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Florian Lasne - il rifugio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 15 Aprile 2011 11:02

 

scritturaliafoto
Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA



LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 


I L   R I F U G I O

di Florian Lasne
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2011





Un sentiero beige e serpentino.
Il vuoto verde intorno a me.
Davanti la montagna, lontana.
In cielo, montoni bianchi ma pochi.
Il resto blu, come i tuoi occhi.
L’asino di famiglia segue i miei passi, lento. Stanco mi ha lasciato portare i pacchi, la legna, i chiodi.
In mezzo a questo deserto e sulla nostra strada marrone chiaro, di colpo, vecchiamente gialla, una buca delle lettere, tipo americana. Non posso dire che sono sorpreso, si trova lì, punto. Apparsa. Sbucata dal niente. Grido di comunicazione perso nell’oceano. Come quei messaggi in bottiglia gettati al mare. Si spera che qualcuno li troverà, leggerà, risponderà.
Sopra la buca, di nero, una scritta, un numero: 31.
Un numero particolare.
Vissi tempo fa in una casetta, sull’entrata quel 31 portava.
Tutta di legno, umile, tenera, accogliente e affettuosa. Abbandonata, abbattuta, annientata.
Una profonda, lontana mancanza, come di una persona scomparsa.
31.
Affiorano in petto, dietro gli occhi, nei pensieri, lucide come di cera fusa, lacrime. Ma non escono. Ricordi liquidi in flusso inespresso. Bollenti emozioni di vulcano sopito.
Apro la buca, una lettera. Il mio nome sopra. Sigillata di cera rossa. Sto per aprire ma, in caratteri gotici, una scritta mi confonde: A S P E T T A.
Mi guardo intorno. Nessuno, nulla, il tempo sospeso. Un fischio quasi silenzioso, sordo, sembra sussurrarmi: P A Z I E N Z A. Quindi aspetto, ubbidiente. Poi, finalmente, con l’acconsentimento del vuoto, infilo la lettera nella tasca del mio gilet e ripartiamo, io e il mio asino. Attenderò il momento giusto.
Senza essercene accorti alcuni alberi sono spuntati in fila indiana. Cospargono i due lati del sentiero sul quale stiamo camminando.

Ma dimmi, tu li hai visti prima? dico a Nasel, il mio asino.
No.
E non ti stupisce, meraviglia, spaventa il fatto che non si trovavano li prima?
No.
Sarà che non ce ne siamo accorti e punto, vero?
Si.

Mi era sembrato di soffrire di allucinazioni. Un momento prima, nulla, un momento dopo, un quasi bosco. Se aspetto ancora troviamo la foresta, la giungla, la piena tundra, che so? Ma no, non sono visioni, siamo in due ad averli visti! Mi rassicura, per un po’ credevo di non essere più con i piedi per terra con queste apparizioni improvvise sulla strada, ma non sembra stupire Nasel, il mio asino grigio, direi quindi che non sto sognando, intorno a me tutto è reale. Meno male che ci sono gli asini per rituffarti nella realtà.

Rincamminandomi credo di intravedere in lontananza una forma strana che si affretta con lentezza verso di me e di Nasel, il mio asino grigio con un orecchio bianco. Non ci faccio tanto caso. Di strada ce n’è ancora tanta, quindi se mi fermo a osservare, a cercare di capire tutte le cose strane che capitano, non finisco più di riflettere e non andrò certo molto avanti. Nemmeno raggiungerò la montagna evocata inizialmente nel prolungamento del sentiero beige e della quale mi stavo dimenticando, scomparsa dal quadro a colori della strada storia sulla quale stavo incamminandomi con Nasel, il mio asino grigio con un orecchio e la coda bianchi.

Proseguo. Il sentiero si è allargato nonché allagato e le nostre zampiedi senza zoccoscarpe sono sporco-bagnati. Ma nessuna preoccupazione, ci pensa la fantasia ad aiutarci. Alcuni pesciolini splendenti e fosforescenti si prendono cura delle pulizie. Vengono a stuzzicarci, solleticarmi le dita dei piedi. Ridolicchio, non riesco a contenermi, la situazione è buffa e ridicola. Speriamo che nessuno mi veda. Ma al mio fianco si trova Nasel, il mio amico asino grigio di famiglia con l’orecchio e un sorriso bianchi, e birichino, si spacca dalle ragliate.

Guarda che non c’è niente da ridere, quindi non prendermi in giro, non mi piace, d’accordo?
(si trattiene) Si.

La montagna che in lontananza percepivo è oscurata da una forma che con tranquillità mi ha finalmente raggiunto.

E io non conto forse? dice l’asino.
Una forma che in tutta tranquillità finalmente CI ha raggiunti.
Grazie.
Prego.

So che farete fatica a credermi, ma visto che me l’ha confermato poi Nasel, il mio asino di famiglia, amico grigio, con l’orecchio, il sorriso e la coda bianchi, potete tranquillizzarvi che tutto quello che vi racconto è accaduto davvero, ed è reale nei minimi dettagli.

Un albero tutto come si deve, fatto di radici, tronco, rami, foglie e sangue vegetale, mi rivolge la parola.
Enigmatico.
Dietro di te, sulla schiena, ci sono i miei morti, i miei bambini assassinati.
Scusi, non so di che cosa parla.
Indagatore.
Gli assi che porti, chi sono, rispondi?
Euh...
Minaccioso.
Li hai uccisi tu, hai tagliato a pezzi i miei figli. Dovrai pagare! Cos’hai da rispondere?
Non dirò nulla senza la presenza del mio avvocato.

Silenzio. Rifletto.

Circondato da altri alberi in linfa e legna poco inclini alla simpatia e apparsi anche loro come per magia, ho dovuto chiedere a Nasel, il mio grigio di famiglia, amico asino con orecchio, sorriso, coda e voce bianca... gli ho dovuto chiedere di cantare qualche dolce melodia per calmare l’atmosfera e poter discutere.

Parla tu.
No.
Ti prego, mi fanno a pezzi.
No.
Devo fare da solo insomma?
Si.

Porto legno, chiodi, corde lassù in montagna per ritrovare, ricostruire un amica persa tanti anni fa, un’anima avvolta di nostalgia, la mia casa d’infanzia.
Ma porti pesi morti, la mia famiglia, i figli miei! Questa legna che hai sulla schiena e su quella del tuo somaro, chi mi dice che non vai a bruciarla? Voi uomini siete perfidi, non si sa quando credervi. Ti faremo pagare per le nostre famiglie intere distrutte!
Vi prego, voglio solo ritrovare un po’ la calma, la pienezza che avevo in questa mia vecchia casa, vi giuro che è la verità!

Non gli ho convinti visibilmente.
Diversi rami avvolgono le mie membra e stanno per squartarmi quando Nasel, il mio asino di famiglia grigia, amico dall’orecchio, il sorriso, la coda, la voce e il muso bianchi, prende la lettera ricevuta poco prima sul nostro sentiero beige e serpentino con il vuoto verde intorno e davanti la montagna col cielo e i suoi pochi montoni bianchi e tutto il resto blu, come i tuoi occhi, e la apre.
Tutto si ferma.
Un bolero si accende e Ravel calma gli ardori arboriferi.
Come sospese, delle lettere di sabbia riempiono l’aria.

Promessa di bottiglia al mare:
ricostruire la vecchia casa nella giungla del giardino
che di legno viveva
di calore sorrideva
di umiltà splendeva.

Allora piango. Inondo il mondo. Il mio corpo si liquefa. La mia pelle intera piange le lacrime di una vita, accompagnato dei tamburi e dei violini di Ravel che mi avvolgono dolcemente. Piango fino a non capire più. Piango a corpo libero e la mia danza risuona di dolori, assenze, oblii, amori, bellezze.
Intorno a me una folla di rami si agita, Nasel, il mio asino di famiglia, tutto grigio, il mio amico con l’orecchio, il sorriso, la coda, la voce, il muso e le zampe bianchi, i fianchi, la schiena, la criniera, il corpo intero bianco di luce, ride. Canta una ninnananna.
Tutti gli alberi si fermano quadrati intorno a me, sorridenti. Formano pareti. Sono sdraiato, mi sento cullato. Sui muri un sentiero beige e serpentino, il vuoto verde intorno, davanti la montagna, lontana, in cielo, montoni bianchi ma pochi.
Il resto, blu, come i tuoi occhi.



 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 18 Aprile 2011 13:00 )
 

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