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L'esperienza Tat Twam Asi nell'Haiku - Max Verhart PDF Stampa E-mail
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News - News
Scritto da Tartamella   
Sabato 25 Dicembre 2010 11:09

 

 

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Cascina Macondo - Centro Nazionale per la Promozione
della Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku-
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Haiku Poesia del Futuro - Seconda Conferenza Italiana Haiku
domenica 28 giugno 2009,  Circolo dei Lettori, Torino - Italy




L’ESPERIENZA TAT TWAM ASI

di Max Verhart

traduzione di Antonella Filippi



Quelli che vi presenterò in questa sede sono solo alcuni pensieri sulla relazione tra haiku e filosofia di vita, e per di più principalmente la mia filosofia di vita. Ma il “calcio d’inizio” è un haiku di Inge Lievaart, che potrebbe essere definita la grande signora dell’haiku olandese, sebbene a dire il vero il suo nome come poetessa sia solo parzialmente basato sull’haiku. Ha da poco superato i novant’anni, adesso. L’haiku che vi presento in questa sede, per quanto ne so, fu pubblicato più di vent’anni faI.


Een boot als bodem            A boat as a base                       Base, la barca,
tussen hemel en diepte       between sky and depth            tra cielo e fondale
vastheid die beweegt          firmness that moves                 ferma, ma muove *

*(Una barca come base / tra cielo e fondale / stabilità che si muove)


Il primo verso può essere considerato come descrittivo di una situazione reale, mentre gli ultimi due sono osservazioni più intellettuali che sensorie. Lievaart, in piedi in una barca (nella realtà o nell’immaginazione) si rende conto che il fondo della barca nella quale si trova è allo stesso tempo solido per un verso e instabile per un altro: è stabile, eppure ondeggerebbe se le acque si facessero turbolente. In una pubblicazione posteriore spiegò che quel particolare haiku in qualche modo rappresentava la sua fede cristianaII. Ah sì, l’haiku come metafora! La religione come base stabile che aiuta a superare le tempeste della vita! Bisognerebbe qui notare che la parola olandese “hemel”, tradotta con “cielo”, significa anche “paradiso”. Forse avrei dovuto tradurre: A boat as a base / between heaven and depth / firmness that moves (Una barca come base / tra paradiso e abisso / stabilità che si muove). Ma il punto è che qui abbiamo un haiku che riflette una filosofia di vista religiosa, e specificatamente cristiana. E allora? Questo è tanto speciale? Probabilmente no. Ma fin dalla sua introduzione nelle nazioni occidentali, l’haiku è stato considerato per decenni poesia zen. Nel mondo anglofono questa nozione è stata messa in circolazione da figure di grande rilievo come R.H. Blyth e James W. Hackett. In Olanda e nelle Fiandre la signora Van Tooren, fino a un certo grado, ha avuto la stessa influenza attraverso il suo importante libro “Een jonge maan” (A young moon – Una giovane luna)III.
Per esempio, nel 1978 un’altra poetessa haiku olandese, Lucette M. Oostenbroek, ha definito sulla copertina il suo, per quanto ne so, primo libro di haiku “poesie zen”IV.
Eccone uno che mi piace tratto da quel volume:


als ze het konden,                                          se potessero
sprongen ze van hun stelen af                        staccarsi dallo stelo
oranje lelies                                                    gigli arancioni *

if only they could
they would jump off of their stems
orange lilies 

*(se solo potessero /salterebbero giù dallo stelo / i gigli arancioni)


La poetica di Lievaart ha certamente rotto con l’idea dell’haiku come poesia zen. Non dico che sia stata la prima a farlo o che fosse una mossa spettacolare, capita solo che sia la prima di questo tipo che io abbia notato come tale. E ha mostrato che l’haiku può riflettere non solo una, ma diverse filosofie di vita. Ovviamente ogni espressione artistica in qualsiasi arte riflette l’atteggiamento dell’artista verso la vita. Ogni haiku che possiamo considerare romantico, sentimentale o sdolcinato ci dice qualcosa di chi l’ha scritto. Detto questo, il resto della mia relazione sarà piuttosto autoreferenziale, mi spiace. Parte della mia discussione è già stata pubblicata in precedenza in olandeseV. Il suo punto di partenza è uno dei miei haiku, pubblicato nel 1988VI.


Nog voor het riet                      Before the reed                    Il giunco, prima
zich weer heeft opgericht          has straightened itself        di raddrizzarsi tutto,
buigt het opnieuw                    it bends again                      flette di nuovo *

*(Prima che il giunco / si raddrizzi / si piega nuovamente)


L’haiku semplicemente riporta il modo in cui le raffiche di vento sull’acqua fanno piegare ripetutamente le canne lungo le rive, senza neppure dare loro il tempo di raddrizzarsi interamente per almeno un momento. Questo è quanto. E’ qualcosa che ho notato prima ancora di sapere cosa fosse un haiku e che ho scritto solo dopo aver fatto conoscenza con il genere.
Before the reed / has straightened itself / it bends again. Prima che il giunco / si raddrizzi / si piega nuovamente. Al momento, la maggior parte degli haiku che scrivevo seguivano ancora lo schema 5-7-5, ma in questo caso l’originale in olandese è di 4-6-4 sillabe. Era quanto di meglio potessi fare, credevo. Solo qualche tempo dopo averlo scritto, ho pensato che l’immagine della canna sempre piegata e mai dritta potesse essere considerata una metafora della vita stessa. Sono sicuro che tali pensieri mi sono venuti retrospettivamente, proprio come penso che l’interpretazione cristiana della barca è venuta alla Lievaart solo dopo aver scritto l’haiku. Come interprete dei propri haiku, credo che l’autore non sia più fattivo come tale, ma come un altro lettore delle sue poesie. Ma questo, di nuovo, non è il punto. E allora qual è il punto? Il modo migliore di porlo è in forma di domanda: cosa rende un’osservazione apparentemente trascurabile così significativa da farti scrivere un haiku su di essa?
In un certo modo, la risposta è al di là delle parole dell’haiku stesso. Il modo migliore per comprenderlo è questo: c’è qualcosa da osservare e c’è qualcosa – una consapevolezza – con cui fare questa osservazione e l’una senza l’altra è niente o addirittura non esiste. Vedere la canna che si piega conferma la tua esistenza e l’essere vista della canna che si piega conferma l’esistenza del vento e della canna.
 

You create what you observe.            Tu crei quello che osservi.
What you observe creates you.           Quello che osservi ti crea.


Così la consapevolezza intensificata che ti fa osservare scene apparentemente trascurabili come se fossero altamente significative è uno stato in cui quello che viene osservato e l’osservatore si creano l’un l’altro. Questa ovviamente non è una verità fisica, ma per me è senza dubbio una verità esistenziale. La si può ritrovare anche in un altro haiku che ho scritto:


Gewoon even staan                Just standing a bit                   Solo un po’ in piedi
en kijken naar wat wolken      and watching some clouds       guardare le nuvole
en zijn met wat is                   and being with what is            stare con ciò che è

*(Solo stare un po’ in piedi / e guardare alcune nuvole / ed essere con ciò che è)



A dire il vero/Effettivamente, da questo haiku è derivato il titolo del mio primo libro di haiku: Zijn met wat is. “Filosofia in uno spazio ristretto” ha osservato un criticoVII.
Ora, la nozione di un osservatore da una parte e di qualcosa che viene osservato dall’altra, sembra un punto di vista dualistico, ma è così? Se l’uno crea l’altro, nessuno dei due può esistere da solo, così in effetti essi sono più simili a due aspetti di ciò che, in definitiva, è la stessa cosa. Così ciò che a una prima occhiata superficiale appare essere dualistico, in realtà rappresenta un’esperienza monistica dell’esistenza. Si potrebbe dire, così, che un haiku descrive un’esperienza esistenziale: essere se stesso parte di tutto ciò che è, tanto quanto tutto ciò che è è parte di se stesso. A volte è qualcosa di cui si fa esperienza più chiaramente di quanto normalmente accada: qualcosa che si può attestare mentre si percepisce la vacillante solidità di una barca, qualcosa che si può sperimentare vedendo gigli arancioni che sembrano voler saltare giù dai loro steli, qualcosa che si può osservare nell’incessante flettersi dei giunchi al vento, qualcosa che si può percepire nelle nuvole che fluttuano nel cielo – e in innumerevoli altri modi e momenti. E per quanto reale tu renda una tale esperienza esistenziale in parole, per quanto tu cerchi di tenerti fuori dall’immagine che tratteggi, sei tu che dai forma all’immagine, è la tua esperienza nelle tue parole. In un certo senso stai semplicemente descrivendo te stesso. Si, da questo punto di vista ogni haiku realizzato è anche un autoritratto. Quello che dici è quello che sei.
Questa esperienza monistica della realtà non è nuova, ovviamente. A dire il vero, tale filosofia monistica di vita ha migliaia di anni. Infatti, penso che la mia espressione “essere se stesso parte di tutto ciò che è, tanto quanto tutto ciò che è è parte di se stesso” non è in realtà diversa da ciò che nel Brahmanesimo è noto come advaita. Questa è una parola sanscrita e sebbene io non conosca quella lingua penso di poterla tradurre. Il sanscrito è una lingua indoeuropea, come l’olandese, l’italiano e l’inglese. In queste moderne lingue indoeuropee usiamo ancora il prefisso “a” per indicare la negazione, come nelle parole amorale, asessuato, agnostico. Così la a in advaita significa “non”.
“Dvai” è ancora del tutto simile all’olandese “twee”, all’italiano “due” e all’inglese “two”. Il “-ta” in sanscrito lo considero un suffisso simile al suffisso olandese “-heid”, all’italiano “-ti” o “-tà” e all’inglese “-ness”. Cosi avaita letteralmente potrebbe essere tradotto come “non dualità”.
E, sì, questo è il significato esatto della parola advaita nella filosofia del Brahmanesimo, che dominò in India circa tremila anni fa e fu riportata nelle Upanishad, scritture che fanno parte del libro della saggezza e dei rituali, conosciuto come Veda.
 Questa filosofia è incentrata sul concetto di Brahman e Atman. Per spiegare questi concetti faccio riferimento a Geschiedenis van de filosofie (History of philosophy – Storia della filosofia) di Hans Joachim Störig VIII.
Il Brahman, spiega Störig, originariamente voleva dire solo “preghiera”, ma il significato della parola si è evoluto a “conoscenza sacra” e alla fine ha fatto riferimento al principio creatore da cui origina il mondo con tutte le sue manifestazioni varie e molteplici. Però, non dobbiamo intendere Brahman come Dio, ma come una sorta di condizione primordiale. Brahman è a volte tradotto con “anima del mondo”.
Atman, ci viene detto, in origine probabilmente voleva dire “respiro”. Questo mi piace, poiché la parola olandese per respiro è “adem”. L’equivalente tedesco è “atem”, ma il verbo in tedesco si avvicina ancora di più ad Atman: “atmen” (respirare)! Ma come “preghiera” (Brahman) si è evoluta ad “anima del mondo”, “respiro” (Atman) si è evoluto in “essenza” o “sé”. Questo non dovrebbe essere interpretato come qualcosa simile ad “anima” o “ego”, ma come il nostro più profondo e puro nucleo, spogliato del nostro rivestimento materiale e della nostra psiche. Così qui abbiamo due concetti fondamentali: Brahman e Atman. Ma non posso farvi pensare che qui abbiamo una filosofia dualistica, specialmente da quando ho iniziato a spiegare l’idea di advaita come un’altra idea fondamentale del Brahmanesimo: la non-dualità. E infatti, in ultima analisi, Brahman e Atman in questa filosofia sono identici. Questo è formulato dalla famosa espressione: tat twam asi. Sei tu.
Questo non ci ricorda fortemente il mio concetto che l’osservatore e ciò che viene osservato sono semplicemente due aspetti della stessa cosa? Tat twam asi: tu sei tutto ciò che ti circonda.
Attenzione, non sto dicendo di seguire il Brahmanesimo, ma di tutte le filosofie di vita che conosco, il Brahmanesimo è quello in cui posso identificarmi di più. E’ un modo per fare esperienza della realtà – non costantemente, ma per un attimo. E in alcuni di quei momenti penso perfino, letteralmente: “Il Brahman è notevolmente presente qui”. Ma ovviamente è sempre presente, solo che non ne sono sempre conscio. Ma vorrei dire che ogni cosa è una manifestazione del Brahman: nuvole, erba, semafori, rocce, montagne, gigli, accendini, amore, guerra e così via. E gli haiku possono essere, e nel mio caso a volte sono, cronache di una simile esperienza tat twam asi o di un’altra.
Per concludere, ecco una di tali cronache usando la versione originale della parola olandese “adem”, che, come ho spiegato, è etimologicamente direttamente correlata alla parola Atman:
 


ik adem                          I breath                         sto respirando
dezelfde lucht in              the same air as                proprio la stessa aria
als die mussen                 those sparrows                di quei passeri

*(respiro / la stessa aria / di quei passeri)


                                        
I  Vuursteen VII/2 (1987)
II  A dire il vero, non sono stato in grado di indicare la pubblicazione.
III  J. van Tooren: Een jonge maan. Meulenhoff, Amsterdam 1973.
IV  Lucette M. Oostenbroek: Wachtwoorden. De Beuk, Amsterdam 1978.
V  Max Verhart: Wat je zegt ben je zelf. Kortheidshalve...
VI  Vuursteen VIII/4 (1988)
VII  Karel Helelemans: filosofie in klein bestek. Vuursteen (opzoeken)
VIII  Hans Joachim Störig: Geschiedenis van de filosofie. Het Spectrum, Utrecht 1962.

 

 max
Max Verhart (Olanda)

 

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Haiku Poesia del Futuro - Seconda Conferenza Italiana Haiku
domenica 28 giugno 2009,  Circolo dei Lettori, Torino - Italy

 

THE TAT TWAM ASI EXPERIENCE

by Max Verhart

 

What I will be presenting here are just a few thoughts on the relationship between haiku and philosophy of life – and mainly my own philosophy of life at that. But the kick off is a haiku by Inge Lievaart, whom might be called the grand old lady of Dutch haiku, though actually her name as a poet is only partly based on haiku. She is in her nineties now. The haiku I am presenting here was as far as I know first published over twenty years ago :


 
Een boot als bodem
tussen hemel en diepte
vastheid die beweegt

A boat as a base
between sky and depth
firmness that moves

 

The first line can be considered as describing an actual observation, while the last two lines are more like intellectual than sensory observations.  Lievaart, standing in a boat (either in reality or in her imagination), realizes that the bottom of the boat she is standing on is at the same time solid in one way and unstable in another: it’s firm, but yet will rock heavily if the waters are turbulent.  
In a later publication she explained that this particular haiku somehow represented her Christian belief.  Ah yes, the haiku as a metaphor! Religion as the stable basis carrying one through the tempests of life!
It should be noted here that the Dutch word ‘hemel’, translated here as ‘sky’, also means ‘heaven’. So maybe I should have translated: A boat as a base / between heaven and depth / firmness that moves. But the point is that we have a haiku here that reflects a religious, and specifically a Christian philosophy of life.
So what? Is that so special? Probably not. But since its introduction in Western countries, haiku was for decades considered to be zen poetry. In the English language world this notion was certainly circulated by such seminal figures as R.H. Blyth and James W. Hackett. In the Netherlands and Flanders mrs. Van Tooren to a certain extend had the same influence through her seminal book ‘Een jonge maan’ (A young moon) . For instance, in 1978 another Dutch haiku poet, Lucette M. Oostenbroek, labeled her as far as I know first haiku book on the cover ‘zen poems’ . Here’s one I like from that volume:


 
als ze het konden,
sprongen ze van hun stelen af:
oranje lelies

if only they could
they would jump of off their stems
orange lilies
 

Lievaart’s poem certainly broke away from the idea of haiku as a zen poem. I am not saying that she was the first one to do this or that this was a spectacular move, it just happens to be the first one of its kind I ever noted as such. And it showed that haiku can reflect not just one, but different philosophies of life. But then of course every artistic expression in whatever art somehow reflects the artist’s attitude in life. Even haiku we might consider romantic, sentimental or mawkish tells us something about who wrote it.
Having said that, the rest of my paper will be rather self centered, I am afraid. Part of my argument has been published before in Dutch . It’s starting point is a haiku of mine that was published in 1988 :


 
Nog voor het riet
zich weer heeft opgericht
buigt het opnieuw

Before the reed
has straightened itself
it bends again.

 

The haiku simply records how the wind gusts over the water and makes the reed along the banks bend over and over again, without ever giving it a chance to straighten itself fully for even a moment. That's all. It’s something I noted before I ever heard of haiku and was written down only after I had gotten acquainted with the genre. Before the reed / has straightened itself / it bends again. At the time most haiku I wrote were still in 5-7-5 pattern, but in this case the Dutch original counted 4-6-4 syllables. It was the best I could do, I felt.
Only some time after it was written I contemplated that the image of the ever bending and never straightening reed could be considered as a metaphor for life itself, if you like. Such thoughts I am sure only come in retrospect, just as I think Lievaart’s Christian interpretation of her boat haiku came only to her after she had written it. As interpreter of one’s own haiku I feel the author no longer is active as such, but as just another reader of his or her own poem. But that again is not the point here.
So what is the point? The best way to put it is as a question: what renders a seemingly trifling observation so significant as to make you write a haiku about it?
In a way the answer is beyond the words of the haiku itself. The best I can make of it is this: there is something to be observed and there is something - an awareness - to make that observation and the one without the other is nothing or even is not. To see the reed bend confirms your own existence and the being seen of the bending reed confirms the existence of the wind and the reed.


You create what you observe.
What you observe creates you.

So the intensified awareness that makes us observe seemingly trifling scenes as highly significant is a state in which what’s being observed and the observer create one another. This of course is not a physical truth, but to me it certainly is an existential truth. It can be found in other haiku I wrote too:


 
Gewoon even staan
en kijken naar wat wolken
en zijn met wat is.

Just standing a bit
and watching some clouds
and being with what is.

 

Actually, from this haiku the title of my first haiku book was derived: Zijn met wat is (being with what is). ‘Philosophy in a narrow scope’ a reviewer remarked .
Now the notion of an observer on the one hand and of something being observed on the other, looks like a dualistic view, but is it? If the one creates the other, neither one can exist on its own, so in fact they are more like two aspects of what ultimately is the same thing. So what at a superficial first glance appears to be dualistic, in reality represents a monistic experience of existence.
So one might say that a haiku describes an existential experience: to be part oneself of all that is, as much as all that is, is part of oneself. Sometimes this is something one experiences more emphatically than one normally does: something one may witness while feeling the wobbly solidity of a boat, something one may experience in orange lilies that seem to want to jump off of their stems, something one may observe it in the incessantly bowing of reed in the wind, something one may perceive in clouds floating by in the sky – and in countless many other ways and moments. And however factual you put such an existential experience into words, however much you try to keep yourself out of the picture you sketch, it's you who's framing the image, it's your experience in your words. In a way you are merely describing yourself. Yes, in that respect any accomplished haiku is a self portrait too. What you say is what you are.
This monistic experience of reality is not new, of course. Actually, such a monistic philosophy of life is thousands of years old. In fact, I feel that my expression “to be part oneself of all that is as much as all that is, is part of oneself” is not really different from what is known in Brahmanism as advaita. This is a Sanskrit word and though I don’t know that language, I think I can translate it. Sanskrit is an Indo-European language, as are Dutch and Italian and English. In these modern Indo-European languages we still use the prefix a- to indicate a negation, like in amoral, asexual, agnostic. So the a- in adwaita means ‘not’. ‘Dvai’ is still quite similar to the Dutch ‘twee’, the Italian ‘due’ and the English ‘two’. The –ta in Sanskrit I take to be a suffix similar to the Dutch suffix -heid, the Italian -ti or -tà  and the English -ness. So advaita literally might be translated as not-two-ness.
And yes, that is exactly the meaning of the word advaita in the Brahmanistic philosophy that was dominant some three thousand years ago in India and handed down in the Upanishads, scriptures that are part of the books of wisdom and rituals, known as Vedas.
 This Brahmanistic philosophy centers around the concepts of Brahman and atman. To explain these concepts I lean on Hans Joachim Störig’s Geschiedenis van de filosofie (History of philosophy) .
Brahman, Störig explain, originally just meant ‘prayer’, but the meaning of the word evolved into ‘holy knowledge’ and ultimately refered to a creative principle from which the world in all its variety and multitude of manifestations stems. We should not understand Braman as a God though, but as a sort of primordial condition. Brahman sometimes is translated as ‘world soul’.  
Atman, we are told, originally probably meant ‘breath’. I like that, because the Dutch word for breath is ‘adem’. The German equivalent is ‘Atem’, but the verb in German comes even closer still to atman: atmen (to breath)! But just as ‘prayer’ (Brahman) evolved into ‘world soul’, ‘breath’ (atman) evolved into ‘essence’ or ‘self’. This should not be understood as something like ‘soul’ or ‘ego’, but as our deepest bare core, stripped from our material covering and our psyche.
So there we have these two central concepts: Brahman and atman. But I cannot fool you into thinking we have dualistic philosophy here, especially not since I started to explain the idea of advaita as another central idea of Brahmanism: not-two-ness. And indeed, ultimately Brahman and atman in this philosophy are identical. This is phrased in the famous expression: tat twam asi. It is you.
Does that not remind us strongly of my notion that the observer and what’s being observed are merely two aspects of the same thing? Tat twam asi: you are everything around you.
Mind you, I am not saying that I am a Brahmanist, but from all philosophies of life I have some knowledge about, Brahmanism is the one I can best identify with. It’s a way of experiencing reality – not constantly, but at moments. And at some of these moments I even think, literally: “Brahman is noticeably present here”. But of course he always is, I just not always am aware of that. But I would say that everything is a manifestation of Brahman: clouds, grass, traffic lights, rocks, mountains, lilies, cigarette lighters, love, war, and so on. And haiku can be, and in my case sometimes are, reports of one or another such a tat twam asi experience.
To conclude with, here is one such a report using in the original Dutch version the word ‘adem’, which, as I explained, is etymologically directly related to the word atman:


 
ik adem
dezelfde lucht in
als die mussen

I breath
the same air as
those sparrows
 

 

  Vuursteen VII/2 (1987)
  Actually, I have not yet been able to locate the publication.
  J. van Tooren: Een jonge maan. Meulenhoff, Amsterdam 1973.
  Lucette M. Oostenbroek: Wachtwoorden. De Beuk, Amsterdam 1978.
  Max Verhart: Wat je zegt ben je zelf. Kortheidshalve…….
  Vuursteen VIII/4 (1988)
  Karel Helelemans: filosofie in klein bestek. Vuursteen (opzoeken)
  Hans Joachim Störig: Geschiedenis van de filosofie. Het Spectrum, Utrecht 1962.



Cascina Macondo - Haiku Poesia del Futuro - Seconda Conferenza Italiana Haiku
domenica 28 giugno 2009,  Circolo dei Lettori, Torino - Italy

 
 MANIFESTO DELLA POESIA HAIKU IN LINGUA ITALIANA

PARTE PRIMA:       L’HAIKU ITALIANO E LA POETICA HAIKU
PARTE SECONDA:   SILLABE E METRICA NELL’HAIKU IN LINGUA ITALIANA

 

 

Ultimo aggiornamento ( Martedì 13 Settembre 2011 07:03 )
 

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