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Antonella Filippi - ridiamoci sopra (2) PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 15 Aprile 2011 10:32

 

                               scritturaliafoto
Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA



LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

RIDIAMOCI SOPRA (2)

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2011




Non so che dire, mi sento come se mi mancassero le parole per esprimere le cose più semplici, non incrociare le gambe o le braccia, i pensieri fluiscono meglio, ma come potrei incrociare le braccia e riuscire a scrivere, mi dico, mentre ascolto questa conversazione tra due seduti di fianco a me al bar, mi sembra davvero che siano solo ronzii di parole dette a caso, mescolo con una certa attenzione il caffè al ginseng anche se non ci metto lo zucchero, penso sia un movimento standardizzato che si fa soprappensiero, si gira e si gira per mescolare le ore della giornata fissando lo sguardo sul cucchiaino come se fosse un pendolo da ipnotizzatore che tira fuori da noi l’ovvio e il nascosto, per allontanare nel tempo il momento di alzare la tazza, per far passare ancora qualche secondo prima di sentire il calore della bevanda scendere e rianimare lo stomaco e subito dopo il cervello, il caffè non mi piace, o meglio, mi piace il suo profumo, ma non il gusto, sono più da tè e tisane direi, anche se cinque o sei volte all’anno riprovo a bere un caffè, di solito prima di scrivere, mi dà una piacevole euforia e una sorta di benevolenza per il genere umano che non provo più da quando sono adolescente, che lapsus, da quando ero adolescente, in un attimo salto tra la serietà dei quindici anni e la spensieratezza dei cinquanta, forse è vero che il tempo è circolare e non lineare, questi due continuano a cianciare di parole mancanti e il brusio del bar alle nove del mattino, un tramezzino, mi dia quella brioche, no, quella là, quanto le devo, il caffèquièparticolarmentebuonosaràlamiscela, no, per l’orzo usiamo la cialda, le spiace se prendo il giornale, buongiorno, buongiorno, il brusio si alza e si abbassa quasi con l’aprirsi e il chiudersi della porta da cui entra un freddo banalmente polare, la gente si fa strada tra la gente e si aggrappa al bancone del bar come un naufrago alla zattera in balia del mare gelato, ma qui le onde sono nei capelli, anche la pubblicità non sa più dove sbattere la testa, non è un problema di parole, ma di scelta di significati e di momenti significanti, dice uno dei due, ma di che parleranno, e che significato c’è in un momento passato a un tavolino in un angolo occupato da me e da loro due di fianco e altri che prendono una boccata d’aria al bancone prima di andare in apnea al loro lavoro, rovisto nella borsa per prendere la biro, ogni borsa è una casa arredata, qui i documenti, insieme all’hard disk che ho sempre con me, una sorta di memento di quello che sono e ho fatto e faccio, la cosa che non potrei mai perdere o abbandonare pena il sentirmi svuotata e trasparente, là il portafoglio, nella tasca esterna il burro cacao e il cellulare, i fazzoletti e le chiavi di casa, per trovarle subito, per entrare in una sicurezza fittizia e illusoria, in una prigione di abitudini e rituali richiesti a vicenda, la maggior parte degli incidenti mortali capitano in casa, prendo anche un foglio su cui ho segnato alcune parole e ne aggiungo altre, lentamente, come pensando, ma solo allontanando il momento di bere e di uscire, per andare in un dove là fuori che non è quello che vorrei mi aspettasse, vorrei camminare, anche in questa buia giornata, lungo uno dei sentieri che ho conosciuto, contro l’urlo del vento, avvolta nella sciarpa e nella giacca a vento, avvolta nel freddo che si trasforma nel calore della camminata, il naso gocciolante e gelato, prendo un fazzoletto e mi soffio il naso, vedo che c’è chi si guarda attorno a cercare un tavolino vuoto, ma fingo di continuare a scrivere, mi batto la biro sui denti e guardo in alto come a cercare un’ispirazione che attende solo me, aggrotto la fronte scrivo, cancello, riporto, numero, disegno diagrammi, seguo pensieri sparsi nel cielo di un circo di periferia, non mi è mai piaciuto il circo, non ricordo che i miei mi ci abbiano mai portato, ci sono andata con gli amici verso i vent’anni e la malinconia tragica dei clown e degli elefanti, dei leoni e dei trapezisti mi ha dato la nausea, c’è qualcosa di pericoloso in una vita diversa, le bollette, la banca, il mutuo, non ho tempo per essere libera, il giornale è arrivato sulla sedia vicina, lo prendo e sfoglio le prime pagine, che buttano in faccia la pochezza dei giorni, mio padre prendeva il giornale e mi faceva un cappello da muratore, come mio nonno, e mi aveva insegnato a fare anche le barche, poi le mettevamo sull’acqua del ruscello e vedevamo quale navigava di più o tiravamo dei sassi per farle affondare, una volta sono quasi affogata quando mia madre, che non sapeva nuotare, si è attaccata al mio salvagente, una vita da poco, casa e lavoro, nessun hobby, pochi amici, sta dicendo uno dei due, è un eremita, me lo immagino nel deserto vestito di pelli, con aria spiritata, a predicare alla sabbia la sua verità, nessuna verità solo interpretazioni e chi grida di più vince il premio della ragione e ha il potere di regolare anche la mia vita, un orologio che salta come un disco rigato, a volte anche respirare è faticoso, immaginati essere felice, tutto si sta appiattendo, dicono che la terra sia tonda, ma non l’ho mai accertato con i miei occhi, mai preso un aereo, viviamo a due dimensioni, livellati da ansia, inadeguatezza e fatica e la contentezza è una dimensione lontana, se non nel tempo nell’intenzione, metto via il foglio e la biro, comincio a sentire il formicolio dell’andare, non importa se il caffè si è raffreddato, con il cucchiaino tolgo prima la schiuma densa e leggera, color nocciola, dal sapore concentrato, poi prendo la tazzina con la sinistra, meno microbi se non è stata lavata bene, gli altri la prendono con la destra di solito, bevo piano, piano, poi la poso sul piattino e lascio il cucchiaino di fianco, con uno sforzo ordinato mi alzo, prendo la borsa, stringo la sciarpa e rimetto il cappello di panno al quale ho rifatto l’imbottitura interna, proprio io che odio cucire, con una fodera color vinaccia, mi avvicino alla cassa, pago e aspetto il resto, grazie, lo scontrino, mi avvio all’uscita, i due che erano seduti di fianco a me stanno uscendo, uno mi tiene la porta mentre parla con l’altro, le parole sono inutili, una risata vi seppellirà, massì, ridiamoci sopra.



 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 18 Aprile 2011 13:01 )
 

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