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Gabriella Biglia - via della libertà PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 18 Aprile 2011 12:13

 

scritturaliafoto
Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA



LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

 

VIA DELLA LIBERTÀ

di Gabriella Biglia
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2010





Via della libertà non esiste.
Voglio dire: per esserci, c’è, ma non è una via; è solo un sentiero, un viottolo, anzi nemmeno: è una striscia di terra senza erba larga un metro e lunga un chilometro che passa in mezzo alle risaie e va dalla Cascina dei pozzi fino al cimitero, ma non l’ingresso, la parte dietro. Non è una vera via.
Nemmeno la Cascina dei pozzi è una vera cascina. È solo un rudere diroccato che si chiama così perché pare ci siano questi due pozzi profondissimi e ormai secchi, ma non ne sono sicuro, forse lo dicono solo perché non ci vadano i bambini a giocare. Dicono anche che ogni tanto ci si nascondano i Cinesi, ma io non ne ho mai visti, e non ho mai trovato niente di cinese su Via della libertà.
Lei, non credo abbia a che fare con i cinesi. D’altronde di lei non so niente, non mi ha detto nemmeno il suo nome quando ci siamo conosciuti.
Cioè… non ci siamo veramente conosciuti, è solo capitata in panetteria una mattina prestissimo, non erano neanche le 6, stavo ancora caricando il pane sul furgone, perciò il negozio sembrava aperto, ma non lo era.
È comparsa dal niente, al fondo della piazza, aveva un cappotto nero, camminava lentamente. Mi è arrivata di fronte, mi ha guardato fisso e ha detto: “Ho fame, hai delle brioches?”
E io ero lì che caricavo il pane ed ero stanco morto perché, insomma, era dalle 3 di notte che lavoravo e non avevo nessuna voglia di stare a spiegare che il negozio apriva più tardi e che ci sarebbe stata mia moglie perché io caricavo il pane e poi me ne andavo dritto a letto, e non era più affare mio se lei aveva fame o meno, e in ogni caso, se uno ha fame, chiede del pane, non delle brioches. Avrei dovuto farle tutto questo ragionamento, no? Ma non ne avevo voglia e poi, insomma, una che ti punta gli occhi così in faccia alle 6 del mattino senza un minimo di esitazione è una che, cioè, può darti delle grane, se vuole e tu di grane non ne vuoi, vuoi solo andare a casa a dormire, cazzo. A dormire.
Le ho dato due brioches bollenti. Che si bruciasse.
“Grazie - ha detto - ci vediamo domani.”
“No.” ho detto io.
“Domani.” Ha detto lei e si è allontanata con calma, nemmeno andasse a fare una passeggiata, ma dove, poi? Il paese ci si mette al massimo un’ora a girarlo tutto, e alle sei del mattino ci siamo solo io e il giornalaio che però non apre la porta se non sa chi sei, da quando lo hanno rapinato gli Albanesi e lei no, albanese non era, ma di certo non era del paese, non l’avevo mai vista, proprio mai.
Ho dormito malissimo, poi.
Il giorno dopo è tornata. E quello dopo ancora. Stessa scena. Stesse brioches. Così per una settimana.
L’ottavo giorno è arrivata che stavo per salire sul furgone. Non ha nemmeno fatto il gesto di chiedere e io non ho nemmeno fatto finta di stupirmi. Le brioches le avevo già messe in un sacchettino, gliel’ho dato senza una parola.
“Dove vai adesso?” ha chiesto.
“A portare il pane, poi vado a dormire.”
“Vengo con te.” ha detto.
“No.” ho risposto, ma era già salita.
È stata zitta tutto il tempo, a un certo punto, stavamo uscendo dal paese, mi dice: “Ferma qua, io vado a casa.”
“Dove abiti?” le ho chiesto.
“In Via della libertà.” Ha detto, e se n’è andata scuotendosi le briciole dal cappotto.
L’ho aspettata la mattina dopo, ma non è arrivata e nemmeno il giorno successivo né quello dopo ancora.
Così mi restava sempre sul furgone il sacchettino con le due brioches che alla fine portavo a casa, come una specie di risarcimento, me le mangiavo prima di andare a dormire e dormivo sempre malissimo.
Allora una mattina ho aspettato che mia moglie uscisse e sono andato in Via della libertà che, come ho detto, non esiste.
Ho preso il motorino e il sacchetto delle brioches e sono andato fino al cimitero, la parte dietro, non l’ingresso.
Ho fatto tutto il sentiero fino alla Cascina dei pozzi, ma non ci sono entrato. A ogni modo non ho visto niente in cui fosse possibile abitare, nemmeno una tenda o una roulotte, allora ho rifatto la strada al contrario, più lentamente, per capire se da lì, almeno ogni tanto, ci passasse qualcuno.
Ho trovato per terra solo un pacchetto di sigarette vuoto, una bottiglia di plastica con dell’acqua sporca e una sciarpa verde. Forse era sua. L’ho raccolta e messa in tasca.
La mattina dopo l’ho aspettata inutilmente con quella sciarpa sul furgone, poi sono andato a casa e sono tornato in Via della libertà, non so nemmeno io perché.
Forse mi ero sognato di incontrarla ancora. Ho percorso la stradina col motorino a mano. Ho trovato sul ciglio della strada, in un punto che mi era sfuggito, una scarpa da donna e dei fazzoletti usati appallottolati. Ho raccolto tutto, anche il pacchetto di sigarette e la bottiglia del giorno prima, in un sacchetto che mi ero portato dietro, assieme alle brioches. Avevo questo sentore, che fosse roba sua.
Sono arrivato fino alla Cascina dei pozzi, ma, di nuovo, non ci sono entrato, è solo un rudere pericolante.
Il giorno seguente sono tornato, e quello dopo ancora. Non so spiegarne il motivo, ma non potevo farne a meno, ormai, tornavo dal lavoro esausto, ma non andavo più a dormire, prendevo il motorino e percorrevo Via della libertà anche due o tre volte di seguito, raccogliendo tutto ciò che trovavo e che mi stupivo di non aver visto nei giri precedenti. Bottiglie, un coltello, persino un piccolo quaderno, due pagine di una rivista pornografica, un cappello da uomo, dei chiodi, una cassetta della frutta spaccata. Portavo tutto a casa e nascondevo in cantina. Avevo questa idea che fossero cose sue, che sarebbe venuta a cercarle. Un’idea stupida, lo so. Al mattino continuavo ad aspettarla inutilmente, preparavo le brioches, le portavo a casa e poi tornavo su Via della libertà.
Ma non ho avuto mai il coraggio di entrare alla Cascina dei pozzi, lo giuro.
Non è nemmeno una vera cascina, l’ho detto.
È solo un rudere diroccato dove dicono che ogni tanto si nascondano i Cinesi, io non ne ho mai visti, ma forse…
È vero, ci andavo tutti i giorni, ma per cercare lei, per portarle le sue brioches. Perché lei mi aveva detto che abitava in Via della libertà, ma lo sapete meglio di me che quella via non esiste.
Cioè c’è, ma è solo…
Sì, raccoglievo le sue cose da terra, le ho in cantina, sì.
È stata un’idea come un’altra.
Sì, stupida.
No! Ve l’ho già detto! Non ci sono mai entrato! Non sapevo nemmeno che ci fosse davvero, un pozzo! Come avrei potuto gettarcela dentro? Forse sono stati i Cinesi o gli Albanesi o chiunque altro sapesse che io, che lei…
No! Io e lei…Sì, ok, ci ho pensato un paio di volte, forse di più, ma cosa c’entra adesso?
No, non so come si chiamasse, quella donna e non mi interessa! Alla fin fine era solo una zoccola come tutte le altre! Io stavo lavorando, era  mattina presto e lei è venuta da me con un cappotto nero e io dormivo così male in quel periodo, Cristo!

Ho bisogno di dormire, per favore, lasciatemi dormire.


 



 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Martedì 17 Maggio 2011 06:37 )
 

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