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Alessandra Teatini - la stanza di Vincio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 15 Aprile 2011 10:17

 

 

                               scritturaliafoto
Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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LA STANZA DI VINCIO

di Alessandra Teatini
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2011

 

 

Sì, certo, glielo avrebbe detto al più presto che si era liberata una stanza da Saveria, perché sarebbe rimasto da lì a poco senza casa. Pensava tra sé che voleva aiutarlo. Vincio era un suo caro amico, e, se si era trasferito in città, forse, sotto sotto, lo si doveva anche a lei. Malgrado non glielo avesse mai detto apertamente durante i loro incontri, a cena, davanti a un piatto di garganelli allo speck e asparagi in via Barberia, da Carmen, una delle trattorie preferite di Vincio, poco distante dal palazzo dove si stava per liberare una stanza: un antico edificio color rosso mattone, un tempo convento, come ce n’erano tanti, che aveva un’ottima posizione nel cuore di Bologna, attaccato all’hotel Orologio e a piazza Maggiore.
Da quando si erano conosciuti una sera al concerto di Filippo, perché Antonia nell’attesa l’aveva agganciato per fare due chiacchiere, erano cambiate molte cose per lui: a quarantaquattro anni aveva lasciato il suo paesino natale nella bassa Romagna, aveva cambiato lavoro, da libero professionista architetto, aveva accettato un lavoro dipendente in una ditta di Bologna che produceva stand per le fiere, si era separato dalla moglie e la figlia adolescente, che era rimasta con la madre, soffriva di anoressia. Inoltre, come se non bastasse, aveva appreso da poco che la moglie aveva contratto l’HIV da un fidanzato, stava ancora abbastanza bene al momento, ma i valori stavano peggiorando, era piuttosto debole, aveva spesso bisogno di riposarsi e in quegli anni non c’erano ancora i retrovirali. Insomma, c’era di che aiutarlo. Quindi glielo avrebbe detto della stanza, eppure non era così semplice come le era apparso sulle prime e non era convinta, alla luce degli ultimi sviluppi, che gli avrebbe reso un buon servigio. Avrebbe dunque aspettato a dirglielo.
Quella mattina Saveria fece capolino in camera sua, ossia nella camera che Antonia aveva subaffittato da lei, perché voleva finire la tesi e lì sembrava fosse tranquillo, e le disse non senza una certa malizia: “Allora ci sei? Sei rientrata? Perché alle tre ho visto che ancora non stavi dormendo.” Antonia le sorrise e replicò con un semplice: “Come vedi… sto per mettermi a lavorare”. “Ah sì? Hai intenzione di lavorare oggi? Davvero? Mi pari un po’ distratta ultimamente e non vorrei che non riuscissi a finire la tesi per questa sessione… lo sai? Se salti, dovrai pagare le tasse del nuovo anno”.
A denti stretti Antonia, che aveva ventiquattro anni e un padre che le faceva fretta dal liceo, le sorrise e cercò di concludere: “Hai proprio ragione Saveria, grazie.”, intanto ripensò a quanto si fosse illusa sul suo conto: aveva creduto che potesse essere super partes. Si era sbagliata. Era decisamente schierata. Saveria indugiava ancora sulla soglia della porta, poi, con gentilezza e aria innocente, come se niente fosse, la invitò a fare colazione insieme e insistette: “Non vuoi neanche un caffè?” Era abile a ribaltare le situazioni, così Antonia si vide costretta ad accettare per non essere scortese, non voleva essere lei a fomentare le ostilità, dal momento che vivevano sotto lo stesso tetto, Saveria era la padrona di casa, la tesi non era ancora terminata, anche grazie alle turbolenze intercorse da quando, sei mesi prima, si era stabilità lì.
Gli storici abitanti del condominio costituivano una galleria variamente assortita di umanità post anni settanta sopravvissuta al riflusso degli anni ottanta, grazie a chissà quale ostinazione. Saveria aveva in affitto l’appartamento al terzo piano di via delle Drapperie 20 da ventidue anni ed era quindi una sorta di istituzione. Piccola, ma ben proporzionata, capelli corti, uno sguardo intenso, aveva quarantadue anni e qualche ansia da rughe affioranti, nutriva ambizioni intellettuali e come mestiere scriveva tesi di laurea per studenti universitari che per una ragione o per l’altra non ce la facevano. La si poteva chiamare consulenza, era un lavoro ai limiti del lecito e un po’ fuori dal mondo, si lamentava Saveria, pur avendo un suo mercato sommerso, le arrivavano infatti nuove commesse, anche grazie a un noto amico che aveva praticato lo stesso mestiere. Da anni dunque si manteneva così, unendo i profitti provenienti dalla redazione di tesi di laurea a pagamento con quelli garantiti dal subaffitto delle stanze. E per scherzare i coinquilini del secondo piano a volte dicevano ad Antonia: “Dov’è pure che stai? Ah sì, alla pensione Saveria! Ti trovi bene?”
Sulla sinistra, sotto Saveria, dopo una rampa di scale, si trovava l’appartamento di tre quarantenni, anche loro veterani del palazzo. Mirco, che si era sistemato nella prima grande camera con annesso un bagno personale, era di piccola statura, con un volto scolpito e pasoliniano, i capelli neri e lunghi, la carnagione scura, faceva l’attore, il lettore per l’istituto Gualandi dei ciechi, il mimo, il ballerino, intelligente e maniacale, con la sua fissazione per l’ordine e la pulizia, combatteva invano contro la scoraggiante sciatteria dei suoi coinquilini, che amavano coltivare sudiciume, croste e muffe di ogni genere sui ripiani, sulle piastrelle, nel lavello e nel frigo. La cucina era l’unico ambiente comune che Mirco era costretto a frequentare. Carlo, che occupava l’ultima stanza in fondo all’appartamento, era biondo, con gli occhiali dalla montatura ampia di osso, la pelle martoriata dall’acne giovanile, aveva un volto piuttosto classico da uomo anni sessanta, si considerava un regista, però lavorava anche come operatore culturale in una cooperativa fondata con altri amici e come addetto alla reception in fiera. Gli capitava di tanto in tanto di appisolarsi mentre parlava o ascoltava, suscitando l’ilarità dei suoi coinquilini, che continuavano però a interpellarlo su molte questioni perché aveva fama di essere equilibrato.
Infine c’era Alberto, il bello di casa a detta dei suoi coinquilini, ragion per cui un suo ritratto a olio troneggiava come un catafalco nel disordinato ingresso adibito a ripostiglio: era alto, aveva un fisico asciutto, gli occhi a mandorla, una bocca morbida ben disegnata, un naso dritto con un accenno di gobba all’incrocio delle sopracciglia e la pelle scura e dorata. Gli piaceva definirsi imprenditore del tempo libero, musicista residuale, lettore metodico, nel senso che affrontava un autore alla volta, e anche lui come Carlo lavorava come addetto al pubblico in fiera con un contratto part-time verticale: guadagnava relativamente bene rispetto all’impegno esiguo richiesto, che prevedeva anche una lunga pausa estiva, durante la quale tornava in riviera, a casa della madre.
Al quarto piano abitava Marina, che lavorava nella cooperazione internazionale, spesso trascorreva lunghi periodi in Africa: era la figlia della sarta della madre di Antonia nonché grande amica di Saveria, il che complicava ulteriormente le cose, poiché, da un lato, dimostrava quanto fosse piccola Bologna, dall’altro, quando si trovava in città, come adesso, era un occhio in più a controllare gli spostamenti di Antonia.
Poi, al primo piano, c’era la casa degli universitari abruzzesi di scarso interesse generale, se non fosse stato per Alberto due, uno studente di filosofia fuori corso, dalla faccia ossuta e i capelli corti e sparati, che sembrava uscito da un autoritratto di Egon Schiele. Su di lui Saveria già da anni aveva posato gli occhi avviando una relazione intermittente tra slanci pindarici e amare cadute, alla luce della consapevolezza del divario d’età. Alberto due, al quinto anno fuori corso, aveva superato la fase idilliaca e perso un po’ di capelli: mostrava al centro della nuca una piccola aureola più chiara. Vivacchiava tra le ceneri dei propri allori, lavorando per la fioraia: faceva le consegne in bicicletta e gli piaceva molto, pedalando fischiettava tanto era felice e soddisfatto di questa attività, sebbene i guadagni fossero modesti erano sufficienti a soddisfare i suoi contenuti bisogni.
Nei diversi appartamenti le piante, acquistate dalla simpatica fioraia sotto casa, con cui si scambiavano spesso piacevoli discorsi, venivano curate con dedizione e buoni risultati come piccoli figli e si sarebbe detto che il tema della ciclicità e delle stagioni, con il suo alternarsi, soprattutto il malinconico sfiorire, fosse particolarmente vivo e presente nell’animo di chi abitava lì. Anche Alberto e Carlo, sciatti e pigri come marmotte in letargo, avevano cresciuto nel bagno una bellissima dracena e un ficus gigante. In controluce, mentre chiacchieravano con le piante delle molteplici fidanzate, s’intravedeva la stagione d’oro della perduta giovinezza, un mitico eldorado cui non era più dato attingere. Eppure vivevano lì, come eterni studenti, ognuno nelle proprie stanze, senza un soggiorno in comune, solo la cucina.
Antonia sapeva di essere l’ennesima ospite pagante di una serie di ragazze che avevano soggiornato in quella via, in quel condominio, in quelle stanze, in quei letti, del cui passaggio e della cui storia Antonia afferrava piccoli brandelli che non la rassicuravano affatto, anzi, l’inquietavano, quando accomunava il proprio destino al loro. Un singolare iter, una simpatia crescente fino all’esplosione dirompente delle amicizie, le frequentazioni assidue, la condivisione di attività, amici, luoghi, passioni e anche interessi, che ruotavano spesso intorno al tema dell’ultima tesi di laurea cui Saveria stava lavorando. Sapeva coinvolgerti ed essere accattivante quando era di buon umore. Poi, in genere, subentrava immancabilmente una fase di incomprensioni, attriti e insofferenze non sempre esplicitate, seguita a sua volta da stagnazione e dalla scomparsa progressiva dell’ospite di turno. Quante persone avevano vissuto e vivevano in quelle stanze? Un libro, una foto, una cartolina, una maglia, tracce superstiti del loro passaggio restavano ancora lì ad avvertire Antonia che era solo una delle tante, dopo di lei altre sarebbero venute a ricalcare lo stesso copione.
Per un attimo fu sopraffatta da un sottile turbamento. La stessa figura di Saveria, che si aggirava per casa, spesso annoiata, quasi depressa, la disturbava: da un lato, avrebbe voluto rallegrarla, ma si sentiva impotente, dall’altro, si domandava se un giorno avrebbe seguito le sue orme una volta superato lo stato di grazia che ora stava vivendo, giacché scrivere la tesi sul tema della soglia nella pittura nordica del Seicento l’appassionava tanto. Sì, la divertiva. Era fortunata. Dalla finestra davanti al suo tavolino osservava incantata la bellezza di quel vecchio cortile, con le finestre aperte sui resti intimi del pranzo domenicale, incorniciato dalle geometrie variabili dei profili dei tetti in cotto e le quinte dei muri frammezzate qua e là dalle tende di canapa rosso mattone, alcune completamente abbassate, altre ripiegate lungo le guide laterali di tubino in ferro. Solo nella rossa Bologna le aveva viste, quelle tende a mo’ di persiane, che erano come quadri di RothKo: avevano in sé qualcosa di caldo e di esotico, parlavano dell’estate ancora lontana a venire, ma già percepibile nell’aria, e di accampamenti lungo il deserto. Le sovvenne con piacere il ricordo delle lunghe estati trascorse nell’ombra colorata della grande tenda che suo padre montava con pazienza e precisione, sceglieva la piazzola migliore, l’orientamento e scavava le canalette per lo scolo dell’acqua così che dentro non ci sarebbe piovuto.
Certo, in più, oltre al prezioso beneficio della tesi, che rappresentava un’occasione rara di approfondimento e di analisi, c’era Alberto che la divertiva con le sue intuizioni letterarie. Sì, era vero, la qualità del tempo passato con lui aveva qualcosa di speciale: era sospeso e le trasmetteva quel senso della possibilità che aveva così profondamente permeato la sua crescita intellettuale nella solitudine dei primi anni universitari trascorsi a studiare. Ora allentava la presa e godeva con lui di quella ricchezza di stimoli, suggestioni, riferimenti, piccoli segni pittorici, dacché lui sembrava cogliere con acume e leggerezza il senso delle sue considerazioni, che altri invece giudicavano troppo astratte.
Non era però la sola ad apprezzare la sua compagnia, tante erano le amiche che lo andavano a trovare, tutte piuttosto affascinanti e simpatiche; del resto quel via vai di gente, caratteristico di quel condominio per la sua posizione centrale, ad Antonia non dispiaceva affatto, la metteva di buon umore. Anche da Saveria capitava che suonassero per fare due chiacchiere. Qualcosa però la disturbava. Forse il retrogusto amaro di certe frasi di Saveria: “Beh?! Per te adesso è facile, sei giovane, ma aspetta e vedrai… cambiare non è così semplice”. O la sua aria di rimprovero: “Beh? Che fai? Non vieni con noi al cinema? Avevo capito che ti andava”, sembrava quasi volesse costringerla a seguire i suoi piani. A volte anche Alberto, quando era cupo, la rimbeccava: “Sì, sì, adesso ti piace così, ti diverti, ma poi te ne andrai, perché vorrai altre cose e andrai a cercartele altrove”.
Forse avrebbe fatto meglio ad andarsene via al più presto, a trovare un’altra sistemazione, piuttosto che fare venire lì anche Vincio. Del suo imbarazzo tra quelle mura avrebbe voluto parlargliene, ma che ne avrebbe potuto capire Vincio? Poi non era il caso, aveva già i suoi problemi familiari. Meglio soprassedere.
Era stato nei mesi, mischiandosi con le persone, gli umori e le vicissitudini dei suoi abitanti che aveva incominciato ad avvertire quel fastidio sottile che piano piano ti portava o a sentirti improvvisamente un intruso, o a stringere un patto di sangue con quel luogo, e allora potevi finire per rimanerci a lungo, molto a lungo, fino a non riuscire più ad andartene via. Era così comodo e centrale, così di passaggio, così bohémien e animato, così vicino al mercato delle erbe, all’università e alle due torri, al Pratello, a un passo da Piazza Maggiore, la piazza gran madre di Bologna, madre di tutte le piazze che a cerchi concentrici si irradiano dal suo centro. Questo era esattamente ciò che era capitato a Saveria, Mirco, Carlo, Alberto: sebbene desiderassero abbandonare quella specie di studentato e volessero andare a vivere da soli, in una casa tutta loro, non erano stati in grado di trovare un’altra sistemazione, poiché nessuna sembrava reggere al non facile confronto.
Oltre alla malia che sembrava incatenare i suoi abitanti a quel condominio, da cui non era così certa di potersi considerare indenne, Antonia percepiva in quel luogo, tra le persone, ma soprattutto al cospetto di Saveria, un desiderio prepotente di tirannia, latente eppure palpabile, mirato a sottomettere ogni nuovo ospite, specialmente se giovane, a un principio di inconcludenza. Non si trattava di un vero e proprio invito al fallimento o al cinismo, ma di un avvertimento celato e continuo nel sottotesto di molte conversazioni: “Stai attenta, non ti illudere, portare a compimento un’impresa non è facile, né in amore, né sul lavoro.” Saveria distillava qui e là, con meticoloso sadismo, come a voler piano piano minare ogni forma di ottimismo e intraprendenza, racconti ricchi di aneddoti eloquenti la cui parabola era sempre la medesima: progetti naufragati, come la factory creativa di via Clavature, o Topia di via Massarenti, copie di romanzi incompiuti rimasti nei classificatori, dipinti abbandonati, fotografie dimenticate, grandi amori ostinati, tenaci, ma costretti a soccombere, sceneggiature di film mai messi in produzione, script di fumetti mai realizzati, favole per bambini mai pubblicate.
Ad Antonia sovveniva un dubbio, all’ombra di questi precedenti e analogie: e se dietro questo succedersi di persone e situazioni ci fosse stata una sapiente regia calcolata nei minimi dettagli? Lei non sarebbe stata che un semplice burattino. Ma su, non essere ridicola! pensava tra sé quando veniva colta da queste fantasticherie malandrine. Non intendeva certo accanirsi nello strappare la realtà al suo corso naturale, semplicemente desiderava respirare fino in fondo quella vitalità che il vicino di casa Alberto, unitamente al piacere derivante dalla sua tesi in via di completamento, sembravano in grado di generare in lei. In certi momenti era il suo semplice volto a stregarla: una maschera che aveva in sé la bellezza  introspettiva di un capo sioux. In altri era quel suo modo ironico e gaio di chiosare l’esistenza, accompagnato da un garbato sottofondo agrodolce.
Non le apparteneva però Alberto, lo sapeva bene, era già impegnato con Silvia e Matilde, che lavoravano in fiera con lui. Non le importava, almeno all’inizio le bastava quel piacere volatile e spumeggiante. L’unica cosa che voleva era finire la tesi e, detto questo, qualche visita a casa di Alberto, Mirco e Carlo non poteva certo nuocere a nessuno: si divertiva, e, se ciò l’aiutava ad andare avanti nella tesi, che male c’era? Il lato curioso di quella situazione era proprio sentirsi in una zona “altra”, una specie di oasi, di giardino delle delizie, in cui cercava di occupare uno spazio vitale minimo, giacché non voleva urtare la sensibilità di chicchessia, tantomeno quella di Saveria o Matilde, che conosceva di vista e le stava simpatica, come del resto Saveria.
Antonia e Alberto si vedevano quando capitava e, stando nello stesso condominio, poteva capitare anche spesso. Saveria però la marcava stretta. Sì, la controllava, con aria sempre più severa, probabilmente perché era molto amica di Matilde. La situazione stava peggiorando: perché tutti le stavano addosso? Infatti ci si era messo anche Roberto, amico caro di Saveria, e pure di Matilde, nonché della sorella di Antonia: la blandiva per ottenere informazioni e confidenze sul conto di lei e di Alberto, e qualcheduna, che le aveva strappato con giuramenti solenni, finì per divulgarla a Saveria e quindi anche a Matilde e chissà a chi altro. La matassa si stava ingarbugliando.
Agli occhi di Saveria Antonia preferiva evitare di capire. Faceva la finta tonta e sbagliava, avrebbe dovuto lasciar perdere Alberto già troppo occupato tra Silvia e Matilde. Dal canto suo, invece, Antonia si sentiva allo stesso tempo attratta e defilata, perché essere la terza o magari addirittura la quarta, la quinta, la poneva già in partenza fuori gioco. Vincio l’aveva messa in guardia all’inizio, in certi casi o metti subito in chiaro e l’altro fa una scelta precisa e univoca nel giro di poco tempo, oppure rischi che le situazioni si trascinino a lungo in un’incertezza estenuante. In effetti, prima o poi, non sarebbe stato più sostenibile e rimuovere questo pensiero era una tattica perdente.
Benché non fosse interessata a sapere, nel corso dei mesi, mettendo insieme vari pezzi di discorsi, aveva capito che prima c’era stata Silvia, poi era arrivata Matilde, e con Alberto Silvia e Matilde stavano ormai da un anno, forse due, in un equilibrio precario ma stabile, fino a quando, come venne a sapere solo successivamente, a complicare l’affollato menage, sopraggiunse il desiderio di maternità di Matilde, decisa a fare con lui il suo quarto figlio, avendone già altri tre, ora grandicelli, ognuno nato da una relazione diversa. Antonia, distante dall’idea di maternità, intuì in Matilde la grande forza generatrice della madre terra esprimersi ai suoi massimi livelli e si sentì subito una pedina fuori gioco, ininfluente rispetto a disegni di tale ampio respiro che non la riguardavano. Erano più grandi di lei e le incutevano un certo timore. Di una cosa però Antonia era certa: non dipendeva da lei se il desiderio di maternità di Matilde si sarebbe compiuto.
“Sta soffrendo, lo vuoi capire o no?” sembrava ammonirla Saveria, come se fosse stata lei, invece di Alberto, a farla star male. Intanto Roberto le carpiva qualche segreto facendo il doppio gioco, finché un giorno, all’ennesima triangolazione, Antonia aprì finalmente gli occhi con amarezza: perché l’aveva ingannata in quel modo spudorato? Fu pure convocata d’urgenza dalla propria sorella che la mise in guardia: “Matilde sta male, ci hai pensato bene a quello che stai facendo? Fatti da parte” le ingiunse la sorella con tono minaccioso. Ma che ne sapeva lei dei suoi sentimenti per Alberto, della purezza cristallina, delle loro affinità elettive?
Alberto non le parlava di Matilde né tantomeno del progetto di fare un figlio con lei. Era vigliacca? Si doveva preoccupare lei del desiderio di maternità di Matilde? Ad Antonia non pareva il caso: non sarebbe stato un eccesso di zelo, e in ogni modo, non c’erano già un mucchio di persone impegnate su questo fronte? A cominciare da Saveria, la più agguerrita sostenitrice di questa missione vitale forse non solo per la sopravvivenza della specie. No, Antonia non ci stava a questi ricatti moralistici, a questa caccia al colpevole per cui Saveria e Roberto e sua sorella e chissà chi altro volevano far ricadere su di lei la responsabilità di qualcosa che semmai dipendeva dai diretti interessati, Matilde e Alberto. Preferiva starsene fuori da questa faccenda. Poi si sentiva solo di passaggio in quel condominio: uno stato transitorio di attesa feconda e sospensione magica, come le tende di canapa rossa che sbattono al vento quando si lasciano le finestre aperte.
Sì, presto ne sarebbe stata fuori: non poteva reggere ancora per molto quella situazione. Ci sarebbe rimasta ancora per poco, giusto il tempo di finire la tesi, anzi, forse l’avrebbe finita da un’altra parte. La stanza per Vincio, mah?! Magari era meglio lasciar perdere, semmai avrebbe potuto cercare un appartamento da dividere con lui e al diavolo Saveria, Roberto, la sorella, Alberto e le sue fidanzate aspiranti mamme, sì, tutti quanti.
Ecco, maledizione, cos’era la malia di via delle Drapperie 20: si soffocava, mancava l’aria, non c’era spazio in quello splendido condominio. Né per il desiderio di maternità di Matilde. Né per le sue visite al vicino del secondo piano. Né per la stanza di Vincio. E quando manca lo spazio e c’è affollamento, allora è meglio spostarsi, farsi più in là, pensò Antonia, mentre correva con entusiasmo giù dalle scale a suonare a Mirco: “Ciao Mirco”, Mirco le sorrise e disse: “Mi dispiace, ma Alberto non c’è”. Lei replicò “Non importa, sono venuta a salutarti, grazie di tutto, me ne vado.” Mirco la baciò e disse: “Buona fortuna, piccina mia”.

Mirco e Antonia sono rimasti amici, degli altri invece Antonia non ha più saputo granché, se non che continuano a vivere nel condominio, tutti tranne Mirco e Carlo. Mirco abita tra Bologna, in un appartamento vicino a quello della madre, Roma, Torino e Marrakech, mentre Carlo si è sposato con Viola, e Bianca è la loro bambina con i capelli rossi.

 

 

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 18 Aprile 2011 13:02 )
 

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