altro che stereotipi. Nulla di nuovo sotto le stelle.
Uffa!
Mamma tonda, quindi....paaaa...
Papà!
Che razza di consequenzialità!
Pa l...la! La palla è un coso tondo, un OGGETTO che rotola e rimbalza se lo lancio e se gli batto la la la la m a n o... ho detto “MANO”! Non è stupendo?
“Mano”: la mano presenta questi cosi che si allungano in là, di fuori... dove si mettono gli anelli, sì, questo termine mi è venuto subito bene, anello, bucherello...
Non devo perdere la concentrazione. L'anello si mette...
NOOooo!
Hai ragione, l'anello s'infila al... DITO! Ecco, ho definito i tentacoli che si dipartono, perbacco! Dipartono! Parlo come un dizionario!
Per bacco. Bacco! Bacco tabacco e Venere, ma chi è Venere? Dal nome direi che è una mamma molto bella.
“Mamma”...cough cough, sento non essere il termine corretto, perbacco: corretto! Mi meraviglio di me stesso, della mia perspicacia, finezza, bravura, attenzione alle sfumature nelle piccole cose, alla bellezza in queste piccole benedette cose, ma Venere non mi dà l'idea di una piccola cosa, mi sembra una... una cosa prosperosa, una... gnocca.
Gnocca? Qu'est-ce que.....sssttttt: popolo, un momento di raccoglimento, please: sto ideando le lingue francese e inglese: cough, sto partorendo un bi..un bi...un bijou. Ecco: Venere è un bi...jou. Un bijou.
Però può essere anche un bi senza il jou.
Come può una mamma  essere solo mam?
E perché no? Così si risparmia tempo, oppure tem oppure mpo.
I termini, sono o non sono convenzioni? Certo: avere solo un po' di tem e non tutto il tempo intero, mette ansia, ma tant'è.
Beh, beh, convenzioni fino a un certo pun: dove la met la derivaz dalle lingue ant oppure iche?
Non offenderti, preferisco parlare senza mezzi termini.
Hai ragione! Franchezza è quello che ci vuole: “franco” è libero. Anche Guglielmo lo è, in verità.
Libero di pensiero, la mente limpida senza nuvole, la testa come un quadro di Magritte... (da questo preciso istante, evviva! è natooooo!!! Ci ho preso gusto: Cha gall, Chagall! Mondrian, urrà!!!)
Chi è libero crea tutti i termini che gli fa piacere inventare. Certo, si fa carico delle limitazioni del caso: quel coso che fa bau vogliamo chiamarlo... cane?
Uno, due tre! Aggiudicato! Vada per cane.
Quel coso, da questo istante, si è precluso la possibilità di essere gatto, biscia, pterodattilo, ancora perbacco e congratulazioni per la mia sapienza!
Ma non può più essere neppure mocherptop oppure scintulit, net, cox, sha, perpù, tutè, lirk, dark...no, questo termine è già stato assegnato, ehm, quark, ahinoi, di nuovo già assegnato, la stanchezza gioca brutti scherzi, prut, zit e tutti gli altri che già sono entrati nell'uso comune.
Accipicchia! Non ti manca di certo la parola!
Senti, ma come ti permetti!
Io sono d  i  o! Dio!
ODDIO!



 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:12 )
 

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