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Beatrice Sanalitro - il bastone ricurvo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 18 Aprile 2011 11:39

 

scritturaliafoto
Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Cascina Macondo
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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

IL BASTONE RICURVO

di Beatrice Sanalitro
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2010




Il faraone Ank-Ank si aggira nelle sale ancora fresche dell’alba, dove solo servitori e guardie del corpo gli fanno dovuta compagnia. Cammina tra le colonne che danno ritmo al passo guardando dritto avanti a sé con sguardo ieratico che il lungo allenamento nella posa davanti allo scultore gli ha donato.
Non può fare a meno di silenzio per una sana riflessione sulla sua vita, silenzio relativo, essendoci già, come sottofondo, il brusio provocato dall’incessante, regale colloquio con se stesso.
Ancora Ignazio da Lojola non era nato, ma ugualmente Ank-Ank avverte l’intima spinta alla revisione quotidiana della vita che il suo nome gli richiama di continuo alla memoria.
Chi sono io? Sono il faraone Ank-Ank, perbacco! Vestito di giallo e di blu, unione di terra e di cielo! Colui che dirige l’orchestra di fiati, percussioni, cembali, corde vocali. Io sto sulla cima di una torre che svetta sopra ogni nebbia, a diretto contatto con la volta celeste, perbacco. Quale miglior suggeritore di notizie del cielo! Uno stormo di aquile di alta quota mi ispira le scelte migliori per il popolo; le piume di Maat mi segnalano il percorso meno pericoloso e più vantaggioso per trasformare questi caproni ai miei piedi in esseri liberi.
Eh, liberi! Parola impegnativa. Nemmeno io, il faraone, sono un vivo senza vincoli e, per questo, sono un pochino più morto.
I sacerdoti non mi mollano un attimo, segnalandomi nuove porte da varcare, nuovi tunnel da percorrere, nuovi unguenti, nuove formule, altri profumi per ingraziare il divino, altri cristalli da ficcare nella terra per tenerla quieta e fertile; i guerrieri, nella funzione di difesa, non fanno un passo senza il mio permesso, certo, questo un bene, per loro, soprattutto, ché altrimenti avrebbero vita breve. E il popolo? Il popolo la mia spina nel fianco, nemmeno spettatore, che lo spettatore deve, quanto meno, comprendere lo spettacolo; succube, ecco. Succube e gregario, e guai se non lo fosse, s’intende, ché se un popolo capisce e partecipa crea un sacco di grane, meglio passivo, di quella passività che non è serenità, fiducia, abbandono studiato e concesso al sovrano illuminato, no! È solo pensiero vizzo! Ah, le tette delle cortigiane, quelle no, che non sono vizze! Giovani e sode... il mio pensiero divaga... ma come potrebbe essere altrimenti, di fronte a lini trasparenti e, sotto i lini, a forme sinuose, a ombreggiature deliziose, a profumi di terra e di mare, all’aria tra le pieghe!
Sì, essere faraone dà privilegi: le donne più belle, le più interessanti, le maghe, le veggenti, le puttane: mie, tutte mie! Ah! Altro dolore. Mie. Vorrei conoscere chi ha ideato pronomi e aggettivi possessivi. Deve essere stato uno che di onde energetiche se ne intendeva, dall’onda corta e pesante di vampira vischiosa e puzzolente, opposta all’onda lunga, leggera e silenziosa di Nut, a quella generosa di Hator, a quella determinata di Isis.
Bibo, scrivi la nuova Legge! Anche se so già che sarà una battaglia persa.
“Il faraone dà ordine di sopprimere dal linguaggio pensato parlato e scritto i pronomi e aggettivi possessivi.”
Ceralacca e vai!
“Sì, mio faraone.”
“Il mio sacro bastone cada su di te e su tutta la tua famiglia, scriba dei miei calzari! Uomo tardo e assonnato!”
Del possesso non si può fare a meno. Abrogo la nuova Legge alzando il mio bastone. Basta sollevarlo perché chiunque obbedisca senza far questioni, solo immaginando di emettere gemiti di dolore.
Deve essere una sorta di condizionamento mentale, perché a toccarlo, non produce assolutamente spasimi né tormenti.
Non produce scosse, non si schianta automaticamente sulla schiena dei traditori, non spacca le gambe a chi schiva il lavoro: si tratta di un bastone di lapislazzuli blu intenso costellato di stelle dorate, liscio, di lunghezza armoniosa per la mia persona.
Oh, quanti pensieri occupano la mia mente! Il tagliatore che me lo ha costruito era il miglior conoscitore di pietre per bastoni da re.
“Tu, ancora qui? Bibo, stai ascoltando i miei pensieri?
E, allora, dicevo, questo bastone è stato cercato e levigato e progettato per aiutarmi nel comando.
“Per la verità Bibo, questo bastone possiede due ruoli: uno è quello del comando e l’altro quello del sostegno.
Comandare un bel mestiere, impegnativo, ma esaltante.
Tu occupati delle mandrie e tu dei vasi e che siano di qualità, tu inventa una preghiera per diminuire i dolori delle doglie e tu crea una pozione per seccare i porri di vecchiaia e tu inventa uno scudo contro il malocchio e tu assembla le assi e costruisci le chiglie della nuova flotta che ci porterà a Creta e tu i fiori e tu le palme e tu le tinte per le stoffe e tu e tu e tu, in un crescendo di comandi fatti a bacchetta, pardon, a bastone.
E il mio bastone svetta verso l’alto, con rombo di tuono, si appropria dei fulmini dei cieli del nord, ché in effetti, qui in Egitto, di tuoni e di lampi pochi se ne sentono e se ne vedono, e piomba verso terra, facendo saltare di gioia le vacche sacre e stimolando a rotolarsi nel fango i lombrichi.
Oh, Maat, aiutami affinché io riesca a sottopormi a una seria revisione della mia vita.
Il bastone del comando prolunga il mio potere sugli altri. Li infilza, li sottomette, me li consegna cotti al punto giusto perché la forza del Sole li divori per restituirmeli nuovi e luminosi. La punta assorbe, quindi, aria e Sole.
Il bastone del sostegno è la seconda natura.
In apparenza è come quello del comando ma, mentre in quello risulta fondamentale l’estremità, in questo essenziale è la curva.
Tutto il corpo, raccolto nella mano, si affida a un essere in lapislazzuli che gli concede il vigore che manca chiedendolo alla Terra. Il bastone ricurvo è investito di un incarico di estrema delicatezza, quello di surrogato di forza.
La questione, inoltre, sta nella natura intrinseca del bastone.
A me va di lusso che, essendo io il faraone, possa scegliere l’oggetto più magico che esista in Egitto. Mai toccato da nessuna persona, tranne che dal tagliatore di pietre che lo ha intagliato caricandolo di intenzioni regali.
Possedevo, un tempo, un bastone indispensabile: aveva creato intorno a me una rete di vampiresco legame. Un faraone soggetto a un oggetto?! Detto fatto, l’ho rimandato al mittente che lo ha dovuto usare fino alla fine dei suoi giorni... No, non si trattava, evidentemente, di un bastone regale.
“Ascolta, faraone!”
“Dimmi, Bibo. Sempre qui, eh?”
“Perché, quando morirai, sarai messo in un sarcofago al quale già scultori e pittori stanno lavorando, e stringerai nelle mani il flagello e il bastone?”
“Il flagello mi servirà per cacciare le entità negative, dalle quali anche io devo proteggermi, e il bastone per ricevere conforto da chi è più forte di me.
Nel regno degli spiriti vivi, chiedere aiuto un piacere.”

 



 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 18 Aprile 2011 12:54 )
 

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