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Antonella Filippi - la spia che andò al caldo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 09 Maggio 2011 09:24

 

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LA SPIA CHE ANDÒ AL CALDO

La terza avventura di Chandler Cat, detective zen
di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 3 aprile 2011




Eccomi di nuovo a voi. Sono Chandler Cat, investigatore privato. Se volete, oggi posso miagolarvi la mia terza avventura, quella che nei ricordi è “La spia che andò al caldo”.
Quell’anno avevo deciso che, visto il buon andamento economico del mio lavoro investigativo, potevo finalmente permettermi un breve periodo di vacanza.
Avevo scelto come meta il Sultanato del Granturco: essendo io notoriamente un romantico gentilgatto, avevo pensato a un paese ancora poco frequentato dal turismo, ricco di storia, di mistero e di bellezze naturali, e avevo chiesto a Bella Miao di accompagnarmi.
Come? Gaglioffo impudente! Solo come assistente, s’intende… anche se, devo confessare, iniziavo ad apprezzare… ma insomma, fatemi continuare!
Il Sultanato, come ben sapete, è ancora piuttosto arretrato dal punto di vista sociale, per esempio le gatte non possono leccarsi il pelo davanti a gatti maschi non appartenenti alla famiglia, non devono uscire in numero dispari e non sono autorizzate ad acciambellarsi in cucina.
Perciò avevo suggerito a Bella Miao (suggerito, non chiesto, perché mi avrebbe guardato storto) di uniformarsi a queste proibizioni, per non mettersi e metterci nei guai. Almeno in vacanza avrei voluto rilassarmi!
Bella Miao mi aveva guardato comunque storto, ma non aveva miagolato verbo.
Qualche giorno dopo aveva prenotato i biglietti per il viaggio e i trasportini adeguati, e anche un tappetino per la prima notte nel paese.
Avevo pensato, infatti, di girare il Sultanato cercando di trovare posto in ostelli o pensioncine, di mangiare nelle bancarelle lungo le strade, di usare solo i mezzi locali, di… Cosa? Non si è trattato di zampine corte; se non capisci la differenza tra un viaggiatore e un turista… Bah!
Tralascio i particolari del viaggio, per non tediarvi… Come sarebbe? Se ti annoi togliti dalle zampe e lasciami andare avanti!
Insomma, arrivati a Moscerino, la capitale del Sultanato, avevamo lasciato i bagagli alla pensione ed eravamo subito usciti a visitare la città.
Da diversi mesi la nostra gattovisione miagolava spesso del Sultanato del Granturco, della sua intenzione di entrare a far parte della Comunità Pangattica, di introdurre allo scopo e gradualmente blande riforme, di movimenti tendenti a modernizzare il paese e altri totalmente contrari a qualsiasi cambiamento e a contatti con gatti stranieri.
A quanto pareva, negli ultimi tempi, oltre al movimento per la Democrazia Felina o a quello per la Liberazione della Gatta o ancora quello per l’abolizione della schiavitù dei furetti, si stava imponendo il KKP, acronimo di Ku Krusc Pan.
Come forse sapete, in quella lingua “ku” significa “no”, oppure “senza” e il tutto vuol dire “pane senza crusca”, “pane bianco”, puro, predominante sul pane nero.
Probabilmente avete capito che si tratta di una metafora, significa che il movimento portava avanti la supremazia dei gatti bianchi, originari del paese, rispetto ai gatti neri, a macchie e tigrati, immigrati. In quel paese i gatti neri sono stati discriminati per secoli, tenuti in schiavitù come i furetti, venduti e sfruttati, e solo negli ultimi decenni avevano potuto accedere ad alcuni diritti minori, per esempio a usare le lettiere o i trasportini pubblici.
A queste piccole concessioni si opponeva il KKP, nel timore che fossero i segni premonitori di un indesiderato cambiamento sociale e di una perdita di privilegi. E se un domani un gatto nero si fosse messo in mente di diventare Sultano? Abominevole!
Ho dimenticato di miagolarvi che, poco prima di partire, avevo ricevuto un messaggio misterioso: “Sappiamo che verrai nel nostro Paese. Abbiamo un problema che solo un grande investigatore può risolvere.”
No, spiritosone! Era proprio diretto a me!
Proseguiva dicendo che avrebbero preso contatto con me appena fossi arrivato nel Sultanato e di mantenere il segreto. Insomma, come avrete capito, il viaggio era stato progettato non solo per concederci una vacanza, ma era anche un pretesto per rispondere a una richiesta di aiuto.
Devo miagolare sinceramente che, al momento di partire, ero incuriosito ed eccitato come un pivello al primo caso.
No, il messaggio non era firmato, ma avevo capito chi me lo mandava: Don Camola, un certosino grasso che da giovane era andato nelle missioni, da cui tornava di tanto in tanto con statue intagliate, collane di cipree, stoffe, spezie e altre pinzillacchere che lasciava nella casa principale del suo ordine perché fossero vendute al fine di finanziare la conversione forzata dei furetti.
A questo motivo avevamo avuto una certa divergenza di opinioni, prima della sua partenza per il Sultanato, alcuni anni prima, finita in rissa e poi in amicizia, come spesso succede agli individui maschi di ogni specie.
In breve, ci eravamo spensieratamente dedicati a fare i turisti, in attesa che qualcuno si mettesse in contatto con noi. Abbigliati in modo da uniformarci alle prescrizioni di quel Paese, io con una gobba finta e un porta-coda e Bella Miao con un lungo cappello a punta, indicato per le gatte nubili, per qualche giorno avevamo visitato templi e musei, biblioteche e mercati, e percorso la lunghissima via principale fino alla grande piazza con il palazzo del Sultano. Non è che girassimo solo per il piacere di farlo, in effetti volevamo farci vedere da chi ci aspettava e dargli modo di parlarci o mandarci un messaggio.
Ma niente di tutto questo era successo.
Girando per la città, avevo però raccolto, con il mio finissimo intuito, alcune sensazioni: c’era davvero fermento e avevo l’impressione che la gente mi guardasse in uno strano modo. Possibile che anche in quella città fossi stato preceduto dalla mia fama?
Ah, disgrazia dei felini! Ho detto fama, non fame!
La sera del terzo giorno, quando cominciavo a preoccuparmi seriamente, qualcuno finalmente si era fatto vivo.
Eravamo usciti per andare a mangiare in un locale tipico, dove avremmo visto anche uno spettacolo di danza della coda, per la quale quei luoghi sono rinomati.
Dopo una lunga e succosa degustazione dei manicaretti locali, era venuta l’ora dello spettacolo.
Una satanassa dal pelo rosso e dallo sguardo malandrino aveva iniziato a esibirsi al suono di cembali e tamburi, roteando lentamente la coda, poi facendola serpeggiare rapidamente, poi alzandola e abbassandola a scatti.
Avevo guardato gli altri spettatori, cercando di comportami come loro: in breve i maschi avevano iniziato ad agitare il porta-coda a ritmo della musica e a rotolarsi sulla finta gobba, cosa che avevo imitato perfettamente, anche perché quella rossa aveva un certo non so che!
Non mi ero accorto, però, che anche Bella Miao aveva iniziato ad agitare la coda e a muoversi felinamente, cosa assolutamente proibita. In un batter d’occhio si erano fatti avanti tre minacciosi “guardiani della conservazione dei buoni costumi della chiesa gattolimana”, con l’intento di arrestarla.
Non sia mai detto che Chandler Cat abbandoni una tenera micina al suo destino, e men che meno Bella Miao!
Così mi ero gettato sui tre per difenderla e sottrarla alla cattura, ma, impedito com’ero dalla finta gobba e dal porta-coda, ero finito malamente sbattuto contro gli altri tavoli, i cui occupanti, ben disposti, avevano dato vita a una gazzarra fenomenale. In tutto questo, avevo cercato di afferrare la zampa della mia assistente per filarcela pancia a terra, ma l’avevo persa di vista per una attimo, a causa di un paio di zampate sul muso, e quando mi ero ripreso avevo fatto in tempo a vederla sparire dietro al palco con un aitante esemplare felino. Mi ero precipitato in quella direzione, ma erano spariti.
Una voce suadente nell’ombra aveva miagolato: “Torna alla pensione, ti cercheremo noi!” Mi ero girato di scatto e avevo visto solo un lampo rossiccio, prima che la rissa mi raggiungesse.
Mi ero lanciato nella mischia con vero piacere, ancora pieno di adrenalina, liberandomi in fretta degli ammennicoli che avevo addosso per poter darle di santa ragione a chi cercava di fermarmi. Dopo averne stesi una settantina circa… A chi fai quei versi, figlio di una capra zoppa? Se non erano settanta erano pochi meno, stai sicuro! Insomma, mi ero tolto qualche soddisfazione, prima di filarmela, non visto, verso la pensione.
Mentre mi stavo leccando le ferite nella mia camera, la porta si era aperta lentamente ed era apparso un vecchio amico, del tutto inaspettato. Era Canne Mozze, ex-organista, sodale di Don Camola. Gli avevo espresso tutto il mio piacere e lo stupore di vederlo lì, ma mi aveva interrotto velocemente: “Sono io il tuo contatto, adesso. Dobbiamo andare. Don Camola è sparito!”
Avevo afferrato il mio armamentario investigativo e la solita coperta per la meditazione e mi ero affrettato a seguirlo.
Ci eravamo inoltrati in vicoli bui e strade tortuose, come nel migliore romanzo di spionaggio, in perfetto silenzio e camminata molleggiata, fino ad arrivare ai margini della città.
Non avete idea della mia sorpresa quando, entrando in un seminterrato puzzolente, mi sentii abbracciare con trasporto! Quando le luci si erano accese, tra le zampe avevo Bella Miao! E non era l’ultima sorpresa: nella stanza si trovavano diversi individui, tra cui la danzatrice rossa e l’aitante quattrozampe che aveva portato via Bella Miao.
Quest’ultimo aveva esordito: “Quando cinque anni fa studiavo sociologia felina e gattologia, mi sono reso conto che la nostra società…” Canne Mozze gli aveva fatto segno di stringere. “Quattro anni or sono, dopo la laurea, mi sono impiegato presso il Ministero…” Canne Mozze aveva ripetuto l’invito ad arrivare al punto, sussurrandomi: “Non farci caso, il suo soprannome è Dottor Divago, perché parte dalla preistoria per raccontare qualsiasi cosa”.
“In breve, quasi tre anni fa ho fondato il movimento dei Gatti Neri…” Canne Mozze aveva roteato gli occhi al che il tipo aveva proseguito: “Due anni fa ho contattato cautamente alcuni esponenti del Movimento per la Liberazione dei furetti…” e cogliendo l’occhiata di Canne Mozze aveva sintetizzato: “Don Camola mi stava aiutando, è lui che ha i contatti con i rivoltosi, ma è sparito e tu devi prendere il suo posto”.
Aveva approfittato dello stupore con cui avevo accolto le sue parole per presentarmi gli altri congiurati: “Nel nostro movimento ognuno ha un soprannome: quello prognato è Via col Mento, il tipo con il naso rosso è Mille e una Botte, lui è…”
Bella Miao ne aveva approfittato per sussurrarmi: “E la rossa è Tanto Pudore per Nulla… la dà via facilmente, ma fa finta di non volerla dare…”
Mi ero girato a guardarla, ma stava già ancheggiando verso il capo dei Gatti Neri, con elegante nonchalance. Non la capirò mai!
Il Dottor Divago aveva proseguito: “Come Don Camola domattina dovrai farti vedere in giro, in modo che nessuno sospetti che il nostro amico è sparito. Inoltre, forse in questo modo attirerai l’attenzione di chi l’ha rapito, che magari farà un passo falso e ci porterà da lui.”
Rimpiangevo di non avere i soliti galoppini di cui mi avvalevo per le indagini nella mia città, che avrei potuto sguinzagliare mentre me ne stavo a meditare e a risolvere il caso .
Ridi, ridi pure! Le meningi funzionanti risolvono più dei muscoli scattanti!
Mi ero lasciato truccare in modo da assomigliare a Don Camola, ovviamente avevo dovuto indossare diversi spessori sotto l’abito…
Sfacciato! Non sono grasso, sono solo imbottito di charme e di carisma!
Intanto osservavo il capo dei Gatti Neri, e, alla fine della mia sessione di trucco, guardandomi nello specchio, avevo colto una certa somiglianza tra Don Camola e il Dottor Divago.
“Hai capito il vecchio Certosino?” mi ero detto con il mio migliore sogghigno “Ha trovato una bellezza locale da redimere e..”
Con la consueta diplomazia avevo fatto alcune domande e lasciato cadere un paio di illazioni, al che il Dottor Divago aveva miagolato: “Quando, molti anni fa, il nostro amico venne qui, nessuno avrebbe mai immaginato che avrebbe dato vita al fautore di una rivoluzione epocale per il Sultanato. Anche il primo sultano aveva…”, ma già Canne Mozze mi aveva trascinato in un angolo, facendogli segno di sigillare le fauci fino all’indomani mattina.
“Cerca di dormire, domani è un altro giorno” e con questa lapalissianità mi aveva girato le spalle.
Avevo ceduto la mia coperta a Bella Miao e mi ero accoccolato lì vicino, pieno di pensieri profondi e considerazioni sulla natura felina.
L’indomani mattina ero uscito presto, non senza essermi accordato con i cospiratori sui passi da fare. Mi ero diretto senza fretta verso il mercato, dove mi era stato detto che Don Camola aveva molti contatti.
In breve, con il sesto senso che mi contraddistingue, mi ero reso conto di essere seguito. I cospiratori avevano detto che, opportunamente truccati, sarebbero stati nelle vicinanze, ma il settimo e l’ottavo senso mi comunicavano che non si trattava di loro.
Il mercato era molto grande, ubicato all’interno e attorno a un antico caravanserraglio, in cui le botteghe e le bancarelle esponevano ogni genere di merce, da lettiere finemente intagliate a coperte morbide e calde, da gobbe e portacoda ricamati a cappelli di ogni foggia e colore, da spezie profumate a cibarie appetitose. I proprietari stavano pigramente adagiati su poltrone o divanetti, mentre i gatti servi si affaccendavano a vantare i prodotti con miagolii dagli accenti propri delle loro lingue. Gli schiavi furetti saltavano a destra e a manca e correvano a impacchettare le merci scelte, per poi consegnarle ai compratori.
Quello dei furetti è un popolo unico e affascinante, che con la schiatta dei gatti condivide il fatto di essere indipendente, volitivo e mattacchione. La loro socievolezza, però, simile a quella dei cani, ha fatto in modo che fossero facilmente resi schiavi dai sudditi del Sultanato del Granturco. Anche il fatto che adorano scavare, li ha fatti inizialmente usare nelle miniere di argilla da lettiere.
Inoltre, dato che non si dedicano alla nobile arte di affilarsi le unghie su tappeti e mobili, hanno molto più tempo a disposizione per lavorare. L’unico argomento a loro sfavore è l’odore di selvatico che si portano appresso, per cui la polizia del Sultanato era riuscita a scovare facilmente, almeno all’inizio, i diversi gruppi rivoltosi della Carboneria dei Furetti.
Canne Mozze mi aveva detto che Don Camola era riuscito a sintetizzare un prodotto che, spruzzato sul pelo, dava ai furetti un odore felino, perciò più nessun zampepiatte era riuscito ad arrestarne uno. Probabilmente la faccenda era trapelata e forse era per questo che Don Camola era sparito.
Comunque, mi ero inoltrato lentamente nei vicoli del mercato, cogliendo a volte sguardi d’intesa, altre occhiate stupefatte. Mi ero sempre avvicinato, in quei casi, ma nessuno aveva avuto il coraggio di parlarmi.
Continuando a gironzolare, a un certo punto mi ero trovato in una classica ressa da mercato, spintonato, schiacciato, strattonato e condotto contro il mio volere verso un andito scuro e una scala ben mimetizzata che scendeva in un sotterraneo.
Avevo iniziato a miagolare una protesta, ma un colpo in testa mi aveva steso come un sacco di patate.
Mi ero risvegliato in una cella umida su uno strato di paglia non troppo pulita. Avevo un gran mal di testa e una voglia certa di fare a fette gli autori di questo sequestro. Guardandomi attorno, non posso miagolarvi la sorpresa di vedere, di fianco a me, Don Camola in pelo e calzini.
Mi aveva fatto segno di non miagolare e aveva chiesto sottovoce, con la solita rudezza: “Chi diavolo sei? Se sei venuto per liberarmi ti sei fatto prendere come un pollo. E poi perché ti sei travestito per sembrare un grasso prevosto?”
Mi aveva aiutato a rimettermi a quattro zampe, mentre io, sogghignando alla risposta che stavo per dare alla sua ultima domanda, avevo sussurrato: “Sono Chandler, Chandler Cat”.
Un ampio sorriso si era stampato su quel muso ecclesiastico e stava per aiutarmi a togliere il travestimento quando la cella si era aperta.
Un gatto bianco si era affacciato, con aria disgustata. “Guarda guarda, cosa abbiamo qui? Due Don Camola… E quale sarà quello vero? Vediamo un po’!” e aveva fatto un cenno ad altri due gatti chiari, che mi avevano afferrato in un lampo senza darci il tempo di reagire.
Avevano chiuso la cella, lasciando Don Camola a snocciolare anatemi e scomuniche e mi avevano trascinato in una grande sala in cui si trovava, a quanto pareva, tutto lo stato maggiore e una quantità indefinita di accoliti. Avevo capito, infatti, che si trattava del KKP.
Ma la sorpresa maggiore era stato vedere tra loro la sinuosa gatta rossa! Ecco come avevano fatto a trovarmi subito e la sensazione di essere seguito era veritiera. E, altra sorpresa, si stava togliendo il colore rosso dal pelo, che tornava a essere bianco e serico.
Quello che mi aveva prelevato dalla cella aveva fatto un cenno e in un attimo mi ero ritrovato legato come un salame su un lettino, mentre la ex-rossa avvicinava un ago minaccioso alla mia zampa sinistra.
Nel giro di un tempo che mi era sembrato lunghissimo avevano provato a drogarmi con essenza di olive, cioccolato amaro e anche bellagatta (devo rendervi edotti del fatto che la bellagatta per noi è tossica come la Gattonyte per Supercat; dà febbre, aumento della frequenza cardiaca, pupille dilatate, stato allucinato, convulsioni, e può essere letale per paralisi del sistema nervoso paragattosimpatico), continuando a farmi domande su domande per farmi confessare chi fossi, per quale motivo mi trovavo nel Sultanato, che rapporti avevo con Don Camola, con il movimento dei Gatti Neri, con la Carboneria dei Furetti, perché me ne andassi in giro travestito, e tante altre che ora non ricordo. Ma da me non avevano avuto alcuna soddisfazione, perché ero riuscito a resistere applicando una tecnica che avevo appreso dai monaci Sciolin, durante uno dei miei ritiri di meditazione.
Stavano per passare a misure più drastiche quando, di colpo, la porta si era aperta e una fiumana di furetti era sciamata contro i membri del KKP, mordendo zampe e code, mentre il gruppo dei Gatti Neri si faceva spazio per andare a liberare Don Camola. Qualcuno alla fine si era ricordato anche di me e, nella trance, mi era sembrato di vedere il musetto di Bella Miao.
In un attimo eravamo stati trascinati fuori e allora anche la marea di furetti si era ritirata.
Mentre ancora i membri del KKP si riprendevano dall’attacco, Bella Miao, il Dottor Divago e Canne Mozze avevano introdotto un tubo nella stanza e aperto un rubinetto. In pochi secondi litri, che dico, ettolitri di catrame si erano riversati nella stanza, marchiando indelebilmente la supremazia dei presenti.
Chiusa la porta con un catenaccio, eravamo usciti dal sotterraneo e, alla testa di una folla che aumentava a ogni zampata, ci eravamo diretti al palazzo del Sultano che era stato costretto a fare buon viso a cattivo gioco e a decretare la fine della schiavitù dei furetti e diritti uguali per ogni gatto del Sultanato.
In seguito avevamo saputo che i membri del KKP per la vergogna erano espatriati in un nuovo continente scoperto da poco da un piccione viaggiatore o forse un colombo navigatore, un certo Cristoforo.
L’idea del catrame era venuta a Bella Miao e devo confessare che ero pieno di ammirazione per lei e la sua intraprendenza. Avevo arguito che anche il capo dei Gatti Neri provava le stesse emozioni, perché le aveva detto: “Siete veramente una gatta impareggiabile, mia cara”. Per una volta almeno era stato stringato!
“Il bisogno aguzza la fantasia e le idee”, aveva risposto lei, con una leggera alzata di spalle.
Avevamo passato ancora qualche giorno con i nostri amici, impegnati a redigere documenti e carte piene di proposte e di riforme, poi avevamo preso la via del ritorno.
Per qualche settimana Bella Miao aveva avuto un’aria sognante e sospirosa…
Ammetto che iniziavo a essere geloso, ma che diritti avevo per farmi avanti con lei?
Non ho nessun occhio lucido! Via, andate fuori dalle scatolette, che domani si lavora!

 



 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:15 )
 

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