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Antonella Filippi - il mare è vento che si vede PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 18 Aprile 2011 11:33

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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 IL MARE È VENTO CHE SI VEDE

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2010

 

 

Avevo sette anni la prima volta che vidi il mare. Era il 1962 ed era anche la prima volta che andavamo in vacanza. Nei giorni precedenti la partenza mia madre aveva svuotato il baule che tutto l’anno stazionava nella loro camera da letto e aveva iniziato a riempirlo con gli abiti estivi di tutti noi. Per me fece in fretta, io da aprile andavo in giro con i pantaloni corti e le camicie a mezza manica, ma per le mie due sorelle fu tutto un rinfrescare, inamidare, stirare di vestitini di cotone e camicette di pizzo di Sangallo. Una volta terminato, il baule venne consegnato agli addetti della ferrovia perché fosse portato alla stazione e caricato nel vagone bagagli, quello in fondo al treno.
Pensai che quel baule, stipato nella pancia del bagagliaio del treno, come Giona nella balena di cui ci aveva letto la nonna, o in una nuova Moby Dick, fosse il baule di un tesoro che non avremmo mai più ritrovato o che sarebbe ricomparso solo alla fine del nostro esodo
Mio padre aveva affittato una stanza nella casa di una famiglia di pescatori di Laigueglia.
Io sapevo cos’era il mare, l’avevo studiato a scuola, ma com’era non riuscivo a immaginarlo. Vivevamo a Torino, alzando gli occhi avevamo il saluto delle colline e delle montagne e l’unica acqua era quella della Dora, del Po, e soprattutto del Sangone, dove molti di noi avevano imparato a nuotare, e sulle cui rive si andava con l’ombrellone e i cestini di vimini intrecciato che contenevano il pranzo. Mia madre si alzava presto, quelle mattine, cuoceva le bistecche e le metteva nei panini che si profumavano di sugo e di rosmarino, condiva l’insalata e i pomodori, lavava la frutta, riempiva il thermos di caffè. Poi tutto veniva sistemato nei contenitori del cestino, e si partiva. Era normale allora incontrarsi con gli amici o i vicini di casa alla fermata dell’autobus che portava le ceste, gli asciugamani, le voci, i mazzi di carte, i palloni, le radioline verso quella domenica all’aperto.
Quasi nessuno aveva l’automobile, qualcuno ci andava in bicicletta. A volte gruppi di ragazzi e ragazze arrivavano insieme e si buttavano subito in acqua, e le ragazze strillavano come gazze e poi ridevano quando i ragazzi le bagnavano. Non ci vedevo niente di divertente a giocare con le femmine, anche le mie sorelle, che avevano 9 e 12 anni, mi sembravano smorfiose come quelle, e poi stavano sempre tra loro e non volevano mai leggere i libri sui pirati con me. Quando ero più piccolo mi facevano vedere le figure dei loro libri e mi raccontavano delle storie, ma non mi interessavano le principesse o i ranocchi, io volevo sentire le storie degli indiani o le avventure dei Tigrotti di Mompracem.
Qualcuno dei miei compagni di scuola aveva la televisione e qualche volta avevo visto la Nonna del Corsaro Nero e Nicolino, il mozzo, e da allora ogni sera, prima di addormentarmi, inventavo delle storie che si svolgevano a volte su una nave, a volte su un’isola “sperduta nel vasto mare”, che avevo dovuto cercare nel dizionario cosa voleva dire “vasto”, per capire che il mare era qualcosa di grande e senza limiti come il cielo. Il mare mi faceva un po’ paura, racchiudeva in sé troppi misteri perché non ne avessi, ma per il momento era il mare della mia fantasia quello in cui coraggiosamente navigavo.
E quell’estate avrei visto il mare vero. Ce l’aveva detto papà una sera a cena, quell’anno potevamo permetterci di andare in vacanza, aveva avuto un aumento ed era così contento che, quando mamma glielo chiese, le disse che va bene, anche la nonna poteva venire con noi.
La sera prima della partenza ero stanco e sbadigliavo così tanto “che ti si vedono i calzini”, mi prendeva in giro papà, ma non ce la facevo a chiudere occhio. Ricordo di essere stato il primo a svegliarmi, quella mattina, a lavarmi e vestirmi in silenzio, e ad andare in cucina, nella piccola luce dell’alba, ad aspettare che tutti gli altri si alzassero. Mi guardavo intorno, dondolando le gambe, lasciandole sbattere contro la sedia, e sospirando con un misto di ansia, preoccupazione e gioia. Quando il resto della famiglia si alzò, con una calma che mi parve eccessiva per il mio continuo guardare l’orologio a muro, e mi trovò già pronto e vestito e pettinato, ebbe qualche abbozzo di sconcerto, poi mamma prese in mano la situazione e mandò le mie sorelle in bagno a lavarsi in fretta perché papà doveva farsi la barba, preparò la colazione per tutti e mi disse di cominciare a mangiare. Io avevo la gola secca e pane e latte fecero un po’ di fatica a scendere.
Immaginavo di essere un pirata abbandonato per qualche inenarrabile misfatto e ritrovato da una nave di passaggio, che si sforza di riabituarsi al cibo dopo essersi nutrito per gran tempo di sola acqua e alghe salse. Alla spicciolata arriva il resto dei dispersi della ciurma, chi dal bagno, chi dalla camera da letto, e si siede sul cassero per sentire narrare quel relitto d’uomo, mentre il cuoco versa nelle gamelle il rude cibo del marinaio. Il capitano infine dice: “Adesso dobbiamo andare, se ritardiamo il treno parte senza di noi.” Il treno era il nuovo Mosè che avrebbe schiuso per noi le acque del mare.
Papà l’aveva già visto, il mare, da bambino era rimasto un anno a La Spezia, dai cugini dei suoi genitori, che avevano lasciato la terra toscana per andare in cerca di lavoro in Piemonte, dove poi avevano messo radici. Una volta me l’aveva raccontato, ma adesso non volevo ricordare le sue parole, volevo che tutto fosse nuovo e inaspettato.
Alla stazione ci aspettava già la nonna, con la sua valigia, il cappello di paglia e i guanti di cotone bianco. Papà si toccò il cappello e lei fece un leggero gesto con il capo, poi abbracciò noi e la mamma. Non era una che parlava molto, la nonna, ma quando veniva a trovarci a casa mi leggeva un sacco di racconti dal suo libro, la Bibbia, cosa che non faceva piacere a papà, ma la mamma gli diceva che per me erano storie avventurose e tanto bastava.
Torino si allontanò piano piano, poi più velocemente. Le colline a sinistra si abbassarono fino a sciogliersi nella pianura che portava a nuove colline, tra le quali il treno correva e prendeva slancio per salire l’Appennino. Era una nave rimasta troppo tempo ferma, che adesso risaliva onde rocciose e io ero il capitano che la conduceva. In piedi, vicino al finestrino del corridoio, nella mente gridavo ordini letti sui libri, “dai una buona mano di terzaroli”, “stringi il pappafico”, “sali sulla coffa di mezzana”. Il controllore mi vide assorto e disse ai miei che, se erano d’accordo, appena passata la galleria mi avrebbe portato nella motrice, dove avrei potuto vedere arrivare il mare.
Mi prese per mano e, arrivati alla motrice, mi affidò al secondo macchinista, che mi fece sedere sul suo sedile. Era tanta l’ansia che non riuscii neanche a dire grazie.
Appena dopo una curva, tra il verde grigio degli olivi, apparve qualcosa di azzurro, che si allargò nella velocità del treno a un grande lago che sembrava cucito al cielo all’orizzonte.
“Quello è il mare” mi disse il macchinista, aspettandosi un grido di gioia.
Ma io continuavo a rimanere serio, e a sbattere le palpebre.
“È dunque questo il mare?” mi dissi. Dov’era “l’immensità delle acque, la forza dei flutti”? Era stretto tra le case, addomesticato dai porti e dagli attracchi, rimpicciolito dalle strette file di sedie a sdraio e ombrelloni, dov’era la sua grandezza?
Tornai dai miei genitori con aria noncurante, ma la delusione premeva dentro e giustificai gli occhi lucidi con la luce troppo forte.

Arrivati alla stazione i facchini scaricarono il baule e gli addetti lo portarono alla casa della famiglia Pareto, quella che ci avrebbe ospitato, in via della Libertà. Una donna che sembrava avere l’età di nonna ci venne incontro sorridendo e ci fece vedere la camera. Era così piccola che mi chiedevo come potessero starci i due letti matrimoniali e dove avremmo messo il baule. La cosa più bella, però, era il tetto a terrazza al quale si accedeva grazie a una scala a pioli nel corridoio. La terrazza era parzialmente coperta e sotto c’erano due materassi di crine, rivestiti da lenzuola bianchissime. E si vedeva il mare. Se mi mettevo nella parte scoperta della terrazza sentivo solo l’ardente stretta del sole, ma se mi spostavo sotto la copertura era il vento ad accarezzarmi, quasi si fossero divisi gli spazi di buon accordo e nettamente. Continuai quel gioco ancora un po’, fino a quando sulla terrazza salì un vecchio (“devi dire ‘un uomo anziano’, non ‘un vecchio’, sentii la voce di mia madre ricordare, ma a me sembrava proprio vecchio, con quelle rughe profonde e scure e la pelle come quella del pollo che mangiavamo la domenica) che mi fece un cenno di saluto e si diresse in un angolo della terrazza, dove si trovavano alcune corde e delle reti. Ne prese una e iniziò ad allargarla. Accortosi che lo guardavo, mi fece cenno di prenderne un capo e tirarlo verso di me. Il grande pirata Barbariccia chiedeva a me di aiutarlo! No, non aveva la barba, allora il grande pirata Morgan. Tirai la rete e la sistemai come meglio potevo. Lui prese un ago e del filo e si mise a cucirla, riparandone i buchi, aggiungendo ogni tanto sugheri a un’estremità e piombi all’altra.
La testa bianca della moglie fece capolino e gli disse qualcosa, e lui rispose con parole che non compresi. Mi sembrava parlassero una lingua strana, forse è la lingua del mare, mi dicevo, noi in casa parlavamo solo italiano perché i miei genitori non volevano che il dialetto ci creasse problemi a scuola, ma fuori, con i compagni, con i negozianti, parlavo piemontese. Forse anche qui, supponevo, si parla italiano con gli estranei e il dialetto con il mare, forse il mare e i pesci capiscono solo quella lingua.
Era ora di pranzo, quello l’avevo afferrato, e scendemmo nella cucina, dove ci aspettava papà. Mamma e le mie sorelle erano ancora in camera a sistemare il baule.
La signora Erminia aveva preparato la pasta con un sugo verde che mi piacque subito tanto.
“Feûggie de baxeicò, pignêu, un bello spigo daggio, un granin de sâ, formaggio grattâ, un po’ dêuio e un bello mortâ de marmo e o sêu pestello in legno lè quello che ghe vêu pe un pesto fæto ben” stava dicendo alla mamma, mentre toglieva i piatti.
Ma poi mise in tavola un grosso pesce e si accinse a pulirlo, mentre io la guardavo sconsolato.
Non amavo il pesce, il suo odore mi disgustava e anche quando era cotto non andava meglio.
Mamma faceva cuocere la trota nella padella fino a quando la coda diventava croccante e quella era l’unica parte che mi piaceva, ma lei diceva che dovevo mangiare il pesce se volevo diventare intelligente e quando mi impuntavo mi inseguiva con la bottiglia dell’olio di fegato di merluzzo. Io scappavo a nascondermi sotto il loro letto e lì non mi acchiappava mai. Anzi, quando capivo che quel giorno ci sarebbe stato pesce e c’era il rischio che mi corresse dietro, in via preventiva mettevo sotto il loro letto un paio di giornalini, così anche se dovevo nascondermi lì sotto non mi sarei annoiato ad aspettare che le passasse la voglia di stanarmi.
Il pesce lo mangiavo solo quando faceva la bagna caôda, perché l’aglio ne nascondeva il sapore e le verdure mi piacevano tanto.
Fosse stato per me non avrei mangiato neanche la carne, ma la mamma diceva che dovevo mangiare tutto quello che avevo nel piatto e avere rispetto per il cibo, che tante persone avevano lavorato per produrlo e tante non ne avevano. Verso la fine del mese mamma preparava patate in tutte le forme e le sue famose torte di verdura “non-lo-so-di-non-si-sa” perché così rispondeva a papà quando le portava in tavola e lui la guardava con sospetto e le chiedeva cosa ci fosse dentro e chi le avesse dato la ricetta. Una o due volte all’anno a papà veniva voglia di mettersi ai fornelli e, dopo la prima volta, come per un gioco familiare correvamo a nasconderci in bagno o nell’armadio a muro fino a quando mamma ci gridava che l’aveva assaggiato lei e che potevamo uscire perché era mangiabile.
Guardando velocemente mamma e papà per vedere la loro reazione scossi la testa, dicendo “no, grazie”, mentre la signora Erminia stava per mettere nel mio piatto un pezzo di pesce. La mamma aggrottò la fronte e strinse le labbra, per redarguire la mia sfrontatezza, mentre papà diceva “vuoi già farti conoscere?”, ma il padrone di casa gli fece un cenno con la mano e la testa: “o mainâ mangia o péscio crûo”. Fece un leggero sorriso e prese dalla credenza un piatto pieno di quelle che parevano delle acciughe aperte e stranamente rosate. Ne mise una nel mio piatto e mi fece segno di mangiare. Io ne assaggiai un pezzo e il sapore dell’olio, del limone e del prezzemolo si mescolò con la consistenza morbida e il gusto delicato di quella carne e a un leggero profumo che non aveva niente a che fare con il pesce che avevano cercato di farmi ingoiare fino a quel momento. Con un sorriso che mi andava da un orecchio all’altro ne chiesi ancora e il resto della mia famiglia si guardò incredulo e perplesso.
Finito di mangiare, visto che faceva troppo caldo per uscire e andare alla spiaggia, i miei ci dissero di riposare qualche ora, ma, alla vista della mia espressione, o sciù Pareto disse qualcosa a mio padre, che assentì.
“Vegni cun mi, bacicìn, anemmu in ta cantinn-a.” Lo seguii lungo quelle scale ripide, dai gradini alti, fino a una stanza in cui erano impilati diversi sacchi di sale e, su un tavolato di legno, alcune arbanelle (quelle che noi chiamavamo burnìe, i vasi di vetro dall’ampia imboccatura in cui mamma teneva i legumi e il riso) piene di acciughe sotto sale. Dei pesci secchi erano appesi a una corda che attraversava la stanza. In un angolo c’era un lavandino di pietra, che proseguiva in un lungo ripiano, che mi pareva sporco di sangue. Non mi era mai venuto in mente che i pesci avessero il sangue rosso come gli altri animali, avevo sempre creduto che fosse trasparente come l’acqua in cui vivevano. Ero il mozzo Bacicin, portato dal cambusiere nella stanza azzurra del sale per imparare a conservare il cibo per la lunga traversata che ci attendeva e per apprendere che non tutto era come sembrava. Un po’ come quel calamaro che il vecchio si era messo a pulire, afferrando la testa e il corpo e tirando delicatamente per staccarli. La testa era adorna di tentacoli come la pietrificante Medusa e nelle interiora c’era la sacca con il nero, che venne messa da parte perché, mi disse, la moglie avrebbe preparato gli spaghetti all’inchiostro di calamaro. Poi prese il corpo e sfilò una specie di pennetta trasparente e infine, con le forbici, eliminò gli occhi e il becco corneo al centro dei tentacoli. Sentivo una leggera nausea, come un “terricolo” al primo viaggio in nave, al vederlo distruggere con tanta perizia la perfezione di quel corpo fatto per il mare, che neanche l’inchiostro aveva salvato.
Il maestro, nel refettorio, una volta mi aveva dato una bacchettata sulle dita perché con la mollica facevo degli animaletti, sbottando che non dovevo sprecare il pane. Indossava le mezze maniche nere, fermate con degli elastici per proteggere le maniche della giacca dagli schizzi d’inchiostro o dalla polvere del gesso e del cancellino. Le biro erano arrivate più tardi, i nostri banchi di legno avevano ancora il foro per il calamaio con l’inchiostro nero, che usavamo per riempire le penne stilografiche. La carta assorbente, bianca, blu, rossa, si riempiva di riccioli maiuscoli e minuscoli, a volte ne avevo sprecata metà appoggiandovi sopra il pennino per vedere l’inchiostro diffondersi lentamente nelle lunghe fibre di quel feltro soffice e spesso. Per fortuna avevo il grembiule nero, perché qualche volta avevo scientificamente dimostrato che anche il cotone assorbiva l’inchiostro come la carta assorbente, ma la mamma non aveva apprezzato i miei esperimenti, come quando avevo portato a casa di nascosto delle uova di formica per creare un formicaio.
Adesso immaginavo di essere un calamaro gigante preso all’amo da pirati alla deriva su una barca, che vogliono mangiarmi, mentre il mio inchiostro si sparge inutilmente nell’acqua. Sentivo anche il bruciore degli ami. Poi la voce di Milena, mia sorella maggiore, mi riscosse come i suoi pizzicotti: “Stai dormendo in piedi? Mamma dice di venire su a metterti il costume, che andiamo in spiaggia.”
Trasalii e, massaggiandomi le braccia e i fianchi, mormorai: “Grazie, Signor Pareto, io adesso vado.”
Si girò: “Mi me ciammu Bacicia, Giovanbattista, comme ti, ma ti ciammime Travèrsu comme tûtti, perché són basso de statûa e largo de schenha.”
Feci un largo sorriso. Il bucaniere Bacicia aveva detto al suo vice, finalmente, il nome segreto con cui chiamarlo e ora lo stava mandando in avanscoperta sul mare!
Corsi di sopra e mi infilai velocemente nel costume e nei sandali, poi mamma mi riempì di crema Atrix e papà mi mise un asciugamano sulle spalle e il mio nuovo berretto bianco e blu da marinaio.
La spiaggia era vicina, a pochi passi dallo stretto budello affollato di gente con gelati e sigarette, bambine con zoccoletti di legno, ragazzi con la focaccia profumata, donne sedute sulla porta di casa a ricamare pizzi. Papà ci fece strada fino all’ombrellone e alle nostre sedie a sdraio, che erano nell’ultima fila, quella più lontana dal mare e davanti alle cabine. Nel mare, sulla sinistra, apparentemente vicina alla costa, si vedeva l’isola Gallinara. Era l’isola del tesoro, ne ero sicuro! Corsi sulla riva del mare, per guardarla meglio, e per toccare finalmente quell’acqua pigra. Papà mi prese per mano e mi accompagnò tra le onde, poi mi mise una mano sotto la pancia, dicendomi di non avere paura e di nuotare come nel Sangone. Io per un po’ nuotai, ma non ero abituato alle onde che mi gettavano acqua negli occhi e in bocca, e il sapore era amaro e gli occhi bruciavano, così dopo un po’ preferii uscire.
Mia sorella Luisa, che non aveva ancora imparato a nuotare anche se aveva due anni più di me e aveva un grosso salvagente verde e giallo, entrò piano piano in acqua, con mamma di fianco. Anche lei non sapeva nuotare e si attaccò al salvagente e in un attimo andarono sotto tutte e due. Poi mamma riemerse e anche Luisa, sputacchiando tutta arrabbiata, e mamma le disse che pensava che il salvagente avrebbe retto entrambe e, per consolarla dello spavento, la portò a prendere un gelato.
Io me ne andai all’ombra e cominciai a scavare una buca, fino a quando il mare emerse, colmando quella pozza di acqua tiepida e calma, che raccolsi tra le dita insieme alla sabbia per farle colare sui bordi della buca a formare tante piccole stalagmiti, le torri del mio castello, i pinnacoli rocciosi, gli alberi della mia nave. Un paio di ragazzini, un po’ più grandi di me, vennero a vedere cosa stessi facendo, poi mi chiesero se volevo giocare a piastrelle. Io, che non sapevo cosa fossero, dissi comunque di sì e scoprii che il gioco era come quello delle bocce, solo che si trattava di piattelli tondi di plastica colorata. Giocammo un po’, poi ci mettemmo a costruire una pista nella sabbia per giocare alle biglie. In questo modo la sera arrivò in fretta. Mamma era già andata via dalla spiaggia con Milena per aiutare la signora Erminia a cucinare, perché poi si mangiava insieme.
Quando papà mi chiamò salutai i miei nuovi amici e corsi da lui. Mi portò sotto la doccia all’angolo con le cabine e mi strigliò per bene, mentre strillavo che l’acqua era fredda, poi mi avvolse nell’asciugamano e mi prese in braccio.
“Ti è piaciuta la tua prima giornata al mare?” mi chiese.
“Sì, mi sono divertito perché ho giocato con gli altri bambini, ma il mare… Nei libri c’erano scritte tante cose sul mare che qui non ci sono…” terminai, confuso, non sapendo se sentirmi tradito dalle descrizioni lette o dai miei sensi.
Papà non disse niente, ma appena arrivati dai Pareto prese in disparte il vecchio pescatore e confabularono per un po’.
Dopo cena il parlottio dei grandi mi fece chiudere gli occhi. Mi sembrava di sentire il suono gonfio della risacca, il fruscio della sabbia sotto i piedi, il sussurro di vele mosse dal vento.
Quando mio padre mi scosse, con gli occhi ancora chiusi feci cenno di sì, pensando volesse dirmi di andare a letto. Ma bisbigliò al mio orecchio: “Andiamo a pesca questa notte?”
Mi svegliai di colpo e lo vidi già vestito di fianco al capitano Travèrsu. Mi svincolai dalle braccia di mia madre e corsi a infilarmi i pantaloni lunghi e la maglia come loro, senza dimenticare il mio cappello da marinaio.
Mentre scendevamo al molo papà mi disse che saremo andati a pesca con un gozzo, un’imbarcazione alta di bordo a prua, per tagliare bene il mare e riparare dalle onde, e bassa invece a poppa per poter sistemare con facilità le luci che dovevano richiamare i banchi di pesce vicino alle barche e calare agevolmente le reti. Il capitano gli aveva detto che o gussu è una barca speciale, che deve essere costruita in condizioni meteorologiche adatte, quando la luna e il vento siano propizi, affinché il legno non abbia a “impazzire”. Ascoltavo a bocca aperta, con il cuore che batteva per la meraviglia e l’aspettativa.
Arrivammo al porticciolo per primi e il capitano ci fece prendere posto nella barca in testa. Alla biblioteca della scuola avevo preso un libro sulle barche e sapevo che quelle sopra di noi erano vele latine, come quelle delle feluche sul Nilo o dei feroci pirati sui mari della Cina. L’albero era leggermente piegato verso prua, l’antenna invece inclinata verso poppa e issata diagonalmente sull’albero per sostenere la vela latina in tutta la lunghezza.
Poco dopo, alla spicciolata, giunsero altri marinai, alcuni dei quali facevano parte del nostro equipaggio. Il gozzo uscì lentamente dal porto, trainando altre due barche più piccole che avevano a poppa delle grosse lampade ad acetilene o a gas.
Ci allontanammo dalla riva per circa due ore. Le poche luci della costa erano rimaste lentamente indietro e con la stessa lentezza sentivo diventare più grande il potere del mare. Nel buio interrotto dalla fievole luce delle stelle vedevo solo il balenare dei remi che tagliavano l’acqua.
“Miæ!”ci disse a un certo punto il capitano, facendo segno di guardare un gruppo di delfini che ci passava accanto. “O mâ è vento che se vedde!” Vidi i loro dorsi argentati correre al nostro fianco e superarci, mescolando il loro fruscio al respiro dei rematori e al tonfo delle onde contro la prua.
“Il mare è vento che si vede!” aveva detto il capitano e in quel momento mi parve di capire che eravamo tutti legati da fili invisibili, noi, i pesci, i delfini, le barche, anche la terra e la gente alle nostre spalle, anche la luna che non c’era.
La barca era un corpo fatto per il mare: soltanto il suo scheletro e la sua pelle fine erano tra noi e le sue profondità, tra noi e la sua vastità. Avevo studiato a scuola che la vita veniva da un brodo primordiale, ma erano solo parole, mentre in quel momento riuscii a sentire, a comprendere la soverchiante grandezza, la potenza, la generosità del mare. Sentii l’ansia e la speranza di chi l’aveva solcato, l’aspettativa di chi viveva dei suoi beni, la paura di chi non sapeva cosa aspettarsi dalla sua volubilità.
Poi tutto tornò silenzio. Solo un lieve beccheggio e lo sciacquio del mare.
Il grido del capopesca, “giù la rete!”, diede inizio a una serie di manovre: una delle barche iniziò a spostarsi da noi, descrivendo lentamente un cerchio e tornando poi verso la nostra imbarcazione, mentre l’altra si metteva al centro e accendeva le sue luci.
In breve, nell’ampio alone delle lampade vidi una folata di vento azzurro con sfumature verdi correre appena sotto il velo dell’acqua e radunarsi in un mulinello di fianchi argentei e pinne grigio chiare.
“O pan do mâ” disse il nostro capitano, indicandoci il grande banco di acciughe.

La rete venne spostata diverse volte, quella notte, seguendo le correnti dei banchi di pesce.
Ogni volta, tirando le corde delle ali e del fondo, i marinai chiusero quel sacco che si dibatteva e lo issarono a bordo.
Rientrammo a vela, bordesando, andando contro il vento e prendendolo su un fianco della barca e poi sull’altro, procedendo a zig zag, mentre le belle vele latine ci conducevano verso il porto e il primo chiarore all’orizzonte le colorava di malva e lavanda.
Dopo aver attraccato, Travèrsu saltò sul molo e tese la mano per farmi scendere.
Lo guardai sorridendo. Mi scompigliò i capelli arruffati dal vento e dal sonno.
I miei nonni erano morti durante la guerra, zii non ne avevo.
Quella notte mi parve che quel vecchio pescatore fosse quanto di più simile ci fosse a un nonno.
E un nonno è anche meglio di un pirata.

 



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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 18 Aprile 2011 12:55 )
 

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