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Pietro Tartamella - la còppola e il compleàbano PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 15 Aprile 2011 12:11

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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LA CÒPPOLA E IL COMPLEÀBANO

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 06 febbraio 2011

 
 
 
 
Suo padre aveva sempre fatto il muratore. Costruendo solette e muri diritti con mattoni forati incollati col cemento e l’intonaco, elevando tramezze e case sino al tetto, aveva tirato su cinque figli decorosamente.
Quando morì di cancro all’intestino, a 76 anni, ai figli non spettò nessuna eredità, non perché non la meritassero, ma perché di eredità non c’era nemmeno un’ombra. La casa dove aveva abitato per una vita era in affitto. In banca aveva soltanto un numero di conto corrente che bisognò chiudere. Nemmeno gli attrezzi da lavoro aveva lasciato in eredità, ché il figlio più grande, muratore anche lui, li aveva già fatti suoi da un pezzo, da quando il padre, ammalato e in pensione, aveva lasciato i cantieri e si era trasformato in contadino mettendosi a coltivare un orto abusivo ricavato in un’ansa demaniale del fiume Roya.
Aveva piantato pomodori, fave, qualche filare d’uva, e perfino fiori che innaffiava con l’acqua del fiume e con quel suo testardo sudore d’ammalato.
Era stato un padre severo, all’antica, con la pelle rugosa come la corteccia dell’ulivo, gran lavoratore, un uomo di grande saggezza, semplicità, intelligenza, e di principi ben solidi. Non disdegnava usare la cinghia per far crescere diritti i suoi figli, proprio come i muri che costruiva, anzi più diritti. Così taciturno che quando parlava con il suo accento siciliano era più minimalista di un haiku. Non sapeva scrivere, né leggere, ma sapeva fare di conto, e aveva un sesto senso capace di cogliere negli altri ogni minimo pensiero recondito e ogni bugia.

Gioachino, il figlio più piccolo, lo aveva temuto molto da ragazzo, specie quando si infuriava e perdeva le staffe e bestemmiava. Gioachino era timido, riservato, impaurito, e si metteva a piangere a ogni sua sfuriata correndo ad asciugarsi le lacrime nella gonna a fiori della madre.
Da grande Gioachino era però riuscito a stabilire col padre una relazione degna di nota. Il padre infatti aveva finito per tenerlo in grande considerazione per quella sua passione per i dizionari spessi, i libri, la macchina per scrivere, la lettura ininterrotta. Gioachino ebbe l’impressione che a volte suo padre lo guardasse con ammirazione e perfino, qualche volta, anche con soggezione.
Anche le sorelle alla fine erano riuscite ad avere una relazione buona con il padre.
Tolte le spese per il funerale che i cinque figli pagarono in parti uguali, sistemate tutte le cose del padre, dalla chiusura del conto corrente alla demolizione della vecchia auto, dallo svuotamento del suo portafoglio di pelle dove ancora conservava una sgualcitissima tessera del partito comunista e un’agendina con vecchi numeri di telefono, Gioachino si ritrovò in mano una vecchia coppola e una piccola Efka, una di quelle macchinette di fabbricazione tedesca per arrotolare le sigarette.
Due banalissimi oggetti che gli ricordavano la vita di fatica, di stenti e povertà che suo padre aveva fatto.
Gioachino tenendo in mano la coppola e la macchinetta per arrotolare le sigarette, soppesandole, volle comunque considerarle una eredità.
Mentre la bara veniva interrata nel cimitero di Roverino, Gioachino pensava alla coppola del padre e al modo di trasformare quella eredità-da-niènte, in una eredità significativa.
In che modo poteva onorare suo padre per averlo fatto studiare, lui, l’unico figlio tra cinque che aveva potuto studiare?
Fu così che decise di chiudere in un cassetto, ciascuno in compagnia di due palline bianche di naftalina, il suo basco nero di Francia, il borsalino, il colbacco russo, il berretto peruviano di lana pluricolorata e tutti i cappelli che aveva usato negli ultimi anni: dieci palline bianche in tutto. Per indossare la coppola di suo padre.
Pensava, indossandola, di essere in qualche modo avvolto dallo spirito del padre.
La presenza fisica di quella coppola sulla sua testa forse lo avrebbe aiutato ad “assorbire” le cose buone e i talenti che aveva riconosciuto in lui. Nello stesso tempo sarebbe stato il suo modo particolare di elaborare la perdita e di osservare il lutto. Nessun bottoncino nero sul petto, nessuna striscia nera sul braccio, ma la coppola di feltro a righe di suo padre, in testa.

Negli anni ‘80 la coppola era un po’ fuori moda, specialmente a Torino. I suoi colleghi del sindacato lo guardavano con occhi indagatori senza riuscire a decifrare quell’aria d’altri tempi che si portava appresso con la coppola in testa. Gioachino non se ne curava affatto quando andava al mattino ad aprire l’edicola e quando la sera camminava solitario tra i filari di platani lungo il fiume.
Si era chiesto per quanto tempo avrebbe voluto, o dovuto, indossare la coppola.
All’inizio si era risposto, un po’ vagamente, “qualche mese”. Ma non riusciva a dare un numero preciso a quell’espressione “qualche mese”. Forse sei mesi? O bastavano solo tre mesi? O era meglio di più?
Poi si ricordò di quante volte aveva perso l’ombrello. Una volta lasciato in un bar, una volta dimenticato nello studio del dentista, un’altra volta lasciato su una panchina del Valentino, una volta sul treno, una volta dentro una di quelle cabine per le fotografie formato tessera, e non li aveva più ritrovati.
E le volte che aveva perso la sciarpa?
E le volte che aveva lasciato da qualche parte un guanto? E a pensarci bene, più di una volta aveva lasciato da qualche parte anche il cappello e non lo aveva più ritrovato.
Quindi, forse, ci avrebbe pensato il caso, o il destino, a stabilire per quanto tempo era opportuno indossare la coppola di suo padre. Sapeva che prima o poi, come era successo altre volte, la coppola, se lo sentiva, l’avrebbe dimenticata da qualche parte e non l’avrebbe più ritrovata.
Decise allora di non pensare più per quanto tempo doveva indossarla. Bastava portarla in testa e basta. Quando l’avrebbe dimenticata da qualche parte, quello sarebbe stato il tempo giusto che era opportuno portare la coppola di suo padre.

E così cominciò a indossarla tutti i giorni, andando al lavoro, alle riunioni del sindacato, al cinema, qualche volta a ballare, a passeggio, in vacanza.
La coppola diventava ogni giorno sempre più familiare, sempre più parte di lui.
Dopo una ventina di giorni non sentì più quel leggero prurito alla fronte che il feltro ruvido gli procurava. La sensazione fu, fin da subito, di portarsi in testa il padre, ovunque.
Con la coppola ci dialogava come se fosse col padre. Era un dialogo fatto di soli pensieri, intimi, solitari, tanto vicino sentiva la leggerezza del padre sulle orecchie, la fronte, la nuca. Gli pareva che i pensieri del padre attraversassero i suoi capelli e dalla coppola entrassero nella sua mente come una viva presenza. Era una compagnia costante, serena, tranquilla, dinamica e veritiera.
Fu così che prese coscienza di alcuni suoi gesti e delle sue mani, del suo incedere quando camminava, del modo di sollevare la tazzina di caffè e di portarla alle labbra. La coppola glielo faceva notare “vedi Gioachino - gli sussurrava nelle orecchie - quella tua postura… quando pensi mettendo le dita sotto il mento… è proprio uguale…”.
Gioachino non poteva far altro che riconoscerlo e darle ragione. D’altronde quanti bambini aveva visto in edicola mostrare una gestualità finissima che era l’esatta fotocopia di quella dei loro padri. E le bambine quella delle madri.
Così Gioachino si rese conto di come era simile a suo padre in molti gesti e in molti piccoli atteggiamenti e, perfino, anche in alcune intonazioni vocali. Non ci aveva mai fatto caso prima. Si rese conto che anche il movimento del pugno che stringeva la palettina rossa e il modo di abbatterla sulle mosche estive era lo stesso. E come teneva la sigaretta tra le dita… Chissà se sarebbe riuscito a cogliere qualche similitudine anche nella modalità del pensiero e della sensibilità.
Beh, una volta, alla stazione di Porta Nuova, Gioachino ingombrato dalla sciarpa, dal borsello, da uno zaino e una valigia, dall’ombrello e dalla sigaretta, finì col sedersi su una panchina ammaccando la coppola del padre. Provò una sorta di mortificazione quando se ne accorse. Gli parve lo stesso tipo di mortificazione che aveva letto negli occhi di suo padre quando un giorno di tanti anni prima, a Parigi, la squadra di operai che egli aveva portato con sé da Ventimiglia per ristrutturare una villa, aveva cominciato a mugugnare perché suo padre non si era accorto che era l’una passata e non aveva ancora suonato la campanella per il pranzo.
Alla stazione, sedendosi quel giorno d’autunno sulla coppola del padre, Gioachino ebbe l’impressione di udire un lamento, come se le avesse fatto male. Si era sollevato di scatto con l’intento di togliere il più in fretta possibile il peso del suo corpo dalla testa del padre. E si ricordò di quella volta che era andato a trovarlo all’ospedale di San Remo dove ci era finito con sette punti sulla testa per una trave cadutagli da una impalcatura tra capo e collo all’improvviso.
E così Gioachino ogni volta che entrava in un locale pubblico, o andava a una riunione dei commercianti o del sindacato, si toglieva la coppola, la ripiegava accuratamente e con delicatezza per non farle male, e la deponeva al calduccio nella tasca del suo giaccone.
In pieno inverno, quando alle quattro del mattino usciva di casa per andare ad aprire l’edicola, s’incamminava a piedi lungo il fiume, imbacuccato in un passamontagna e in spessi guantoni di lana. Spesso si voltava in dietro a osservare nel buio le impronte solitarie lasciate nel bianco silenzio immacolato della neve. Il drago di legno, le altalene, i cavallucci a dondolo della piccola giostra, tutti i giochi bambini del Parco Michelotti gli sembravano caduti in letargo tanta era la neve, il silenzio profondo, l’immobilità che li avvolgeva.
Sopra il passamontagna indossava la coppola. Durante il tragitto sino all’edicola di Via Vanchiglia la coppola si copriva di due centimetri di neve e la visiera, come una piccola pensilina sporgente indebolita dall’umidità, piegandosi sotto il peso, gli riversava sul naso e sulla barba la piccola valanga di bianco.
Gioachino udiva allora chiaramente, nel rovesciarsi della neve, il profumo dei limoni.
Erano i primi quattro limoni che suo padre aveva raccolto dall’albero che aveva piantato vicino alla baracca di legno, in quell’orto abusivo costruito sul greto del fiume Roya. Li aveva messi dentro la coppola, gialli e profumati di sole, e li aveva portati in dono a sua nuora mostrandoli con orgoglio come fossero un corbello.
Una mattina d’estate, in vacanza al mare, dopo una colazione al bar con brioches e cappuccini, Gioachino dimenticò la coppola sulla sedia. Furono la moglie e le figlie a notare che era un po’ strano e che gli mancava qualcosa “la coppola!” esclamarono.
Fortunatamente erano poco lontani. Gioachino fece una corsa sino al bar per riprenderla.
Suo padre era ancora lì per fortuna, seduto sulla sedia, come lo aveva lasciato. Se lo mise in testa e uscì dal bar. Ora la moglie e le figlie lo riconoscevano, era proprio lui, e non sembrava più strano.
E così il tempo passò con quella buona presenza del padre sulla testa.
Scattò perfino delle fotografie alle figlie piccole che avevano un giorno indossato la coppola per giocare e vi erano rimaste immerse sino al naso.

Dopo due anni, a forza di indossarla, la coppola era invecchiata. Aveva cominciato a mostrare una leggera sfilacciatura sull’orlo.
Gioachino sentiva che il tempo di conoscere suo padre e di farsi permeare da lui attraverso il suo copricapo era passato.
Erano stati due anni importanti, ricchi di cose grandi che Gioachino aveva fatto, sorretto dai consigli di suo padre che gli era stato così vicino. Due anni pieni di un’esperienza davvero particolare.
La coppola, se fosse invecchiata troppo, se troppo si fosse sfilacciata e consunta, sarebbe finita in un bidone dell’immondizia. L’idea di buttare via la coppola a Gioachino non piaceva affatto.
E allora gli venne un’idea.
Prima che la coppola invecchiasse del tutto, prima che la perdesse dimenticata da qualche parte, per onorare tutto quello che gli aveva insegnato suo padre, decise di regalarla.
Ma poiché si accingeva a compiere 33 anni il prossimo 18 aprile, poiché viveva un momento incredibilmente fecondo di idee e di spiritualità, poiché il numero “33” gli ricordava più gli anni di Cristo che il numero stetoscopico recitato dagli ammalati, escogitò il suo trentatreesimo compleanno in maniera del tutto insolita.
Decise di invitare alla festa gli amici migliori che a quel tempo frequentava.
Inventò una parola nuova per la sua festa: non avrebbero festeggiato il suo compleanno, ma il suo compleàbano.
Nell’invito pregava gli amici di non portare per favore nessun regalo. Sarebbe stato lui, il festeggiato, a fare invece un regalo per il suo compleàbano ai suoi amici più cari.
E concepì l’idea di regalare agli amici le cose personali che per lui erano state davvero importanti. Decise di regalare la coppola del padre a uno dei suoi amici. Certo, aveva messo in conto che l’amico non avrebbe saputo che farsene di un regalo come quello.
E qui consisteva l’idea nuova del compleàbano.
Il compleàbano era un compleanno speciale che impegnava il festeggiato a separarsi dalle cose cui era legato. Gli amici destinatari degli oggetti di cui ci si liberava erano liberi di utilizzarli, o di non utilizzarli; il loro ruolo, nel rituale, era semplicemente quello di “destinatari”.
Un rituale forte, impegnativo, che allenava le persone al distacco, al non possesso.
E Gioachino accarezzò l’idea di una società in cui gli esseri umani, a partire dalla maggiore età, ogni 5 o 10 anni festeggiassero il loro compleàbano con la mente rivolta ad abbandonare cose che erano state per loro importanti.
La coppola gli diceva che era una bella idea.
Così Gioachino andava avanti nell’organizzazione del suo compleàbano.
Pur condividendo il pensiero di suo padre che gli diceva che un compleàbano concepito così era troppo impegnativo, Gioachino continuava nel suo proposito, sostenendo che un seme voleva comunque provare a lanciarlo.
Il padre gli diceva fai come ti sembra giusto, e lo rassicurava sul fatto che se la sua coppola finiva sulla testa di un amico di suo figlio, lui non aveva, veramente, non aveva nulla in contrario. Ma di non farsi illusioni, perché di questi tempi difficilmente qualcuno avrebbe avuto la forza per un impegno simile.
La sera della festa si ritrovarono nel piccolo appartamento di Gioachino, nella camera delle sue figlie, dove avevano apparecchiato la tavola, ché la cucina era troppo davvero una cucinotta.
Gli amici non sapevano nulla del compleàbano.
Finita la cena rimasero molto stupiti della insolita sorpresa. Fu così che Nino ebbe la coppola di suo padre. Silvana ricevette i due tomi che raccoglievano, rilegati, tutti i numeri della rivista mensile di poesia che aveva stampato col ciclostile per quattro anni. Agrippino ricevette un quadretto che rappresentava la primavera, tolto da una quadrilogia delle stagioni ricevuta in regalo da un caro amico pittore. Ad Antonella affidò il suo quaderno manoscritto con i temi già ingialliti che aveva svolto in quinta elementare. Mario ebbe in regalo il primo manufatto di ceramica, il primo in assoluto che sua moglie con amore aveva fatto per dedicarlo solo a lui. E a ogni amico un regalo, un ricordo, un oggetto che per Gioachino avevano avuto il significato di un affetto profondo.
Gioachino spiegò il perché di quei regali. Fu una serata davvero commovente, piena di lacrime, e ciascuno forse aveva il suo particolare motivo per quelle lacrime.
Quella sera però il mondo sembrava più bello, almeno a Gioachino.
Per molti giorni quella sensazione di bellezza e di pace continuò a permanere.
Quando, alcuni anni dopo, venne il tempo del 33° compleanno degli amici, non ci fu nessun invito a un compleàbano.
La coppola del padre (che Nino per qualche tempo aveva comunque indossato), gli diceva, invisibile e ormai lontana, che troppo forte era il compleàbano perché potesse essere messo in pratica dagli uomini di oggi.
Appoggiato allo stipite dell’edicola con un tiepido sole primaverile negli occhi e con in testa il panama di fibre di palma un po’ inclinato di lato, che ancora odorava di naftalina, Gioachino tirò fuori dalla tasca la sua Efka, riempì la piccola scanalatura di pizzichi di tabacco, e si arrotolò una sigaretta.


Pietro Tartamella
briografia di un poeta

 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Martedì 19 Aprile 2011 10:20 )
 

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