Home Archivio News-Eventi IL CANNOCCHIALE VERDE - riflessioni sulla poesia della disabilità e dell'handicap
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
IL CANNOCCHIALE VERDE - riflessioni sulla poesia della disabilità e dell'handicap PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 3
ScarsoOttimo 
News - News
Scritto da Tartamella   
Domenica 03 Aprile 2011 19:12

 

 

IL CANNOCCHIALE VERDE

di Pietro Tartamella
con valore di prefazione al libretto TESTI E MASCHERE DI CERAMICA (anno 2004)
per genitori, operatori del settore, educatori, amministratori pubblici e privati



Da molti anni Cascina Macondo lavora con la disabilità e l'handicap.
Abbiamo fatto lunghi e approfonditi percorsi sulla manipolazione dell’argilla, la tattilità, l’olfatto, la vista, l’ascolto,  la parola, l’affabulazione, la musica, la danza, le storie, la scrittura. Un percorso sempre pieno di sorprese, di risate divertenti, di compagnia, di creatività.
Con gli anni Cascina Macondo ha cambiato punto di vista sul concetto di integrazione dell’handicap. Dieci anni fa pensavamo che l’handicap dovesse essere inserito nella normalità. Ora pensiamo invece che è la normalità a dover essere inserita nel mondo dell’handicap.  Per due motivi: primo, perché in verità abbiamo notato che sono i cosiddetti “normali” ad avere a volte difficoltà di relazione con le persone portatrici di handicap.
Il secondo motivo, più importante, è che la poesia, il mondo immaginifico, le visioni che la diversità è in grado di esprimere sono un tesoro e una ricchezza così bella, così importante, che la normalità si priva davvero di grandi emozioni nel non scoprirla, conoscerla, frequentarla.
I genitori potrebbero non credere che le poesie scritte dai loro ragazzi disabili siano frutto e lavoro proprio dei loro ragazzi. Anche fra gli educatori, qualcuno, potrebbe non crederci. Fra i poeti e gli scrittori il numero aumenta.
Riteniamo dunque opportuno fare alcune considerazioni.

 
 

IL CANNOCCHIALE VERDE

 

        Un giorno, da ragazzo, andai con un amico a visitare il Principato di Monaco: i giardini,  le spiagge, il porto, un bagno in piscina, il palazzo del Principe, il mercato, le viuzze del centro.  Poi salimmo sulle colline a vedere dall’alto la città. Su un piazzale, ricavato nell’ansa di una curva della strada panoramica, c’era uno di quei cannocchiali verdi, di ferro, poggiato su un piedistallo. Con alcuni centesimi osservammo ingranditi i dettagli del panorama, ascoltando nel frattempo la voce registrata che raccontava in francese la storia del principato.
Dall’alto di una collina fa sempre un certo effetto osservare il mare, ancor più se sei un ragazzo. Si ha la percezione vertiginosa dell’ enorme quantità d’acqua che il mare contiene.
Quel pomeriggio il mare era una enorme distesa azzurra sino all’orizzonte. Solo una barca a vela, lontanissima, solcava lenta e solitaria le acque.
Quando appoggiai l’occhio sul vetrino del cannocchiale, misi la mano destra sul fianco, quasi a volermi tenere meglio in equilibrio nei refoli di vento che ogni tanto mi lambivano all’improvviso sul piccolo piedistallo di ferro. Il mio amico mi scattò una foto in quel momento. Mi fotografò di spalle, inquadrando il mare e i tetti rossi della città sullo sfondo in basso..  Alcune foglie di agave in primo piano.
A quel tempo avevamo poche lire in tasca. Passarono alcuni mesi prima di poter portare le foto a sviluppare. Quando finalmente riuscimmo a ritirarle, io e il mio amico restammo stupefatti!  La foto che Bruno mi aveva scattato su quel piazzale mostrava un dettaglio incredibile. Il triangolo vuoto, formato dal mio braccio che avevo piegato appoggiando la mano sul fianco, conteneva un piccolo specchio di mare. Ma c’era una cosa ancora più incredibile: al centro di quello specchietto azzurro casualmente era rimasta catturata nella foto la barca a vela lontanissima in mezzo al mare! L’unica barca che quel giorno veleggiava sul mare era finita in quei pochi centimetri quadrati di foto. Incorniciata dal mio braccio piegato!
Che provammo un enorme stupore lo dimostra il fatto che oggi lo scrivo qui, e lo racconto dopo che sono passati quarantanni.
A quel tempo la grande emozione e la meraviglia provate derivavano dal fatto di constatare come la pura casualità aveva creato una specie di opera d’arte, una foto davvero unica, proprio perché imprevista e casuale.
Le nostre riflessioni di ragazzi non si spinsero oltre quel giorno.

Quell’esperienza riaffiorò più tardi quando io e il mio amico cominciammo ad occuparci di poesia, di letteratura, di filosofia.
Attualmente l’opinione più diffusa fra la gente comune, ma anche fra i poeti, i letterati, gli scrittori, è che una poesia, un quadro, un’opera d’arte appartengono all’autore che l’ha scritta o l’ha prodotta. Una concezione che, sostenuta da molto tempo anche dai grandi nomi della cultura e della critica letteraria, in qualche modo è passata nelle nostre concezioni di uomini e donne qualunque. Si pensa in sostanza che una poesia appartiene a un autore individuale che l’ha scritta.  Si pensa che la poesia esiste dentro l’autore e che solo lui ne è possessore e detentore. Si pensa che il poeta sia il  “creatore” della sua poesia.
L’avvento e il diffondersi del Diritto d’Autore ha ulteriormente avallato questa concezione.
Ma esiste un folta schiera di altri poeti e pensatori (Cascina Macondo si mette fra questi) che condivide il pensiero di Jan Skàcel che dice:

“I poeti non inventano le poesie;
la poesia è in qualche posto là dietro,
 è là da moltissimo tempo.
Il poeta non fa che scoprirla”


Dunque la poesia esiste nascosta “là” da moltissimo tempo, il poeta non fa che scoprirla!
Questo significa che la poesia esiste anche al di fuori dell’autore. Anzi, compito dell’autore è proprio quello di scoprirla e portarla alla luce. Ma questo allora significa che il modo con cui la si porta alla luce non è più così importante. Ciò che conta è scoprirla, svelarla, anche in modo casuale, non intenzionale.
Come la barchetta sulla foto finita nel triangolo di mare del mio braccio.
Il poeta quindi, come singolo individuo, può essere estromesso dalla creazione. Egli può non descrivere una sua esperienza, ma potrebbe semplicemente svelare i risultati della sua ricerca effettuata con modalità diverse o inconsuete. Perché il fine è “scovare la poesia” ovunque là dove si nasconde.
Solo una concezione eccessivamente “omocentrica” può avere la presunzione di ritenere che la poesia esiste solo dentro l’autore.
Abbiamo riflettuto a lungo a Cascina Macondo su quest’atteggiamento mentale che vanitosamente mette l’uomo al centro dell’universo, e discusso a lungo sull’idea che l’uomo non crea, non inventa la poesia, ma la “scopre”. La poesia esiste già!
Assecondando questa riflessione ci mettiamo alla ricerca dei “luoghi” (reali o mentali) in cui la poesia si annida. l
l poeta ha il compito di scovarla e portarla alla luce.  
La riflessione è simile a quella che Michelangelo fece relativamente alla scultura.
“Uno scultore - diceva Michelangelo - deve soltanto togliere da un blocco di marmo ciò che è superfluo. La sua bellissima statua è già lì, nascosta dentro il blocco di marmo informe. Lo scultore non deve fare altro che scoprirla, togliere il marmo superfluo. La scultura è l’arte del levare”.


William Burroughs che in poesia  ha indagato a fondo le implicazioni del Cut-Up dice:

“Ho ottenuto parole e voci da latrati di cani. Parole possono emergere da registrazioni di rubinetti che perdono. In realtà quasi ogni suono che non sia troppo monotono può produrre parole. Ogni singola brezza sembra sussurrare il nome dell’amata. Gli stessi rami degli alberi, strofinandosi contro la finestra, sembrano mormorare il suo nome. I rami potrebbero aver mormorato davvero il nome di lei, della nostra amata. E voi potreste ascoltarlo con un magnetofono. La gente crede di perdere il lume della ragione quando scopre che quello che vedono o sentono per strada ha per loro un significato personale. Certo che sono rivolti a te: tu li vedi e li ascolti”.

William Burroughs relativamente ai suoi esperimenti sul Cut-Up dice ancora:

“Quale modo migliore di entrare in contatto con qualcuno che tagliare e risistemare le sue stesse parole?”

E poi ancora:

“Dopo molti esercizi di Cut-Up alcuni risultati sembrano riferirsi a eventi futuri. Ho tagliato un articolo di Paul Getty e ho trovato questa frase:
“È una brutta cosa far causa al proprio padre”.
Un anno dopo uno dei suoi figli gli fece causa davvero.

Un altro montaggio mi diede:
“Ed ecco lì un orribile condizionatore d’aria”.
Dieci anni dopo in un appartamento mi ritrovai a sostituire un condizionatore rotto. L’impianto nuovo era lì pesante sul pavimento”.


Nella cultura degli Indiani d’America  c’è un concetto definito “Sentiero di Medicina”.
I Nativi Americani pensano che tutte le cose che ci accadono o incontriamo lungo la nostra strada non ci accadono, né le incontriamo, per “caso”. Esse hanno un significato per noi. Basta saperle “ascoltare”, saperle “vedere”. Allora potremmo decodificarle. Potremmo scoprire cosa vogliono dirci gli eventi, anche piccoli, in cui ci imbattiamo.
La religione cristiana ci parla di  “Provvidenza”. Ma anche la Provvidenza, per poterla comprendere,  richiede una grande capacità di ascolto, uno svuotamento mentale, un affidarsi al mondo.

Spesso gli adulti (maestri, insegnanti, professori, educatori) che lavorano con i bambini e i diversamente abili non resistono alla fortissima tentazione di “aggiustare” o “correggere” i lavori manuali e artigianali prodotti dai bambini e dai diversamente abili. Ne sistemano quindi la forma, il colore, le proporzioni, spesso anche il contenuto, perché pensano che quei lavori così nudi e crudi a volte grezzi storti imperfetti irragionevoli, non sono abbastanza “belli”.
Mostrandoli a un pubblico di parenti, amici, autorità, quei lavori appaiono poco lusinghieri, non farebbero fare una gran figura.
Costoro fanno riferimento ai loro canoni estetici di bellezza acquisiti negli anni. Aggiustano i lavori dei bambini adattandoli alle loro concezioni. Secondo noi è un errore, per il semplice fatto che rischiano di privarsi della possibilità di scoprire canoni estetici diversi, specifici, che appartengono all’arte infantile e all’arte dell’handicap.

            A me, ad Anna, a Cascina Macondo, piace la sperimentazione, consapevoli che essa potrebbe aprire strade nuove, e potrebbe farci comprendere altri aspetti della “comunicazione”,  della “realtà”, della “poesia”.  La sperimentazione ci educa ad abbandonare il nostro egocentrismo, ci mostra come praticabile la possibilità di abbandonare la grande chimera di essere al centro dell’universo. Ci spinge ad “osservare” il mondo, a “vederlo” nella sua essenza, a riconciliarci con esso. Sono le riflessioni di alcuni autori, l’approfondimento e la comprensione delle loro riflessioni, il modo di pensare degli Indiani d’America e di molte altre culture “primitive”, la nostra pratica della poesia, della scrittura, della creatività, la nostra esperienza, che ci hanno fatto scoprire la poesia dell’handicap e le sua bellezza.

        Nel percorso TESTI E MASCHERE DI CERAMICA abbiamo messo in atto e sperimentato con i ragazzi strategie di lavoro e di composizione: arginfavola, perlinfavola, cut-up, conchiglie, sassi, sabbia, oggetti nascosti, braing storming, carte napoletane, al fine di stimolare la parola, l’eloquio, il racconto, l’associazione di immagini e di idee, le metafore, gli accostamenti semantici inconsueti a volte lontani, ma pertinenti. Abbiamo guidato i ragazzi, li abbiamo sollecitati, stimolati  a trovare parole, spezzoni di frasi, connessioni di concetti, cause, effetti. Hanno trovato le loro parole.
Noi le abbiamo messe semplicemente in sequenza senza mai nulla aver corretto.
Sono le loro parole.
Il testo che ne viene fuori è di grande impatto emotivo. E’ poesia.
I ragazzi probabilmente non ne sono consapevoli. Sono però consapevoli di essersi divertiti, di aver giocato insieme, di aver trovato alcune loro parole e queste, queste sì, le riconoscono con certezza. Non sono poeti secondo la concezione tradizionale. Infatti quelle poesie, interamente, non le hanno scritte loro. Ma secondo il nostro pensiero che ritiene che la poesia esiste là nascosta in qualche luogo, da qualche parte, da sempre, e che compito del poeta è scoprirla e portarla alla luce, beh, allora, sono grandi poeti davvero.
La poesia nascosta nelle loro maschere di argilla hanno saputo scovarla eccome! Mirabilmente l’hanno portata alla luce.
 
Pietro Tartamella
 
 
 
 
 
MASCHERA DI FANTASIA
realizzata da DENIS
poesia collettiva


Foresta con tanti alberi
radici spesse sottoterra viso
bianco come la neve che scendeva
sulle montagne.

Bocca di cuoricino rosa
sulle guance già baciate.

Sentimento di pelo
e piume di gufo.

Due tasche
per le monete come Pinocchio.

Tre buchi per mettere
il filo forte con i fiocchi
al muro la bocca rosa di cuori
per te.

 

 

MASCHERA DI FANTASIA
realizzata da ALDEBRANDO
poesia collettiva


Gli occhi pieni di bianco
guardano fuori
le facce della gente.

Due bocche ridono e piangono,
perché sono tristi, perché sono felici.

Un orecchio lungo, solo,
col buco per respirare,
per sentire di più
le voci dei nostri compagni
nel mio cuore di mare.

La barbetta punge
quando il bacio si posa
sulla guancia.
 

 

 

 

MASCHERA DI FANTASIA
realizzata da GENNIFER

poesia collettiva


Sole in faccia che ride
gli occhi chiusi pensano
al desiderio di essere
persona alta.

Naso a patata splende
con profumo d’orto.
Gli adulti sentono
le labbra che si aprono.

Bocca di luna
muto cuoricino pieno
di parole.

I raggi disegnano
barche a vela
e profumo di loto.

 


nota: per questioni di privacy abbiamo scelto di usare nomi fittizi per gli utenti

 

5x100

 

 

Haiku e disabilità - una lezione di haiku


il cannocchiale verde - riflessioni sulla poesia della disabilità e dell'handicap

la maschera di ceramica - riflessioni sulla disabilità

maschere - poesia collettiva

 

edùcere -  handicap e disabilità

per un baràttolo di storie

 

 

CASCINA MACONDO
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4 - 10020 Riva Presso Chieri- Torino – Italy
tel. 011-94 68 397  -  cell. 328 42 62 517 -
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.   -  www.cascinamacondo.com
 

 

Ultimo aggiornamento ( Martedì 19 Luglio 2011 06:26 )
 

Time Zone Clock

Sondaggio

Accentazione ortoèpica lineare