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Flavio Massazza - un piccolo tubo di rame PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 15 Aprile 2011 10:57

 

scritturaliafoto
Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

UN PICCOLO TUBO DI RAME

di Flavio Massazza
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2011





Era uno di quei venerdì sera in cui un uomo che fa un lavoro pesante si sente finalmente rilassato e sogna un week-end tranquillo con una passeggiata, un poco di televisione, un libro e al massimo un cinema con gli amici, mai quello che io vorrei vedere.
Io lavoro in banca.
Quando dico che il mio lavoro in banca è pesante vedo sempre degli sguardi perplessi e qualche risolino di compiacimento da parte delle persone.
“Dovresti provare a lavorare in fabbrica a tre turni alle presse, quello si che è un lavoro pesante”.
Ma quando una persona passa la giornata a uno sportello il cui unico scopo è occuparsi dei problemi, dei disguidi, delle procedure complicatissime e inutili, quando è dominato da un computer che sembra divertirsi a rendere tutto più difficile, il lavoro diventa pesantissimo.
Quella sera sapevo che mia moglie sarebbe arrivata tardi e così entrai in casa tranquillo.
Non avevo lo stress che genera lo sguardo di mia moglie quando controlla che tutte le procedure di ingresso in casa vengano eseguite con precisione e attenzione…
Togliersi le scarpe senza calpestare il tappeto, non lasciare le chiavi sul tavolo che se no si riga, mettere il berretto sulla cappelliera e non appeso al gancio del cappotto, ricordarsi di accendere le luci che devono essere accese e di spegnere quelle che devono essere spente.
Feci tutte le operazioni con calma e precisione, controllai che tutto fosse in ordine e secondo quanto previsto dalle procedure e, finalmente, mi sedetti in poltrona per un paio d’ore di relax.
Alzando lo sguardo vidi il quadro.
Era un piccolo quadro che mia moglie aveva posato sul mobiletto vicino alla porta di ingresso.
Da più di una settimana ogni giorno e più volte al giorno mia moglie mi ricordava che bisognava attaccare il quadro al muro.
Uno strano impulso, uno di quegli impulsi che cambiano la vita di un uomo, mi spinse a un’eroica decisione: avrei appeso il quadro.
Mia moglie aveva già fatto un segno a matita sul muro nel punto esatto in cui doveva essere appeso. Non avevo problemi, non avrei come sempre sbagliato.
Al rientro mia moglie avrebbe trovato il quadro appeso e io avrei passato una serata tranquilla e serena, soddisfatto di aver fatto uno dei miei doveri coniugali: appendere i quadri nel posto giusto.
Bastava prendere il martello, un chiodo e una sedia per arrivare comodamente all’altezza giusta.
Per piantare un chiodo bisogna mettersi all’altezza giusta.
Ero arrivato a questa conclusione dopo anni di esperienza pieni di dita fracassate, muri sbrecciati e accuse di essere il solito incapace.
Al primo colpo il chiodo era al suo posto, non mi ero neanche pestato le dita.
Al secondo colpo il chiodo era penetrato nel muro e sembrava ben piantato.
Però quella sera mi sentivo così sicuro di me stesso e cosi pieno di energia che decisi che un’altra martellata avrebbe reso l’operazione perfetta.
La terza martellata diede un suono sordo, stridente. Il chiodo schizzò via, mentre una scheggia di intonaco cadeva sul pavimento sbriciolandosi in mille pezzetti.
Rimasi per lungo tempo immobile a guardare la ferita del muro bianca e immensa.
Il chiodo era sparito, non ne avevo un altro e poi, se avessi trovato un altro chiodo avrei dovuto piantarlo spostato, destando sicuramente rimproveri sulla posizione diversa da quella prevista.
Ebbi una folgorazione: al posto del chiodo avrei messo un tassello; cercando il chiodo ne avevo anche trovato uno.
Bastava prendere il trapano e fare un foro nel punto giusto, infilare il tassello e tutto sarebbe stato a posto.
Trovai il trapano, trovai persino il riduttore per la presa, che naturalmente non era quella giusta e mi ricordai persino di prendere uno straccio da posizionare vicino alla punta per non riempire la stanza di polvere.
Mi misi in posizione e con decisione avviai il trapano.
Il rumore della percussione era regolare, spinsi con forza e il trapano fece una certa resistenza,  poi di colpo la punta penetrò completamente nel muro.
Pensai che quella casa aveva i muri pieni di cavità: ecco perché si sentiva tutto quello che dicevano i vicini.
Poi vidi apparire come d’incanto un piccolo rigagnolo di liquido rossiccio che usciva intorno alla punta del trapano e colava sul muro lasciando una traccia rosa fin giù verso terra.
Rimasi pietrificato per un attimo, estrassi la punta e un getto di acqua mi colpì in pieno viso.
Non ho mai avuto i riflessi molto pronti e quando, dopo essere caduto dalla sedia, dopo aver sbattuto il trapano sul tavolo di legno lucido lasciando una traccia profonda, dopo essere scivolato sul pavimento, riuscii finalmente a raggiungere il rubinetto generale dell’acqua, una larga pozza si era formata sul pavimento di legno dell’ingresso.
Dopo un attimo di esitazione trovai la forza di prendere le pagine gialle.
Soccorso Idraulico Immediato.
La scritta spiccava a grandi lettere. Composi il numero. Dopo lunghe attese, e innumerevoli codici da digitare in risposta a domande incomprensibili, mi rispose una ragazza gentilissima che, dopo avermi comunicato che sarebbero intervenuti al più presto, mi disse:
“Però, se il tubo è dentro al muro, bisogna prima chiamare il muratore; noi siamo idraulici non muratori”
Cercai Soccorso Muratore Urgente, ma non c’era.
Ero ormai disperato, ma mi venne un’idea: il mio vicino di pianerottolo era noto in tutto il condominio per essere un bravissimo esperto di bricolage.
Suonai il campanello. Poco dopo la porta si aprì e comparve un uomo di corporatura robusta, abbronzato, con un folta barba grigia e un sorriso che metteva in mostra una serie di denti giallognoli.
Gli feci un timido sorriso. “Buongiorno signor Mario, mi scusi se la disturbo, ma ho bucato…”
Non mi lasciò finire “Ho un favoloso crick idraulico e una favolosa chiave a cricchetto, se permette possiamo cambiare la ruota in un attimo”
“Ma non la gomma, ho bucato un tubo dell’acqua” dissi con fare contrito.
Il sorriso scomparve per un attimo, per poi riapparire: “Se permette, in questo caso vengo a vedere.”
Sparì per un attimo e ritornò con un grande grembiule pieno di tasche da cui spuntavano attrezzi di ogni tipo.
Intorno alla testa aveva una bandana che terminava con un piccolo faro sulla fronte.
Con la gambe piantate sul pavimento in posizione kung fu e le mani sui fianchi osservò a lungo il buco nel muro da cui continuava a uscire qualche goccia d’acqua.
“Se permette ci penso io.”
Non osai contraddirlo.
Tornò con un immenso martello e uno scalpello altrettanto immenso e dopo aver detto “Permette” cominciò a dare colpi forsennati sul muro. Raccolsi al volo i primi due calcinacci che volavano nell’aria, ma poi non ce la feci più e ben presto il pavimento di legno era coperto di macerie miste ad acqua.
Quando apparve il tubo di rame la foga del signor Mario era tale che il povero tubo venne colpito ripetutamente e il piccolo foro divenne uno squarcio da cui uscivano le ultime gocce d’acqua che sembravano di sangue.
“Abbiamo trovato il tubo” disse.
“Mi sembra un poco rovinato” dissi timidamente.
Il signor Mario prese la sedia, ci salì sopra, sentii uno scricchiolio tremendo e il piano si aprì mentre l’uomo riusciva a restare in equilibrio sui bordi.
“Non c’è problema, se permette adesso lo saldiamo” disse scendendo dalla sedia ormai sfondata e strisciando le scarpe sul pavimento di legno che cominciava già a gonfiarsi sotto l’umidità.
“Non si preoccupi per la sedia, se permette ci penso io, ho una colla favolosa che aggiusta tutto.”
Torno dopo poco con una immensa bombola e la trascinò nella stanza.
Il preziosissimo vaso cinese non resse all’urto e si accasciò in mille pezzi.
Mentre li stavo raccogliendo con attenzione, cercando di non mescolarli con le macerie del muro, Mario mi osservò con un sorriso.
“Non si preoccupi, se permette ci penso io, basta un po’ di colla, ne ho una favolosa fatta apposta per la ceramica.”
Poi prese un’altra sedia e dopo un nuovo scricchiolio si sistemò con il cannello in mano.
Ci fu un lampo e si materializzò una fiamma gialla.
Con gesto abile ruotò dei pomelli e la fiamma divenne azzurrognola.
Si voltò verso di me.
“Vede che meraviglia di fiamma, questo apparecchio non è una di quelle cosine da fai-da-te, questo è professionale” poi si chinò per raccogliere una bacchetta di stagno.
Nel movimento la fiamma azzurrognola sfiorò la tenda della finestra che prese immediatamente fuoco.
“Non si preoccupi” disse “se permette ho l’estintore.”
Sempre tenendo il cannello con la destra, con la sinistra estrasse da una tasca un grande oggetto oblungo e in un attimo una nuvola grigia si sparse ovunque.
Il fuoco sparì e quando la nebbia si dissolse la stanza sembrava uno di quei paesaggi grigi che si vedono nei film catastrofici sulle eruzioni de vulcani.
Nel frattempo la fiamma rimasta accesa seguendo i movimenti dell’uomo aveva disegnato sul muro dei variopinti murales che variavano dal giallo al marrone, al nero.
Finalmente avvicinò la fiamma al tubo e lavorò a lungo lanciando ogni tanto qualche mugolio quando si bruciava le dita.
“Tutto a posto. può aprire l’acqua”
Mi recai mestamente in bagno e aprii il rubinetto generale.
Sentii immediatamente uno scroscio mentre il Signor Mario diceva con molta flemma: “Non è ancora a posto, se permette devo ancora intervenire”.
Dopo numerosi tentativi con l’acqua che aveva ormai invaso tutta la casa Mario mi guardò con un sorriso.
“Mi sa che il problema è più grave del previsto, qui bisogna chiamare, l’idraulico. Se guarda sulle pagine gialle  trova Soccorso Idraulico Immediato, mi hanno detto che vengono subito”.
Raccolse tutti i suoi attrezzi e si avviò alla porta.
“Non esiti a chiamarmi per le finiture. Ho uno stucco favoloso per chiudere il buco e ho anche un avanzo di pittura, non è dello stesso colore del muro, ma se lo ridipingiamo tutto non si nota.”
Mi fece un sorriso mostrando i suoi denti gialli e sparì oltre la porta.
Guardai la stanza: era un campo di battaglia grigio con strane macchie di colore qua e la e il pavimento che sembrava il tronco rugoso di una vecchia quercia.
In quel momento dalla finestra vidi arrivare la macchina di mia moglie.
Con una calma che mi stupì raccolsi poche cose in una piccala valigia e mi allontanai silenziosamente passando dalla scala sul retro.
Oggi vivo nella periferia di un’altra città, ho cambiato nome, lavoro in fabbrica a tre turni alle presse e vado a vedere i film che voglio.
Non sono poi così infelice, anche perché nel mio nuovo piccolo appartamento non c’è neanche un quadro.




 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 18 Aprile 2011 13:00 )
 

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