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Flavio Massazza - la nuvola PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 18 Aprile 2011 12:08

 

scritturaliafoto
Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA



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possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

LA NUVOLA

di Flavio Massazza
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2010




Erano passati più di quindici anni dall’ultima volta in cui ero stato nella vecchia casa nel bosco.
Mio padre l’aveva comprata molti anni prima, credo per fare un investimento. L’aveva pagata pochissimo. Gli avevano detto che in quella zona avrebbero costruito un villaggio turistico, che avrebbero creato un parco con dei sentieri per andarci d’estate e degli impianti per lo sci invernale.
Gli avevano detto che le vecchie costruzioni avrebbero acquistato un grande valore commerciale.
Ma questo non era successo: la crisi, i permessi negati, la strada troppo costosa. Tutto si era fermato, non c’era stato nessun sviluppo.
Anche i pastori nel tempo se ne erano andati, tutto era rimasto abbandonato e selvaggio.
Alla morte di mio padre avevo avuto in eredità la casa nel bosco.
Quando i miei figli erano piccoli ci andavamo, ogni tanto, ma ben presto i primi entusiasmi dovuti alla novità di passare un week-end fuori città erano svaniti.
Lì non c’era nulla da fare: non c’erano gli amici, non c’erano i giochi, non c’era neanche la possibilità di ricevere la televisione.
La corrente elettrica ogni tanto mancava. Raccogliere la legna per accendere il camino era divertente: la prima volta, poi non più. Si poteva raccogliere qualche fungo, ma era più comodo comperarli al mercato.
I sentieri erano stati invasi dalle erbacce. Quel luogo non piaceva a nessuno; mia moglie non amava quella casa umida, fredda e senza nessuna delle comodità cui era abituata. I figli avevano altri interessi.
Gli anni erano passati, i figli erano ormai grandi e lontani, mia moglie se ne era andata e la casa era rimasta abbandonata e dimenticata.
Avevo anche cercato di venderla, ma nessuno la voleva, neanche per un prezzo irrisorio.
Io ero ormai completamente preso da un lavoro sempre più stressante e impegnativo, dagli amori senza impegno di un divorziato che sfugge i legami.
I divertimenti imposti dalla frenetica ricerca di emozioni erano il mio unico svago.
Poi era successo.
“La malattia è molto grave, però oggi ci sono delle cure, dolorose, ma con qualche possibilità di guarigione.” aveva detto il dottore.
Ma non mi importava, mi ero improvvisamente reso conto che la vita non mi interessava più.
Avevo fatto quello che dovevo, avevo esaurito il mio compito. Avrei continuato a vivere finché potevo, come un automa e poi basta. Se dovevo morire andava bene così, non era certo il caso di rischiare sofferenze inutili. Si, l’istinto mi diceva: bisogna sopravvivere, ma per cosa?
Un giorno, improvvisamente, senza sapere perché, mi era venuto il desiderio di raggiungere quel posto fuori dal mondo.
Si, sarei andato nella vecchia casa e sarei rimasto li ad aspettare la fine nel silenzio e nella pace.

Infilai la chiave nella serratura. Temevo che nel tempo la ruggine l’avesse bloccata e invece funzionava ancora.
La casa era intatta, sembrava che il tempo si fosse fermato. Un vecchio giornale di quindici anni prima era ancora li, sul tavolo. C’era della polvere su ogni cosa, una polvere grigia e spessa, non quella polvere nera che si trova in città.
C’era ancora della legna. Accesi il camino.
Incurante della polvere mi sedetti sulla vecchia poltrona e chiusi gli occhi.
L’immagine della nube mi ritornò in mente.
Negli anni della mia vita quella immagine ritornava spesso.

Ero un’adolescente pieno di speranze e di entusiasmi.
Mi piaceva sognare un futuro pieno di cose belle da vedere e da realizzare, mi entusiasmavano gli spettacoli della natura e le realizzazioni dell’uomo. Avevo l’attenzione di vedere e di capire ciò che mi stava intorno, mi innamoravo di tutto.
Un giorno di settembre, ero seduto su di una panchina in un parco vicino a casa. Avevo con me i libri di scuola, non per studiare, solo per avere una scusa per starmene seduto su quella panchina ad aspettare il passaggio di Maria.
Tutti i giorni passava di li tornando da scuola.
Il primo giorno che l’avevo vista avevo sentito il cuore accelerare i battiti e una grande emozione salirmi in gola.
Io le avevo sorriso e lei mi aveva sorriso.
Poi dopo qualche giorno si era fermata e avevamo scambiato qualche parola.
Così, quasi ogni giorno, si fermava accanto a me e si sedeva sulla panchina.
Io le parlavo dei miei sogni e ci fermavamo a lungo in silenzio a guardare il cielo, le nubi, gli alberi.
Quel giorno di settembre il sole stava tramontando e una nube davanti a me si era colorata di un rosa che lentamente diventava sempre più intenso per trasformarsi nel rosso.
Ero sicuro che Maria sarebbe arrivata, si sarebbe seduta di fianco a me e avremmo guardato insieme quello spettacolo, quei colori, quelle sfumature che cambiavano continuamente e, forse, avrei trovato il coraggio di prenderle la mano, forse persino di darle un bacio.
Avevo sentito delle voci, mi ero voltato e poco lontano avevo visto Maria per mano a un ragazzo che rideva felice di ciò che lui le diceva.
Il cuore nel petto si era fermato per una attimo.
Li avevo seguiti con lo sguardo mentre si allontanavano abbracciati.
Avrei voluto rincorrerli, avrei voluto fermarla, raccontarle del cielo, delle nubi, dei colori, della bellezza, delle mie sensazioni, ma lei rideva divertita delle parole scherzose di quel ragazzo, non ne avevo avuto il coraggio, ero rimasto immobile, bloccato sulla panchina.
Quando mi ero voltato la nuvola era sparita, tutto grigio, i colori non c’erano più.
Una tristezza mi aveva avvolto e poi una grande rabbia era cresciuta dentro di me.
Avevo sbagliato tutto.
La bellezza di una nuvola rossa non interessava a nessuno, bisognava parlare, agire, raccontare storie, toccare, era questo che volevano le ragazze, era questo che voleva il mondo.
Da quel giorno non avevo mai più guardato un tramonto.
Mi ero impegnato nell’azione: prima lo studio, poi il lavoro, le donne da conquistare con le parole, i regali i gesti a volte anche violenti. Così funzionava, così si aveva successo, così avevo conquistato mia moglie. La quale poi se ne era andata con un’altro più giovane e attivo di me. Ma andava bene così, ne avrei trovate delle altre.
Però l’immagine di quella nube rossa ogni tanto mi ritornava in mente.
L’immagine di un istante che facevo sparire rapidamente occupandomi precipitosamente di qualcos’altro.
Così per l’ennesima volta scacciai la visione e mi rintanai nella poltrona osservando il fuoco.
In quel momento sentii uno scricchiolio, voltai lo sguardo e nella penombra vidi qualcosa muoversi.
Un piccolo scoiattolo con una grande coda rossiccia stava sgranocchiando delle ghiande in un angolo della stanza. Si accorse del mio sguardo, anche se mi ero mosso lentamente; con uno scatto si avvicinò alla finestra socchiusa e uscì verso il bosco.
Una strana forza mi spinse verso la porta e uscii.
Lo scoiattolo era immobile nell’erba e quando mi vide si mosse.
Correva veloce per un tratto, poi si fermava immobile annusando l’aria, poi spariva tra le foglie secche, dopo poco spuntava nuovamente come se volesse aspettarmi.
Io lo seguivo, quando non lo vedevo più mi fermavo finché rispuntava e a quel punto mi dirigevo verso di lui.
Poi, improvvisamente, il bosco finì e le pietre coperte di muschio si stagliarono contro il cielo azzurro.
Lo scoiattolo salì su una grande roccia. Lo vidi per un attimo risaltare contro il cielo prima di sparire tra i cespugli. Salii sulla roccia non senza fatica e guardai in alto.
La nube era lì, immobile e rossa nel cielo al tramonto.
Poco lontano, su un’altra roccia, era seduto un ragazzo. Aveva i capelli scuri tagliati a caschetto, un vecchio maglione arancione e delle grandi scarpe di cuoio scuro.
Era immobile e guardava il cielo.
Vidi arrivare di corsa una ragazzina con lunghi capelli biondi che si muovevano nel vento. Si arrampicò saltellando come se non avesse peso.
Gli arrivò vicino, si sedette al suo fianco, gli mise un braccio sulle spalle e alzò il viso verso il cielo.
Vedevo i due visi immobili, vicini, rivolti verso i cielo a guardare la stessa cosa.
La nuvola ora era passata dal rosa al rosso. Striature azzurre e bianche giocavano cambiando lentamente colore.
Nacquero i viola, i blu più scuri, il rosso più intenso, il marrone, di nuovo il viola.
Rimasi immobile a guardare.
I mie occhi vedevano il cielo, il mio naso sentiva i profumi del muschio, nelle orecchie sentivo il fruscio del vento, i miei polmoni respiravano l’aria fresca. L’ossigeno mi entrava in gola trasformandosi in calore..
Rimasi lì finché tutto divenne grigio e il cielo fu più scuro mentre la luce di Giove cominciava a vibrare.
Quella notte ritornai in città e decisi che valeva ancora la pena di lottare per vivere. Sicuramente ci sarebbe stato ancora qualcuno che avrebbe guardato con me l’immagine della nube rossa nel cielo d’autunno.

 



 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 18 Aprile 2011 12:53 )
 

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