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Flavio Massazza - il pianeta azzurro PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 09 Maggio 2011 10:03

 

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IL PIANETA AZZURRO

di  Flavio Massazza
Cascina Macondo- Scritturalia, domenica 3 Aprile  2011





Giorgio, fissato al sedile dalle robuste cinture, guardava dall’oblò la costruzione di acciaio che circondava l’astronave.
Era stato difficile ottenere l’autorizzazione, ormai quei percorsi erano poco frequenti.
Le leggi del pianeta non prevedevano che un privato cittadino potesse fare quel viaggio. Era considerato pericoloso ed assolutamente inutile.
Ma l’uomo era ricco, aveva agganci importanti ed era riuscito ad ottenere quel posto su di una astronave destinata in realtà al solo trasporto di materiali.
Egli aveva con se solo una piccola valigia di alluminio al cui interno, oltre a qualche oggetto che poteva essergli utile, c’era un piccolo bulbo avvolto in un panno scuro.
Quel piccolo bulbo era il discendente di un’altro piccolo bulbo che, molti anni prima, aveva portato con sé sul pianeta.
Il bulbo si era sviluppato nel suo appartamento in una piccola serra con un clima realizzato artificialmente.
Ogni anno grazie alle sue cure aveva visto nascere i fiori e moltiplicarsi i bulbi.
Ma era tutto programmato, ricostruito, ed i fiori sembravano artificiali, inutili nella luce artificiale, nella terra artificiale.

Qualche mese prima in un giorno come gli altri mentre il riverbero rosso era sparito di colpo al tramonto del sole, Giorgio aveva osservato il cielo stellato attraverso la immensa cupola trasparente che conservava la miscela di gas necessaria alla vita.
La luna, una delle due, non era ancora spuntata.
Con lentezza aveva riordinato la sua scrivania, spento lo schermo del sistema di comunicazione e si era avviato verso gli ascensori.
Quella sera aveva deciso di non utilizzare i trasporti sotterranei ed uscì all’esterno.
Lo chiamavano esterno, ma in realtà era solo esterno agli edifici, su Marte l’esterno non esisteva. Nessuno poteva sopravvivere all’esterno.
Chiamavano esterno quelle zone che non erano dentro gli alti edifici o sotto il suolo della città.
Guardò in alto, una delle lune era appena sorta, una macchia biancastra più grande delle altre che non creava nessun alone luminoso lasciando il cielo completamente nero.
Come ogni sera osservò per un attimo un puntino luminoso nel cielo nero.
Sapeva cosa era e dove si trovava.
Camminò per un poco sulle strisce grigie che portavano da un edificio all’altro. Tutto era deserto, incrociò solamente un robot che camminava meccanicamente ed anche meccanicamente lo salutava con un cenno del capo ed una parola, un suono metallico generato dal computer quando i sensori ad infrarossi avvertivano la presenza di un essere vivente.
Un segnale di rispetto per chi lo aveva creato, senza emozioni, meccanico.
Gli uomini della città non amavano camminare fuori. Stare fuori era inutile. Solo quei pochi che non erano nati sul pianeta rosso a volte amavano guardare il cielo in cerca di qualche ricordo.
La maggior parte degli uomini e donne che vivevano nelle città di Marte, quando non svolgevano i loro compiti di lavoro, si dedicavano alle distrazioni previste ed organizzate.
I giochi di ogni genere con gli schermi. Le riunioni nei bar, le proiezioni, le donne o gli uomini meccanici disponibili ad ogni loro desiderio. Al massimo le passeggiate nelle serre dove piante e fiori perfettamente  organizzati simulavano una realtà inesistente.
Giorgio arrivò ad un edificio molto alto con in cima una piccola cupola sferica trasparente  collegata alla grande cupola esterna.
Entrò e si diresse all’ascensore. I sensori lo riconobbero immediatamente ed il sistema gli aprì le porte ed i passaggi che gli permisero di arrivare in cima.
La postazione era formata da un poltrona con davanti un grande schermo ed un piccolo schermo a portata di mano su cui le dita, scorrendo, erano in grado di comandare i computers.
Altre persone erano sedute ad altre postazioni e guardavano immagini colorate di galassie lontane che mai avrebbero potuto raggiungere.
Dopo pochi comandi, sullo schermo di Giorgio collegato al grande telescopio apparve una piccola sfera azzurra che lentamente cominciò ad ingrandirsi.
Essa divenne sempre più grande e l’immagine della terra fu sempre più dettagliata.
L’uomo la fece ruotare ed esplorò ogni dettaglio.
Da molti anni guardava quelle immagini, cercava qualcosa che appartenesse ai suoi ricordi di bambino, di quando aveva lasciato il pianeta su cui era nato.
Ormai però quelle immagini non erano più le stesse che aveva visto nei primi tempi.
Il pianeta era ancora azzurro, si vedevano ancora le nubi ed i grandi mari.
Si vedevano ancora le montagne bianche di neve, i deserti lucenti, i grandi fiumi, ma la vita si era spenta un poco alla volta.
Quando la luce del sole non illuminava la terra, le infinite piccole luci che la rendevano viva anche nel buio non c’erano più.
Le grandi foreste erano diventate sempre più gialle e le grandi costruzioni dell’uomo si erano dissolte nel grigio dei deserti.
La fusione progressiva dei noccioli delle grandi centrali nucleari aveva reso ogni cosa radioattiva, gli uomini erano fuggiti o morti lentamente e così era successo agli animali ed alle piante.
Si temevano le grandi guerre atomiche, in realtà la vita si era esaurita lentamente nella continua ricerca di benessere e di sicurezza.
Giorgio fu preso da un’immensa tristezza e restò a lungo immobile a guardare il pianeta azzurro ormai senza vita.
Ma quel giorno un istinto, una ribellione, una speranza che sembrava ormai perduta e proibita dalle leggi del nuovo pianeta gli aveva fatto prendere la decisione.
Contro ogni logica, contro ogni buonsenso, contro ogni legge sarebbe tornato sulla terra.

La base terrestre, l’ultima rimasta era situata nell’unica zona in cui le radiazioni erano ancora accettabili.
Accettabili per sopravvivere con una tuta, un filtro per respirare e con una esposizione limitata nel tempo.
Era proibito uscire all’aperto senza protezione, lì le radiazioni non uccidevano subito, ma penetravano lentamente nell’organismo e dopo breve tempo avrebbero comunque portato a gravi malattie ed alla morte.
Questo Giorgio lo sapeva benissimo.
I pochi uomini che vivevano nella base avevano guardato con stupore quell’uomo che senza essere ne una scienziato, ne un incaricato del governo aveva deciso di uscire all’esterno della base.
Grazie al suo denaro si era procurato un vecchio mezzo di trasporto con un sistema di protezione dalle radiazioni, una scorta di carburante, la tuta, le maschere ed i filtri.
Aveva caricato riserve alimentari, una tenda e tutto ciò che gli serviva per sopravvivere per qualche mese, era ciò che gli bastava.
Appena sceso dall’astronave, la gravità a cui non era più abituato gli fece sembrare il suo corpo pesantissimo, le gambe lo sorreggevano a fatica nonostante fosse magro e ben allenato.
Gli sembrò che la terra lo volesse più vicino a sé, alla sua superficie in un abbraccio ritrovato.
Fuori dalla base c’era solo terra deserta, non era la sabbia con le dune che ricordava, ma una distesa arida, liscia e senza vita.
Viaggiò per giorni fermandosi a riposare all’interno della cabina e scendendo ogni tanto per scrutare l’orizzonte ben protetto dalla tuta.
Ad un certo punto il paesaggio cominciò a cambiare ed apparvero pietre e fenditure nel terreno.
Poi, dietro una serie di grandi rocce vide un piccolo corso d’acqua.
L’acqua scorreva tra le pietre formando piccole cascate e qualche pozza in cui si rifletteva il cielo azzurro.
Giorgio arrestò il mezzo, indossò la tuta e la maschera, caricò i suoi averi su di un piccolo carrello che poteva trascinare a mano e si avviò lungo il corso dell’acqua.
Dopo qualche ora di cammino giunse ad un ansa del fiume ai cui lati si era formata una piccola lingua di terreno protetta dalle alte rocce.
Qualche filo d’erba di un verde pallido cresceva qua e là.
L’uomo si fermò, piantò la piccola tenda e sistemò tutte le sue cose li intorno.
Poi prese il piccolo bulbo che aveva portato con se e lo seppellì dove la terra gli sembrava più morbida e più fertile.
Si tolse la tuta, la maschera ed i guanti. La gioia di sentire sulla testa il calore diretto del sole, di sentire il vento leggero sulla pelle, di vedere i colori senza la barriera della plastica era immensa.
Non controllò il livello delle radiazioni.
Non gli interessava se il livello radioattivo gli avesse permesso di vivere alcuni giorni, alcuni mesi o anni, l’unica cosa che gli importava era di essere immerso negli elementi che amava, che ricordava e che forse non erano perduti per sempre.
Passarono giorni, passarono settimane.
Giorgio si era organizzato: mangiava seduto vicino al torrente, faceva il bagno nell’acqua fresca, la beveva con avidità e si asciugava al calore del sole.
Quando pioveva si lasciava bagnare dalla pioggia.
Non sentiva le radiazioni, forse lo stavano uccidendo lentamente, o forse non c’erano neanche, forse non c’erano mai state, forse erano un’invenzione di potenti poteri economici.
Ora l’immensa melanconia non c’era più, c’era solo la gioia delle sensazioni che il suo corpo era di nuovo in grado di provare.
Intanto dalla terra che ricopriva il bulbo erano spuntate delle foglioline verdi con delle piccole striature più scure. In mezzo ad esse cresceva, quasi a vista d’occhio, un lungo gambo con in cima una sferetta verde che diventava sempre più oblunga e più grande.
Poi in un giorno, forse di primavera, il bocciolo verde cominciò ad aprirsi.
Una piccola strisciolina rossa spuntava nel verde diventando sempre più grande.
Svolgendosi con un lentissimo movimento grazioso il rosso emerse separando le foglie fino a che un calice rosso vivo si aprì in tutta la sua bellezza.
Giorgio si sedette a terra con le gambe incrociate appoggiò le mani sulle ginocchia e restò immobile a guardare quel fiore.
L’immagine di un uomo seduto davanti ad un fiore rosso sul pianeta azzurro viaggiò nell’universo alla velocità della luce per sempre.  



 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"


Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:13 )
 

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