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Beatrice Sanalitro - capolinea PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 09 Maggio 2011 09:50

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
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Cascina Macondo
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Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 



CAPOLINEA
di Beatrice Sanalitro
Cascina Macondo Scritturalia domenica 03/04/11





Il piano di battaglia è pronto.
Prima di assalirli, bisogna fare delle simulazioni.
Tenere d'occhio e poi accerchiare il campo nemico con passi felpati in modo da cogliere l'avversario di sorpresa, provare diverse volte, fino ad ottenere il risultato fissato; controllare l' efficienza delle armi, senza mai dimenticare il pericolo. Pericolo, pericolo.
Tutti ai vostri posti, mirate....il vostro bersaglio è lì, davanti a voi, la sua sola presenza vi manda in bestia, non lo sopportate più, non volete più vedere neppure la sua sagoma, volete annullarlo e lo annullate, via, così, per sempre.
Gli occhi sono lucidi per la tensione.
Le pance hanno un fremito, i pensieri s'annebbiano, le mani tremano, a qualcuno sale il sangue alle orecchie per l'eccessivo turbamento che tutti vorrebbero evitare.
I capitani osservano con sguardo severo il campo avversario e con una sbirciata di commiserazione e sconcerto la propria compagnia.
Una massa di disgraziati che avrebbero fatto meglio a .giocare a scopone  puntando tre sigarette Nazionali nel bar malfamato della stazione o a bighellonare per i sentieri della campagna in cerca di alberi da frutta da spogliare.
Gli unici che hanno risposto alla chiamata sono qui.
Tutti gli altri hanno trovato di meglio da fare, chi doveva potare la siepe, chi portare a passeggio il cane, chi andare a giocare a scopone puntando tre sigarette Nazionali nel bar malfamato della stazione.
Non sarebbe meglio sedersi davanti ad una tazza di caffè bollente e risolvere la situazione con l'audacia della strategia? Avere il coraggio di disapprovare  la tensione, mettere ai voti una scampagnata con picnic, piuttosto che l'occupazione di quel campo?
Sarà mica il Campo dei Miracoli!
Sarebbe meglio la scampagnata, ma la situazione impone la soluzione del conflitto in modo cruento.
Il prezzo da pagare è alto, la paura per le perdite e di essere tra le perdite, fa concepire l'idea della fuga.
Ma, prima di rendersi conto di quanto sta accadendo, giunge l'ordine dell'attacco.
Il generale, signor Marcello, è perentorio: avanti miei prodi.
E, allora, vengono richiamate, nelle pance che dolgono per la tanta aria da tensione, selvagge sensazioni di pura cattiveria  che s'alternano con crisi di identità: ti faccio fuori, vigliacco! Seguito da un muto “Ma perché, poi? Quante volte ci siamo ubriacati insieme di birra e quante volte siamo andati nella balera a rimorchiare donne e ora ci trasformano in nemici! Possiamo giocare ancora, perbacco!”
Ragionare, in quei momenti, su costi e benefici, non è vincente.
L'unico pensiero che fa muovere le gambe è quello di salvare la pelle, soprattutto quella della testa, ché i sassi lanciati con tiro secco e traiettoria precisa fanno male.
E, allora, avanti! E facciamola finita.
Il lancio è terrificante, non rimane neppure l'ombra del ricordo di un caffè.
Le grida si alzano insieme ad un polverone fitto, tutti sono eroi, tutti sono fedeli ai propri ideali.
Quel campo è nostro! Il sindaco ce l'ha assegnato!
Voi volete farne un luogo di malaffare.
E voi un ignobile campo da calcio!
Tra una sassaiola e l'altra gli alterchi si susseguono feroci con la volontà precisa di passare alle mani, ché strappare il cuore dell'avversario e divorarlo sotto i suoi occhi annebbiati dà sempre una certa soddisfazione.
Poi, la nuvola di polvere in dotazione della compagine di destra avvolge i nemici, li blocca, li trasforma in statue provvisorie. L'entusiasmo dei temporanei vincitori è esagerato: urla e strepiti e turpiloquio.
Esagerata pure la brevità della gioia.
E' un attimo, solo un attimo di smarrimento e l'altra squadra, dopo una scrollata per togliere la polvere dagli occhi, esce allo scoperto facendo esplodere tutta la tensione che ha trattenuto in petto. Corrono tutti, come un unico corpo ma, in più, urlando a squarciagola per spaventare il nemico che arretra, sì, arretra, il nemico indietreggia, il campo è nostro, è nostro; urla e imprecazioni salgono fino al cielo.
Il motivo di tanta importanza di un inutile campo di spighe schiacciate e giacenti sfibrate non è proprio chiaro a nessuno.
La proposta di far terminare la corsa del 7 sbarrato in mezzo ad un campo deserto, per metà di proprietà di un paese e per l'altra metà dell'altro paese, è assurda, se pur si tiene conto di un possibile evolversi dei piani regolatori.
Non sarebbe meglio sedersi davanti ad una tazza di caffè bollente e risolvere la situazione attraverso le parole, senza passare alle mani, alle fionde, ai bastoni, ai forconi, alle spinte, agli insulti?
Sarebbe meglio, ma la situazione impone la soluzione del conflitto in modo cruento.
Chi ha stabilito questa disposizione? 
Anche i più distratti si voltano e osservano chi ha osato ordinare l'attacco per vedere che faccia ha, di che colore è, e per esaminargli, se possibile, il cervello.
Nei due gruppi serpeggia la rivolta contro un conflitto che non ha motivo di esistere e che il popolo pigro non vuole.
Io penso che non abbia senso continuare a menarci. Anch'io la penso come te.
Siamo i due comandanti delle due squadre e abbiamo il diritto di esprimere il nostro parere. Proponiamo di incamminarci lungo il sentiero nel mezzo del campo conteso e di trovare una soluzione.
La nostra non è una posizione isolata.
In molti la pensano così. Per quale motivo dobbiamo darle e riceverle?
Intanto la palina che deve sancire che in quel campo finisce la corsa del tram, giace, come bandiera molle di pioggia, in mezzo a spighe schiacciate e sfibrate.
Una mano amica la tira su e la posiziona dove, per equità, deve stare: proprio nel mezzo del campo. La scelta imparziale scatena il giubilo dei due schieramenti, con improvvisati lanci di stelle filanti e di quei petardi che erano avanzati nel momento dell'attacco.
Già, ma i binari? Quello di destra lo porrete voi e quello di sinistra noi o viceversa, come più ci aggrada, non c'è motivo di corrugare la fronte, troveremo la soluzione davanti ad un caffè.
E fu così che in mezzo al campo che, da quel momento, fu chiamato Piazza del Campo dei Miracoli, terminò la corsa del tram numero 7 sbarrato che tanto aveva infuocato gli animi in un tempo lontano.
Del campo di spighe schiacciate e giacenti sfibrate non esiste più nemmeno l'ombra.
Su quel tram della discordia, perché nessuno dei due paesi voleva cedere un pezzo di terreno, hanno viaggiato pendolari a non finire e qualche signore al quale non partiva l'automobile.
E' un tram carico di qualche sguardo, di stanchezza e di sonno, talvolta di sogni che s'infrangono davanti alla palina del capolinea: tutti i passeggeri devono scendere dal mezzo e continuare per proprio conto.
A destra del binario di destra campi da tennis, piscine e centri benessere.
A sinistra del binario di sinistra hotel e boutique.
Che fine abbiano fatto i papaveri tra le spighe dai chicchi dorati dal sole, nessuno lo sa.
Si sa solo che, al di là della palina, non ci sono più corse.



 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"


Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:14 )
 

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