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Elena Bonassi - l'accompagnatore dei sogni PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 18 Aprile 2011 12:02

 

scritturaliafoto
Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA



LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

L’ACCOMPAGNATORE DEI SOGNI

di Elena Bonassi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2010

 

 

 

C’è stato un periodo in cui ci incontravamo ogni notte.
Mi aspettava in fondo alla strada che porta lontano dalla città.
Mi piaceva tanto camminare dentro la nebbia fitta e densa, come un mare bianco.
Una volta siamo arrivati alla casa dove mia madre ha abitato da giovane e che durante la guerra era stata distrutta da una bomba, mentre lei e i genitori erano sfollati.
Io non avevo mai saputo niente della vita che vi si è svolta, né del nonno che non ho conosciuto e di cui mia madre e mia nonna non parlavano mai e pensavo spesso con dispiacere  che non c’èra più nessuno che potesse raccontare.
Quella sera ci venne ad aprire una donna d’una quarantina d’anni, che avrebbe potuto essere stata quasi uguale a 20 come a 60.
Il suo corpo, piccolo e tozzo, era coperto da un abito scuro liscio e semplice, appena impreziosito da un colletto di pizzo intorno alla piccola scollatura a punta.
Portava orecchini di perla intonati al colore dei capelli già bianchi e raccolti dietro la nuca.
Era proprio la nonna, come la ricordavo.
L’espressione severa del suo viso non scomparve dietro il sorriso con cui ci accolse, permanendo nelle due rughe profonde e diritte scolpite sopra gli occhi azzurri.
La seguimmo, lungo il corridoio lucido e piastrellato a segni geometrici, fino al salotto.
La stanza era arredata con un divanetto e due poltroncine rivestite di stoffa rigata, un tavolo da pranzo rotondo con le relative sedie e una vetrinetta di noce scuro sui cui ripiani adorni di pizzo stava in bella vista un servizio di porcellana cinese dipinto con storie, paesaggi e uccelli esotici.
Era lo stesso mitico servizio da tè che il nonno aveva portato dalla Cina, testimone silenzioso del suo misterioso passato.
In quel salotto non grande il bovindo creava una piacevole e luminosa espansione sul mare che il nonno aveva attraversato molte volte, prima di sposarsi e di stabilirsi lì, non più giovane, con la nonna.
Lui aveva già vissuto, lei, considerata già zitella, era stata contenta di andarsene di casa.
La nonna uscì dalla stanza per tornare poco dopo con un vassoio sul cui centrino inamidato c’erano una ciotola piena di amaretti, una bottiglia di Marsala, succo di lampone e quattro calici di cristallo.
Capii così che lui sarebbe arrivato.
La prima cosa che mi colpì di lui furono le gambe: avvolte in larghe bende dal ginocchio alla caviglia, reggevano un corpo pesante, gonfio, flemmatico. Aveva occhi chiari e slavati e il viso largo e pallido era incorniciato da capelli castani sottili e radi.
Sapevo che era morto di nefrite e pensai che prima di morire doveva essere così.
Stava in silenzio, io lo guardai a lungo e poi finalmente seppi,.
“Ne avevo abbastanza del paese. Avevo picchiato tutti. Non mi volevano più né a casa né all’oratorio. Una notte me ne andai. C’era una nave al porto che stava per partire e mi nascosi tra i sacchi di noci. Mi trovarono quasi subito, ma non mi fecero niente perché un mozzo non si era imbarcato e potevo servire per lavare il ponte. In marina non ci sono mai stato, era una balla.
Però in Cina sì che ci sono stato e ci sarei anche rimasto. Aiutavo un cuoco. Al principio tagliavo: il maiale, il pollo, le anatre, e poi le carote, il sedano e tutte le verdure. Perché lì tagliano tutto e quando portano a tavola nessuno deve più fare altro che mettere in bocca i pezzetti.
Perciò servono tanti tagliatori. E io tagliavo. Però il capo era un tipo curioso, che voleva sapere della cucina piemontese. e io un po’ ricordavo e un po’ mi inventavo. Così sono passato di grado. Veramente anche per un altro motivo: gli scopavo la moglie e lei metteva buone parole. Le cinesi sono intriganti, abili e furbe e lei gli faceva fare tutto quel che voleva.
Lui non si è mai accorto di nulla. E io per un po’ sono stato proprio bene.
Le cinesi sono belle, sensuali e stanno sempre zitte e ti fanno impazzire nei loro labirinti, coi loro giochi. E io ero impazzito. Ma lei il marito non lo lasciava. Ero diventato il suo cane. Sbavavo ai suoi piedi in attesa del cenno con cui mi permetteva di salire su per le sue gambe e di prenderla senza mai averla. Mi univo al suo piacere, ma poi non mi ritrovavo mai nei suoi occhi. Bevevo senza saziare la sete e mangiavo senza placare la fame, e la sete mi ha bruciato, e sono uscito pazzo. Quello che ho fatto me lo hanno raccontato. Io non mi ricordo niente. Non dovrei essere qui.
Sono scappato, E sono tornato. Ma non sono mai andato via di là. Tutto è sepolto là. Anch’io.
Era buio ormai e i bicchieri erano vuoti. Era ora di tornare a casa.
È stato così che ho saputo.

 


 



 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 18 Aprile 2011 12:53 )
 

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