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Pietro Tartamella - i cerchi del tempo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 09 Maggio 2011 10:27

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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I CERCHI DEL TEMPO

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 03 aprile 2011

 
 


Che differenza c’è tra una vergine
 e una scimmia con un orologio sulla spalla?

Nessuna differenza: entrambe non vedono l’ora!


Cosa fa un uomo che agita una sveglia
dentro un colapasta?

Passa il tempo!


Erano alcune delle battute che circolavano tra i sedili di legno del treno locale che portava noi studenti da Ventimiglia a Imperia dove, giovanotto, frequentavo l’Istituto per Geometri “Giovanni Ruffini”.

Gli orologi e le sveglie che segnano le vergini e il tempo… e se il tempo è danaro, gli orologi e le sveglie segnano anche il danaro?


****


 “Non rinunciare a un sogno solo perché pensi
che occorre molto tempo per realizzarlo.
 Il tempo  passerà comunque”
diceva un anonimo in cui mi ero imbattuto da ragazzo.

 

         Il primo orologio da polso, un tempo, era quasi un rito di passaggio all’adolescenza. L’orologio buono, dono particolare e doveroso del padrino, veniva regalato alla prima comunione.
Ricordo bene le serate trascorse con mamma che mi insegnava a leggere l’orologio della cucina e la sua sveglia col trillo potente e prolungato che la svegliava ogni mattina alle cinque; perché non potevo fare brutta figura quando il mio padrino mi avrebbe messo in mano, impacchettato con un fiocco, il primo orologio da polso della mia vita.
Ricordo mio fratello e mia sorella, più grandi di me di qualche anno, che sostenevano mamma in quell’insegnamento. Loro avevano già fatto la prima comunione e avevano già avuto il loro primo orologio della loro vita. Con entusiasmo e dedizione mi istruivano a dare la corda ai loro orologi, girando la rotellina. Mi ammonivano con tono solenne, quasi da superstizione, che la sera occorreva togliersi l’orologio e che andava deposto con cura sul comodino se non volevo  rischiare una malasorte, e se volevo che l’orologio durasse negli anni.
A quel tempo non si usava assolutamente dormire con l’orologio al polso.
La giornata di un adulto iniziava al mattino con il rituale dell’avvolgimento intorno al polso sinistro, rigorosamente al polso sinistro, della cinghietta di cuoio e dell’orologio, non senza prima essersi assicurati portandolo all’orecchio che facesse tic tac.

 
 
***


“A torto si lamentano li omini della fuga del tempo
incolpandolo di troppa  velocità, non accorgendosi
 essere quello di bastevole transito.
Ma la memoria che  natura ci ha donato
 fa che ogni cosa lungamente passata ci pare essere presente
diceva  Leonardo Da Vinci borbottando e trafficando tra  un volo e un dipinto,
tra una macchina da guerra e una scultura di marmo.



            Vedevo gli zii, già avanti negli anni, e mio padre stesso, con il loro orologio d’argento infilato nel taschino del gilet e la catenella. Lo chiamavano “orologio a cipolla”, chissà perché?  Forse perché la cipolla fa lacrimare gli occhi quando la tagli?
Gli anziani che si munivano di un l’orologio a cipolla forse volevano dire che il loro tempo era ormai trascorso, e la nostalgia li faceva segretamente lacrimare come se stessero sotto gli effluvi della cipolla.
L’orologio a cipolla forse era un altro rito di passaggio nella vita degli uomini di quel tempo.


***


“Nessun uomo è così occupato da non avere il tempo
di raccontare a tutti quanto sia occupato”
sosteneva il giornalista tedesco Robert Lemke.
 
 
E Roberto Gervaso ha detto
“Chi non sa come ammazzare il tempo
 è un uomo morto”.

 
 
 
         Sono le sveglie a suonare in tutte le case, a buttarti giù dal letto, a ricordarti di correre ai tuoi impegni e doveri nella giungla della tua città, degli uffici, dei commercianti, delle scuole, del tuo tram tram… Adulti e bambini che corrono cercando di superare il tempo, o almeno di raggiungerlo, ché sempre la sensazione è quella che il tempo stia davanti a te nella corsa, e tu indossi i panni perenni dell’inseguitore del tempo, di ogni tempo, del tempo occupato, del tempo trascorso, del tempo libero, del tempo perduto, del tempo guadagnato, del tempo risparmiato, del tempo sprecato, del tempo pieno, del tempo che vola, dell’andare a tempo, del ritornare, del tempestivo, del tempestare, del temporeggiare, del temporale.


***


E la domanda che Sant’Agostino si poneva spesso?:
“ Cos'è il tempo…? 
Se non me lo chiedono lo so.
Quando me lo chiedono non lo so più”.
La stessa domanda può valere anche per gli orologi?



          Gli orologi dei campanili, il passato, gli orologi pubblici nelle vie delle città, il presente, gli orologi delle stazioni, il futuro, gli orologi nei bar e nei negozi, ieri, oggi, domani, le clessidre, le meridiane, il futuro, il cronometro, le sveglie, le stagioni, il secondo, il momento, un minuto, un secolo, un’era, la velocità, lo spazio, il tempo, la relatività, i binari, il treno, le campane, le fabbriche, le sirene…

        Poi ci sono gli orologi a pendolo, gli orologi con gli uccelletti e col cucù, gli orologi a muro e i carillon. E poi sono arrivati gli orologi di mille forme: triangolari, ovali, ellittici, sghembi, rettangoli e quadrati, a forma di elefante, di orso, di gatto, a faccia di clown, e quelli subacquei, e quelli con i fusi orari. Quasi un tentativo di trasgredire e opporsi alla visione primordiale che, forse pensando al movimento rotatorio delle lancette che toccano sempre due volte la stessa ora nell’arco di una giornata, immaginava il tempo di forma rotonda.
Poi ci sono gli orologi fermi, che prima ti sorprendono e poi ti fanno arrabbiare. Ti sorprendono, perché la primissima sensazione e il primissimo pensiero, infantile e ingannevole, è quello di credere che è il tempo ad essersi è fermato!
Ma quando comprendi, subito dopo, che è l’orologio ad essersi fermato, e forse guastato, allora ti senti tradito e arrabbiato.
Goethe, il poeta, ha sublimato la rabbia trovandovi qualcosa di buono negli orologi fermi. Ci ha lasciato queste parole: “Come per abitudine si guarda un orologio che non cammina più come se camminasse ancora, allo stesso modo si guarda con piacere il volto di una bella donna come se la si amasse ancora”.

      Ed ecco l’orologio guardato mille volte al primo appuntamento. Ecco il tempo del ritardo, il tempo che si attorciglia e soffoca, il tempo delle more, il tempo delle lune.


***


        Cinque orologi hanno avuto particolare rilevanza nella mia vita. Quello piccolo, da polso, della prima comunione negli anni ’50.  L’orologio della stazione di Ventimiglia negli anni ’60. L’ orologio grande della stazione di Porta Nuova a Torino e quello, grande anche lui, della stazione Centrale di Milano negli anni ’70. L’orologio dell’edicola di Via Vanchiglia a Torino negli anni ’80.

         Quando arrivai a Torino, studente iscritto alla facoltà di Ingegneria, frullavano insistenti nella mente i sobbalzi del treno locale che per cinque anni mi aveva portato a scuola da Ventimiglia a Imperia. Si erano incollati nella memoria gli odori delle stazioni di quel tratto di Liguria, gli odori del ferro e delle traversine, gli odori dei sedili di legno, le luci dell’alba, il mare, il caffè, le divise dei ferrovieri, e i libri soprattutto, i libri letti in quei viaggi, un’ora all’andata - un’ora al ritorno, ogni mattina per cinque anni consecutivi.
Ero talmente impregnato degli odori che avevano accompagnato i miei studi e le mie letture sul treno, che a Torino non riuscivo a studiare “a terra”.
Mi distraevo facilmente, una gran fatica a concentrarmi. Mi mancavano il clima e l’atmosfera dei treni. Dovevo salire su un treno per studiare e scrivere!
Così al mio arrivo a Torino, i primi tempi, mi recavo alla stazione di Porta Nuova e acquistavo un biglietto di seconda classe per Milano andata-ritorno.
Eccolo il grande orologio della stazione di Porta Nuova che mi aspettava. Le voci della stazione. La gente con le valigie. La gente col giornale. Le donne colorate. Le ragazze con i libri. La coda agli sportelli. L’altoparlante che comunicava gli arrivi e le partenze. Gli sbuffi delle locomotive, l’odore oleoso dei binari.
E studiavo sul treno.
Alla stazione Centrale di Milano gli stessi odori, ma con un colore tipicamente “milanese” da mia “bela madunina”. E il grande orologio proprio di fronte al bar della stazione dove mi sedevo una mezzoretta a prendere il caffè osservando il via vai della stazione, aspettando di risalire di nuovo sul treno diretto a Torino.
E studiavo sul treno.
Quei viaggi da stazione a stazione li feci per alcuni mesi, finché i nuovi odori e la nebbia nuova di Torino, gli effluvi del Po, l’erba dei giardini del Valentino, il cielo sopra la Mole, lo sferragliare dei tram e gli orologi di Piazza Castello e di Via Po,  non si depositarono nella mente creando le nuove suggestioni e le nuove atmosfere utili alla concentrazione e alla percezione del mio tempo che trascorrevo a Torino.


***


         L’orologio appeso al muro dell’edicola di Via Vanchiglia, proprio sulla parete opposta all’ingresso, era la prima cosa che guardavo quando sollevavo la serranda al mattino presto.
Ed era l’ultima cosa che guardavo la sera, quando chiudevo la serranda.
Era un orologio rotondo, vecchio e arruginito, anche inclinato da un lato, lasciatomi dai proprietari precedenti.
Scandiva le giornate e dettava i ritmi.
Le scandì e li dettò per molti anni ogni giorno.
Se ero puntuale all’apertura riuscivo a mettere a posto i giornali prima dell’arrivo in massa dei clienti, e potevo fare colazione tranquillamente godendomi il tepore del cappuccino e della briosch quando il Bar Imperia, proprio a fianco, avrebbe aperto alle 7.00.
Intorno alle 13.30 l’orologio mi avvisava che era il momento di chiudere il negozio per un’oretta, il tempo di un pasto veloce e un pisolino.
Una sveglia piccola e portatile, alle ore 15 meno qualche minuto, mi tirava giù dalla brandina sistemata nel retro e mi avvisava che era ora di riaprire.
Nel pomeriggio era di nuovo l’orologio rotondo appeso alla parete che tornava a scandire i tempi delle rese dei giornali, i ritardi, le pause del caffè.
D’estate anche l’orologio nuovo, regalato da Mariatti in occasione della ristrutturazione dell’edicola, rotondo e con una cornice di legno su cui era inciso con caratteri dorati “Mariatti”, sembrava sempre fermo e il tempo non scorreva mai nell’afa e nella tranquillità sopita del quartiere svuotato dalle ferie.
Quando la sera tiravo giù la serranda, l’ultima occhiata all’orologio di Mariatti mi diceva che erano le ore 20.00, a volte le 20.30, a volte le ore 21.00.
Più di una volta tornando verso casa, a piedi o in auto, mi veniva in mente quel lontano indovinello dell’adolescenza: “Che differenza c’era tra una vergine e una scimmia con un orologio sulla spalla?”.
Anch’io non vedevo l’ora di ritornare a casa.
Per passare il tempo, passeggiando lungo il viale alberato del fiume Po, tra una riflessione e l’altra, immaginavo di agitare una sveglia in un colapasta.
In fondo il mio polso sinistro da diversi anni non portava più un orologio.

      Ancora non sapevo che un altro orologio da lì a qualche anno avrebbe avuto rilevanza nella mia vita. L’orologio nel salone Gibran di Cascina Macondo che un amico di Roma ci avrebbe un giorno regalato.
Un orologio a muro che ad ogni ora fa il verso di un uccello.
La storia di quell’orologio e di quegli uccelli è davvero degna di nota.
Ma questa è un’altra storia, un altro cerchio del tempo…

 
 
 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:12 )
 

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