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Gian Maria Vinci - fili invisibili PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 18 Aprile 2011 12:20

 

scritturaliafoto
Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA



LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

 

FILI INVISIBILI

di Gian Maria Vinci
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2010





Il vecchio scrivano Pacjhù alza gli occhi stanchi dalla pergamena, guarda Tamlù, con un sospiro gli dice lo sai quanto sei fortunato, sei vivo nonostante ti abbiano catturato i Guerrieri del Khan.
Tamlù sorride, continua a scrivere, Pacjhù, e capirai quali sono i fili invisibili che mi hanno condotto da te.
Io, Ikabè e Sìal eravamo proprio soddisfatti di come era andato il mercato, sia il venduto e ancor più quanto acquistato ci avevano ripagati del lungo viaggio durato due mesi attraverso l’impervia pista che da Barkòl nel Tienshan Cinese, attraverso l'Altaj Mongolo e i monti Hangaj, arriva a Hatgal sul Lago Habsu-gul.
Festeggiavamo, nella taverna di Lio Pa, concedendoci, dopo un bagno ristoratore e un’ottima cena a base di carni arrostite, pane caldo di forno e birra, una brocca di liquore di riso riscaldata su un braciere di ghisa.
Il giorno seguente partimmo di buon’ora e dopo una giornata di cammino giungemmo alle gole di Sukià, la parte più impervia e pericolosa del viaggio di ritorno verso Uljasuiaf.
Una nebbia spessa che cambiava colore con l’avvicinarsi della sera avvolgeva la carovana di mercanti in marcia, il terreno irto di pietre rallentava la marcia dei cammelli, i soldati di scorta stringevano gli occhi a ogni ombra, ma erano solo grossi massi non ancora sbriciolati dal sole e dal freddo della notte.
L’udito confuso dal sibilo del vento e dal rumore degli zoccoli è sempre all’erta, con voci sommesse si chiedono non senti dei cavalli al galoppo?
La carovana si ferma, i pochi soldati si schierano a difesa dalla parte da cui proviene il rumore dello scalpiccio dei cavalli lanciati al galoppo.
Un gruppo di cavalieri passa poco lontano, ma non li degna di uno sguardo.
L’un l’altro si chiedono hai capito chi erano? Torneranno? Si saranno accorti di noi?
I lupi iniziano a ululare, brividi percorrono le membra degli uomini a piedi, le mani corrono alle spade o si stringono attorno alle aste delle lance, il cuore fa sentire il suo battito.
Io, Ikabè e Sìal siamo indecisi se ordinare di montare il campo o continuare la marcia, il rischio di perdere la pista a causa della nebbia ci convince a fermarci.
La prudenza consiglia di non accendere fuochi, per la cena saranno sufficienti un boccale di vino, il pane, l'aglio e i fichi, gli animali dormiranno con il carico, gli uomini non dormiranno.
All’alba, il primo sole vede la carovana immobile immersa nella foschia, neppure le sentinelle si muovono, avvolte nei mantelli, l’ultimo turno di guardia è il più duro.
Un garzone corre lungo la fila di animali ordinando agli uomini di alzarsi, dare da bere agli animali e prepararsi a partire.
I soldati e i cammellieri si concederanno una bevanda calda a metà della mattinata, lontano da quei luoghi insicuri.
Il crinale di una montagna nasconde un volto sul quale appare, in contrasto con la durezza degli occhi, un sorriso.
I lupi, dopo la caccia notturna, riposano nelle fondo delle loro tane, mentre i cuccioli si contendono il latte materno.
Il sole conquista il cielo, i suoi raggi hanno scaldato le ossa di uomini e bestie in marcia già da quattro ore, è giunto il momento di rifocillarsi.
Un fischio percorre la colonna che si ferma, mentre i garzoni si apprestano ad accendere il fuoco per scaldare il pane e il caffè.
Io, Ikabè e Sìal, nonostante fossimo i padroni di bestie, uomini e carico, viaggiavamo con abito dimesso, procedendo a tre quarti della colonna montando dei cavalli arabi, unica nota della nostra ricchezza.
Ikabè e Sìal balzano a terra, io, il più vecchio dei tre, attendo l’arrivo del garzone che tiene fermo il nervoso cavallo, quindi smonto, ogni volta che si ripete il rito per scendere o salire a cavallo ritorno con il pensiero alla mia gioventù e gli occhi si alzano al cielo, mentre scuoto il capo.
Per evitare sorprese ci fermiamo dove la gola si allarga un poco e decidiamo di non fare cerchio, ognuno riceve dai garzoni la propria razione di pane dolce e caffè caldo, mangiamo tutti in piedi guardandoci intorno, pronti a muovere.
La prossima sosta sarà dove l’uscita della gola si confonde con la pianura di Kobdò.
Il sole è ancora alto nel cielo e la carovana esce dalle gole di Sukià. Decidiamo di fermarci per un frugale pasto, il capo dei soldati consiglia di allontanarsi ancora, di raggiungere l'oasi di Chinatà, ma gli uomini reclamano cibo e acqua, anche le bestie sono stanche e vanno dissetate.
Un’ora dopo diamo l’ordine di partenza, appena la colonna si sgrana completamente in un lungo serpente di circa tre chilometri, da destra si ode il rumore di cavalli lanciati al galoppo, una cinquantina di cavalieri si avvicina dividendosi in tre gruppi, due gruppi tagliano la colonna in tre tronconi accerchiando la testa e la coda della colonna, il terzo gruppo, una decina di cavalieri, passa davanti all’inizio della colonna e si ferma poco lontano a guardare.

Sembra impossibile che 40 uomini a cavallo abbiano potuto in pochi minuti decimare gli uomini alla guida degli animali per poi dedicarsi all’eliminazione dei soldati e dei garzoni, incuranti degli animali che fuggono da tutte le parti; i cavalieri con le loro frecce abbattono tutti gli uomini, lasciando vivi solo quelli del tronco centrale oltre a me, Ikabè e Sìal, ciò fatto si lanciano a recuperare gli animali in fuga, a questo punto il terzo gruppo, rimasto immobile, si avvicina, i predoni smontano da cavallo e iniziano a tagliare la gola dei feriti, come un atto di pietà, i feriti non sono lasciati vivi alla mercé dei lupi.
Noi, privati delle nostre cavalcature, veniamo legati, i giovani garzoni e i cammellieri superstiti vengono raccolti e le loro mani legate in vita in modo che possano tenere i finimenti degli animali.
I cavalieri che hanno sferrato l’attacco ritornano con gli animali recuperati e li affidano agli uomini legati, la marcia riprende senza una parola, senza un attimo di sosta, verso le montagne.
La morte e il silenzio calano sulla pianura, sessantacinque corpi senza vita sono ciò che resta della carovana.
Il gruppo di cavalieri, con il seguito di prigionieri e animali, si inerpica su un ripido e stretto sentiero.
Dopo alcune ore di marcia, al calare delle tenebre, raggiungiamo un piccolo altipiano e ci fermiamo a ridosso della montagna.
I prigionieri vengono raccolti e legati vicino a degli arbusti spinosi.
Gli animali vengono legati a delle corde tese fra due pali piantati nel terreno.
Io, Ikabè e Sìal veniamo portati all’interno del cerchio formato dai cavalieri.
I predoni, senza curarsi del carico depredato, aprono alcune bisacce dalle quali estraggono carne salata e pezzi di sangue essiccato, quindi distribuiscono la cena anche a noi e ai nostri uomini.
Un giovane garzone, assaggiato il cibo, si lamenta con i compagni del sapore e della poca acqua concessa; il predone di guardia si avvicina lo prende per i capelli e con un colpo di spada gli spicca la testa dal corpo, quindi riprende il suo posto, ora si sentono solo il vento e le sommesse parole provenienti dal cerchio dei predoni che mangiano.
Durante la notte l'accampamento viene raggiunto da un messaggero; all’alba i guerrieri Mongoli, dopo un’abbondante colazione, legano i prigionieri alla sella da soma dei cammelli e la colonna si muove con passo veloce nonostante il sentiero di montagna sia stretto e sassoso.
I guerrieri Mongoli mangiano a cavallo, noi digiuniamo.
A sera arriviamo in vista di un grande accampamento, almeno diecimila guerrieri stanno finendo le esercitazioni.
Il giorno dopo io, Ikabè e Sìal veniamo condotti in una jurta montata su un carro e posti al cospetto del Grande Khan; gli occhi acuti del Signore dei Mongoli ci osservano; un suo generale ci chiede chi siamo, da dove veniamo e dove stavamo andando, Sìal, il più giovane fra i mercanti parla per primo, non so dove sono nato, né conosco i miei genitori, vagavo per il mercato di Turpan cercando del cibo quando Tamlù mi diede da mangiare, mi portò nel caravanserraglio dove alloggiava e, trattandomi come un figlio, mi condusse con sé dandomi un’istruzione e i mezzi per diventare un mercante; il Generale Mongolo fa segno a Ikabè che inizia il suo racconto, ero il giovane schiavo di un possidente cinese di Heicheng, la sua concubina voleva dei profumi e delle stoffe che Tamlù aveva proposto al ricco cinese, rientrai nel prezzo e mi ritrovai al seguito di Tamlù, anch’io fui trattato come un figlio e dopo aver imparato a scrivere e a fare di conto iniziai il mestiere di mercante.
Infine il generale mongolo fa segno a me.
Dopo qualche attimo di silenzio la mia voce riempie la jurta, in gioventù ero ufficiale di cavalleria al comando di uno squadrone della guardia Imperiale di Liù-à, in quanto tale avevo il diritto di portare la mia famiglia al seguito di eventuali campagne militari. Ho preso parte alla battaglia di Wuyuan, lì ho perso il mio squadrone di cavalleria per permettere all’Imperatore di fuggire, ho perso pure la mia sposa e mio figlio, cui il Grande Khan, una volta entrato in città, fece tagliare la testa insieme ad altri ventimila prigionieri.
Il Generale Mongolo sguaina la spada, il Gran Khan mi dice di continuare il racconto.
Io scampai al massacro perché caddi nel fiume, difendevo il ponte dove passò Liù-à in fuga, la corrente mi portò lontano insieme a tanti cadaveri e alcuni feriti; quando toccai la riva pensai alla mia famiglia, lasciate le vesti da ufficiale tornai a Wuyuan dove venni a sapere che mia moglie e mio figlio erano stati uccisi.
Raggiunsi Barkol e cambiai vita, non mi sono risposato e ho preso con me questi due giovani volendo dare loro quelle possibilità che non ho potuto dare a mio figlio.
Il Grande Khan si rivolge nuovamente a me, vorresti uccidermi, ti ucciderei se in cambio potessi riavere mia moglie e mio figlio, ma entrambi sappiamo che ciò e impossibile.
Il Khan si alza, esce dalla jurta, tutti lo seguiamo sino a un radura dove divide il bottino con i suoi guerrieri, fa tagliare la testa ai nostri uomini, divenuti in quel momento inutili bocche da sfamare; quindi rivolgendosi a me dice tu e i tuoi questa sera cenerete con me. Veniamo slegati e consegnati a due sottoufficiali che prima ci conducono a visitare il campo, poi a fare un bagno accuditi da delle donne che ci lavano, massaggiano e ci vestono con abiti mongoli.

Davanti alla jurta del Khan venne allestito il banchetto, fu formato un cerchio, erano presenti il Generale Laichin e i dieci ufficiali che, in quella situazione, formavano lo stato maggiore del Khan.
Noi fummo condotti alla sinistra del Khan e fatti sedere tra i due ufficiali che ci avevano accompagnati nella visita al campo.
Nei piatti fumava la carne di capra e di manzo appena tolta dalla brace, nei boccali birra e latte acido, dopo un paio d’ore eravamo tutti sazi e qualche ufficiale anche ubriaco, a un cenno del Khan il Generale Laichin si complimentò con Puchin, il Comandante del gruppo che aveva intercettato la carovana e lo promosse seduta stante al comando di cento cavalieri.
Il Khan chiese a Ikabè di togliersi la tunica e di mostrare il piccolo tatuaggio che aveva sul collo, il Generale Laichin, membro della tribù del Khan, si avvicinò al giovane per vedere il tatuaggio, alla vista del quale s’inginocchiò in segno di rispetto e devozione: si trovava di fronte al figlio del Khan, illegittimo sì, ma secondo pretendente al trono dell’impero Mongolo.
Laichin si era reso conto che in quel momento era apparso un nuovo futuro.
Io e Sìal fummo liberati.

Il Khan, molti anni dopo, conquistato l'attuale Afghanistan, ordinò a Laichin di uccidere Ikabè, che in battaglia si era meritato la devozione e il rispetto dei diecimila guerrieri sotto il suo comando.
Ma questa è un’altra storia.


 



 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Martedì 17 Maggio 2011 06:34 )
 

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