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Alberto Sacco - giochi di paese PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 18 Aprile 2011 11:26

 

scritturaliafoto
Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA



LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

 

GIOCHI DI PAESE

di Alberto Sacco
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2010




    La telefonata arrivò in caserma alle 11.17, la prese l’appuntato Praticò. Bussò alla porta: “Avanti, ” dissi “cosa c’é?”
“Un morto, signor Comandante!” rispose asciutto.
“Un morto? Un incidente?” chiesi.
“No, signor Comandante, o meglio, non so! Non me lo dissero” confessò l’appuntato.
“Va bene! Andiamo! Prendi l’auto e avvisa la centrale.”
La locale tenenza era piazzata in una villetta a due piani appena fuori del borgo di Libetto di Sopra, il morto si trovava, invece, nel paese vicino, Rovignano Vecchio, su nella piazza della chiesa. Arrivammo che era quasi mezzogiorno, l’aria umida di ottobre copriva tutti i crinali delle colline intorno. Sulla piazza ad accoglierci il sindaco, il prete più tutta la crème della cittadinanza: lo stuolo di beghine, ragazzotti nullafacenti e, per par condicio, una nuvola di grigie capigliature aleggiava a debita distanza. Solo una coppia giovane, mai vista prima, era seduta su una panchina a fissare il vuoto dinnanzi a sé.
    “Una disgrazia è scesa sul nostro paese!” disse il sindaco venendomi incontro.
“Mi racconti.” Risposi, mentre mi avvicinavo al corpo coperto da un lenzuolo liso, omaggio dello sciame di pinzochere.
“Questo ragazzo, Roberto, era arrivato ieri con il suo gruppo di funamboli.” spiegò il primo cittadino indicandomi i due seduti, “Sono artisti e hanno messo su un bello spettacolo alla sera, c’era tutto il paese, sono stati bravi…”
“E poi?” chiesi secco.
“E poi” disse il prete “questa mattina verso le nove sono andato da loro e ho chiesto se potevano fare quel lavoro…”
“Quale lavoro?” interloquii.
“Di rimettere a posto il parafulmine della chiesa, sa, era da tempo in bilico e nessuno se la sentiva di salire sino alla cima del campanile, che è anche il punto più alto del paese…”
“E allora?” lo sollecitai.
“E allora ho chiesto a loro se se la sentivano e hanno accettato…
“Sono saliti i due ragazzi,” riprese agitato il sindaco “sono arrivati sino alla campana, poi Roberto si è legato in vita con una corda e, mentre l’altro teneva la fune, è salito e in poco tempo ha sistemato l’asta. Dopo è tornato dall’amico e si è slegato, a questo punto il compagno ha cominciato a scendere calandosi attraverso la botola, ma si è fermato di scatto perché ha sentito suonare la campana e ha visto Roberto arretrare e poi cadere all’indietro, ora è qui.”
Alzai il lenzuolo “Cribbio, se è giovane!” pensai “Lo si vede anche con tutto quel sangue sulla faccia.” Mi chinai “Troppo sangue sul volto, anche per quella caduta.” Osservai meglio, l’occhio destro non c’era più, spappolato. “Non può essere stata la caduta.” riflettei.
“Mi ha detto che la campana ha suonato?” chiesi al sindaco.
“Sì,” confermò “ma nessuno ha azionato il meccanismo, anzi, per sicurezza avevamo tolto corrente all’orologio della torre.”
Riposi il lenzuolo con cura, il morto avrebbe dovuto aspettare il Magistrato per potersene andare. Guardai il campanile, il balcone era appena più largo della campana, l’orgoglio di quel borgo. “Praticò, mi sa che ci tocca” dissi.
“Cosa, Comandante?”
“Salire su in cima.” risposi.
“Ma, Comandante, io soffro di vertigini!”
“Vorrà dire che ti fermerai al piano di sotto.”
Centoquarantuno scalini, Praticò li contò tutti, più gli altri dieci della scaletta, quelli li contai io. Passare per la botola non fu agevole, anche per via della divisa. Quattro pilastri sorreggevano la cupola, un impiantito di tavole, in mezzo la campana, intorno poco spazio e poi il vuoto. Feci il giro del bronzo tenendomi alle colonne finché giunsi dalla parte della caduta e la trovai, una tacca, anzi ne scoprii a decine in vari punti, ma tutte da un solo lato. Solamente delle pallottole lasciano segni così.
    Quando portammo via il figlio non ci credevano. “È una ragazzata!” urlò il padre disperato, “Anch’io lo facevo sempre da giovane con quel fucile! Era solo un gioco, colpire la campana e farla rintoccare.”
“Non è mai un gioco con un’arma in mano” dissi a denti stretti.



 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 18 Aprile 2011 12:55 )
 

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