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Paolo Severi - bandiere al vento PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 09 Maggio 2011 10:20

 

 

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BANDIERE AL VENTO

di Paolo Severi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 3 aprile 2011
(5.000 caratteri)

 
 
 
 
I “carrugi” di Genova, stretti, profumati di mare e di varia umanità. I piani alti sono un intreccio di corde con appese lenzuola e panni a sventolare, nel poco sole che riesce a filtrare fin lì, e nell'aria salmastra che, più che di mare, sa di porto.
Nell'entroterra, dove la campagna permette altri spazi, panni e lenzuola sono stesi all'aperto, fra lo stupore di grilli e rondini che, loro, certe cose proprio non le capiscono.
Sulle navi, beh, sulle navi le bandiere sono importanti. Già da lontano capisci se si tratta di amici, militari, gente da cui stare alla larga; in città, fra tutta la gente, è diverso; dall'abbigliamento hai molte informazioni, questo è vero, ma non è che uno abbia una bandiera in testa con scritto “attento, sono un bandito”. Poi, in città ci sono anche gli escursionisti con la guida che ha sul cappello una bandierina di richiamo, come dire: “noi siamo giapponesi, noi siamo della parrocchia di Montù, noi siamo contenti.”
La bandiera del pirata, è tutt'altra cosa.
Poi ci sono i gonfaloni, pieni di colori e bei disegni, e i sindaci dei paesi che ce la mettono tutta a rinverdire l'orgoglio di appartenenza, e ogni occasione è buona per farne sfoggio, ma, allo stadio, le varie tifoserie hanno, nelle bandiere delle loro squadre, dei punti di riferimento molto più sanguigni. Chi frequenta certi collegi, a vita indosserà una cravatta, brutta sia come bandiera, sia come cravatta.
Nei musei, le bandiere celebrano l'eroismo del soldato che muore col cuore gonfio di patriottismo, anche se sventrato dalla mitraglia.
Ma il problema è: perché le bandiere? Chi le ha inventate? Le più antiche raffigurazioni risalgono agli albori della memoria tramandata. Questi simboli sono un'emanazione di uno spirito di corpo, di appartenenza, quasi un riflesso visibile dell'anima non visibile di un certo gruppo sociale.
Un abito sacro dell'anima del gruppo, della nazione.
I simboli sono dei concentrati di emozioni, culture, tabù, sono un distillato di civiltà, e ci sono simboli palesi e simboli segreti. Certi simboli si ostentano solo in particolari occasioni, e solo per un pubblico molto selezionato. Altri, sono esposti con orgoglio e come monito. La generalità dei simboli è composta di oggetti statici, ed è logico, le famiglie passano, ma i valori sui quali esse si sono accresciute rimangono, quindi l'anello col sigillo impresso nella pietra e tramandato nel corso delle generazioni, deve essere più duraturo delle dita che lo indossano. Tutti i simboli sono statici? La Bandiera è un'eccezione! Tenuta ripiegata in un armadio per anni, ora sventola su una lunga asta, il soldato, che la regge con orgoglio, fatica a contrastare il vento che la vorrebbe portare via, e con essa allontanare le stupide ondate di odio razziale che stanno dietro a queste stupide guerre, ma dalla collina di fronte altre bandiere, di colore diverso, ma portate in alto con pari orgoglio da altri soldati, “con lo stesso identico umore, ma con divise di un altro colore”, stanno scendendo, incitate dal suono di trombe e cornamuse, e la battaglia sta per avere inizio, e i primi a cadere sono proprio i portabandiere e i suonatori di cornamuse, e i compagni si sentono in dovere di vendicare e onorare i primi caduti, per l'onore della bandiera glorificata dal sangue del patriota e allora con urla talmente forti che quasi allontanano la paura della tua morte, con urla talmente forti da farti dimenticare che non puoi scappare perché nelle retrovie ci sono i carabinieri pronti a bloccare la tua fuga, con urla talmente forti da farti dimenticare che quelle urla sono forse tutto ciò che ti resta della tua vita, ti lanci contro il nemico, ecco, da chissà dove spunta un'altra tua bandiera, sì, l'esaltazione della battaglia ci rende tutti eroi, guarda Gilberto come corre incontro alla Morte per infonderci coraggio, l'odore della polvere da sparo, il rumore della mitraglia, il terribile puzzo della paura, i rantoli dei compagni feriti, gli ordini che ti incitano alla battaglia, l'esplosione della granata, ma là c'è ancora quel drappo colorato che garrisce al vento, e allora avanti, verso la vittoria, verso la gloria, certo, gran parte di noi rimarrà straziata sul campo di battaglia, ma, dopo il fulgido trionfo, ognuno di noi martiri sarà onorato in una bandiera, e il nostro nome sarà scolpito in una enorme lapide, e no, non fermarti a darmi soccorso, è inutile, mi hanno colpito, và, va avanti verso la gloria, che il mio sacrificio non sia stato vano, che la civiltà ha bisogno del nostro martirio, che la pace trionfi sull'onore della nostra bandiera, che la Patria ci ricordi con onore, dicono  che ci sia un paradiso particolare per i caduti, chissà se sarà vero e e e...
No. Preferisco il garrire di panni freschi di bucato stesi ad asciugare al vento e al sole. E li voglio  bianchi e profumati, e tutte le famiglie devono avere lenzuola bianche.

P.S. – Da qualche tempo hanno vietato i panni stesi al sole, mentre partecipiamo con disinvoltura alle guerre più assurde.





 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:13 )
 

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