Home Archivio News-Eventi CENT'ANNI DI SOLITUDINE - capitolo primo
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CENT'ANNI DI SOLITUDINE - capitolo primo PDF Stampa E-mail
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News - News
Scritto da Tartamella   
Sabato 06 Novembre 2010 15:21

 

 

 100anni

 

CENT’ANNI DI SOLITUDINE
Cascina Macondo - Associazione di Promozione Sociale
MusicarTeatroCultureAssociate
Cèntro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poètica Haikù
Borgata Madònna della R
óvere, 4 -10020 Riva Prèsso Chièri-Torino-Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.   -  www.cascinamacondo.com




GABRIEL GARCIA MARQUEZ
CENT'ANNI DI SOLITUDINE



CAPITOLO 1



Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia. Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto, e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi, e perfino gli oggetti perduti da molto tempo ricomparivano dove pur erano stati lungamente cercati, e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades. "Le cose hanno vita propria," proclamava lo zingaro con aspro accento, "si tratta soltanto di risvegliargli l'anima." José Arcadio Buendìa, la cui smisurata immaginazione andava sempre più lontano dell'ingegno della natura, e ancora più in là del miracolo e della magia, pensò che era possibile servirsi di quella invenzione inutile per sviscerare l'oro della terra. Melquìades, che era un uomo onesto, lo prevenne: "Per quello non serve." Ma a quel tempo José Arcadio Buendìa non credeva nell'onestà degli zingari, e così barattò il suo mulo e una partita di capri coi due lingotti calamitati. Ursula Iguaran, sua moglie, che faceva conto su quegli animali per rimpinguare il deteriorato patrimonio domestico, non riuscì a dissuaderlo. "Molto presto ci avanzerà tanto oro da lastricarne la casa," ribatté suo marito. Per parecchi mesi si ostinò a dimostrare la veracità delle sue congetture. Esplorò la regione a palmo a palmo, compreso il fondo del fiume, trascinando i due lingotti di ferro e recitando ad alta voce l'esorcismo di Melquíades. L'unica cosa che riuscì a dissotterrare fu una armatura del quindicesimo secolo con tutte le sue parti saldate da una crostaccia di ruggine, la cui cavità aveva la risonanza vacua di un'enorme zucca piena di sassi. Quando José Arcadio Buendìa e i quattro uomini della sua spedizione riuscirono a disarticolare l'armatura, vi trovarono dentro uno scheletro calcificato che portava appeso al collo un reliquiario di rame con un ricciolo di donna.
A marzo tornarono gli zingari. Questa volta traevano un cannocchiale e una lente grande come un tamburo, che esibirono come l'ultima scoperta degli ebrei di Amsterdam. Misero a sedere una zingara a un'estremità del villaggio e collocarono il cannocchiale sull'entrata della tenda. Per cinque reales, la gente poteva chinarsi sul cannocchiale e vedere la zingara a portata di mano. "La scienza ha eliminato le distanze," proclamava Melquìades. "Tra poco, l'uomo potrà vedere quello che succede in qualsiasi luogo della terra, senza muoversi da casa sua." In un mezzogiorno ardente fecero una mirabile dimostrazione con la lente gigantesca: misero un mucchio di erba secca in mezzo alla strada e le appiccarono il fuoco mediante la concentrazione dei raggi solari.
José Arcadia Buendìa, che ancora non era riuscito a consolarsi dell'insuccesso delle sue calamite, concepì l'idea di utilizzare quell'invenzione come arma di guerra. Melquìades, di nuovo, cercò di dissuaderlo. Ma finì per accettare i due lingotti calamitati e tre pezzi di denaro coloniale in cambio della lente. Ursula pianse di costernazione. Quel denaro faceva parte di un cofano di monete d'oro che suo padre aveva accumulato in tutta una vita di privazioni, e che lei aveva seppellito sotto il letto in attesa di una buona occasione per investirle.
José Arcadio Buendìa non cercò nemmeno di consolarla, completamente assorto nei suoi esperimenti tattici con l'abnegazione di uno scienziato e perfino a rischio della propria vita. Mentre cercava di dimostrare gli effetti della lente sulla truppa nemica, espose sé stesso alla concentrazione dei raggi solari e patì scottature che si trasformarono in ulcere e guarirono solo dopo parecchio tempo. Nonostante le proteste di sua moglie, messa in apprensione da un'invenzione così pericolosa, poco mancò non incendiasse la casa.
Passava lunghe ore nella sua stanza, facendo calcoli sulle possibilità strategiche di quella sua arma inusitata, finché riuscì a comporre un manuale di una stupenda chiarezza didattica e di un irresistibile potere di convinzione. Lo spedì alle autorità, allegandovi numerose testimonianze sulle sue esperienze e vari fascicoli di disegni illustrativi, affidandolo a un messaggero che attraversò la sierra, si perse tra pantani smisurati, risali fiumi impetuosi e fu sul punto di perire sotto il flagello delle belve, del paludismo e della disperazione, prima di riuscire a raggiungere una, strada di allacciamento con le mule della posta. Nonostante il viaggio alla capitale fosse in quei. tempi poco meno che impossibile, José Arcadio Buendìa si riprometteva di intraprenderlo non appena il governo glielo avesse ordinato, allo scopo di dare dimostrazioni pratiche della sua invenzione alle autorità militari, e addestrarle personalmente nelle arti complicate della guerra solare. Per molti anni attese una risposta.
Alla fine, stanco di aspettare, si lamentò con Melquìades del fallimento della sua iniziativa, e lo zingaro diede allora una prova convincente di onestà: gli restituì i dobloni in cambio della lente, e gli lasciò inoltre delle mappe portoghesi e diversi strumenti di navigazione. Scrisse di suo pugno una succinta sintesi degli studi del monaco Hermann, che lasciò a sua disposizione perché potesse servirsi dell'astrolabio, della bussola e del sestante. José Arcadio Buendìa trascorse i lunghi mesi di pioggia chiu. so in uno stanzino che aveva costruito in fondo alla casa perché nessuno turbasse i suoi esperimenti. Tralasciò completamente i propri doveri domestici, rimase nel patio per notti intere a sorvegliare il corso degli astri, e fu sul punto di contrarre un'insolazione mentre cercava di stabilire un metodo esatto per trovare il mezzogiorno.
Quando fu esperto nell'uso e nel maneggio dei suoi strumenti, ebbe una nozione dello spazio che gli permise di navigare per mari incogniti, di visitare territori disabitati e di allacciare rapporti con esseri splendidi, senza bisogno di lasciare il suo laboratorio. Fu in quel periodo che prese l'abitudine di parlare da solo, vagando per la casa senza badare a nessuno, mentre Ursula e i bambini si rompevano la schiena nell'orto per coltivare il banano e la malanga, la manioca e l'igname, la ahuyama e la melanzana. Improvvisamente, senza alcun preavviso, la sua febbrile attività si interruppe e fu sostituita da una specie di allucinazione. Rimase come stregato per parecchi giorni, continuando a ripetere a sé stesso a bassa voce una filza di sorprendenti congetture, incapace egli stesso di dar credito al proprio raziocinio. Alla fine, un martedì di dicembre, verso l'ora di pranzo, esplose in un colpo solo tutta la carica del suo tormento. I bambini avrebbero ricordato per il resto della loro vita l'augusta solennità con la quale il padre si sedette a capotavola, tremante di febbre, consunto dalla veglia prolungata e dal fermento della sua immaginazione, e rivelò la sua scoperta:
"La terra è rotonda come un'arancia".
Ursula perse la pazienza. "Se devi diventare pazzo, diventalo per conto tuo," gridò. "Ma non cercare di inculcare ai bambini le tue idee da zingaro." José Arcadio Buendìa, impassibile, non si lasciò intimorire dalla disperazione di sua moglie, che in un accesso di collera gli spezzò l'astrolabio per terra. Ne costruì un altro, riunì nella stanzetta gli uomini del villaggio e dimostrò loro, con teorie che risultavano incomprensibili a tutti, la possibilità di tornare al punto di partenza navigando sempre verso oriente. Tutto il paese era convinto che José Arcadio Buendìa avesse perduto il senno, quando arrivò Melquìades a mettere le cose a posto. Esaltò pubblicamente l'intelligenza di quell'uomo che per pura speculazione astronomica aveva stabilito una teoria già provata in pratica, anche se sconosciuta fino a quel momento a Macondo, e come prova della sua ammirazione gli fece un regalo che avrebbe esercitato un influsso decisivo nel futuro del villaggio: un laboratorio di alchimia.
A quell'epoca, Melquìades era invecchiato con una rapidità sorprendente. Nei suoi primi viaggi sembrava avere pressappoco la stessa età di José Arcadio Buendìa. Ma mentre questi conservava la sua forza straordinaria, che gli permetteva di rovesciare un cavallo afferrandolo per le orecchie, lo zingaro sembrava corrotto da una malattia tenace. Era, in effetti, il risultato di molteplici e rare malattie contratte nei suoi innumerevoli viaggi intorno al mondo. Secondo quanto lui stesso raccontò a José Arcadio Buendìa mentre lo aiutava a montare il laboratorio, la morte lo seguiva dovunque, annusandogli i pantaloni, ma senza decidersi a dargli l'unghiata finale. Era uno scampato da quante piaghe e catastrofi avevano flagellato il genere umano. Era sopravvissuto alla pellagra in Persia, allo scorbuto nell'arcipelago della Malesia, alla lebbra ad Alessandria, al beriberi in Giappone, alla peste bubbonica nel Madagascar, al terremoto di Sicilia e a un naufragio di massa nello stretto di Magellan. Quell'essere prodigioso che diceva di possedere le chiavi di Nostradamus, era un uomo lugubre, permeato di un'aura triste, con uno sguardo asiatico che sembrava conoscere l'altro lato delle cose. Portava un cappello grande e nero, come le ali spiegate di un corvo, e un panciotto di velluto patinato dalla borraccina dei secoli. Ma nonostante la sua immensa sapienza e il suo ambito misterioso, aveva un peso umano, una condizione terrestre che lo mantener a imbrigliato ai minuscoli problemi della vita quotidiana. Si lamentava di malanni senili, soffriva per i più insignificanti contrattempi economici e aveva smesso di ridere da parecchio tempo, perché lo scorbuto gli aveva strappato i denti.
Quel soffocante mezzogiorno in cui rivelò i suoi segreti, José Arcadio Buendìa ebbe la certezza che fosse il principio di una grande amicizia. I suoi racconti fantastici sbalordirono i bambini. Aureliano, che allora non aveva più di cinque anni, lo avrebbe ricordato per il resto della sua vita come lo vide quel pomeriggio, seduto contro il chiarore metallico e riverberante della finestra, mentre illuminava con la sua profonda voce di organo i territori più oscuri della immaginazione, intanto che colava dalle sue tempie l'untume sciolto dal calore. José Arcadio, suo fratello maggiore, avrebbe poi trasmesso quella meravigliosa immagine, come un ricordo ereditario, a tutta la sua discendenza. Ursula, invece, aveva conservato un cattivo ricordo di quella visita, perché era entrata nella stanza nel momento in cui Melquìades per distrazione aveva rotto un flacone di bicloruro di mercurio.
"È l'odore del demonio," disse la donna."
Niente affatto," corresse Melquìades. "È provato che il demonio ha proprietà solforiche, e questo non è altro che un po' di solimato."
Sempre didattico, fece una sapiente disquisizione sulle proprietà diaboliche del cinabro, ma Ursula non gli diede retta, e invece portò i bambini con sé a pregare. Quell'odore pungente sarebbe rimasto per sempre nella sua memoria, vincolato al ricordo di Melquìades.
Il rudimentale laboratorio – senza contare una profusione di crogiuoli, imbuti, storte, filtri e colatoi – era composto da un rudimentale atanor; una provetta di vetro col collo lungo e stretto, imitazione dell'uovo filosofico, e un distillatore fabbricato dagli stessi zingari secondo le descrizioni moderne dell'alambicco a tre bracci di Maria l'Ebrea. Oltre a queste cose, Melquìades lasciò dei campioni dei sette metalli corrispondenti ai sette pianeti, le formule di Mosè e di Zosimo per la fabbricazione dell'oro, e una serie di appunti e disegni sui procedimenti del Gran Magistero, che consentivano a chi sapesse interpretarli di tentare la fabbricazione della pietra filosofale. Sedotto dalla semplicità delle formule per fabbricare l'oro, José Arcadio Buendìa fece la corte a Ursula per parecchie settimane, perché gli permettesse di disotterrare le sue monete coloniali e aumentarle di tante volte quante era possibile suddividere l'argento vivo. Ursula cedette, come faceva sempre, di fronte alla irriducibile caparbietà di suo marito. E così José Arcadio Buendìa gettò trenta dobloni in un tegame e li fece fondere insieme a limatura di rame, orpimento, zolfo e piombo. Mise a bollire il tutto a fuoco vivo in una caldaia piena di olio di ricino, finché ottenne uno sciroppo spesso e pestilenziale molto più simile al caramello volgare che all'oro magnifico. Nel corso di empirici e disperati processi di distillazione, fusa coi sette metalli planetari, lavorata col mercurio ermetico e il vetriolo di Cipro, e rimessa a cuocere in strutto di maiale, in mancanza di olio di rafano, la preziosa eredità di Ursula fu ridotta a un grumo carbonizzato che non poté essere staccato dal fondo della caldaia.

Quando tornarono gli zingari, Ursula aveva predisposto contro di loro tutta la popolazione. Ma la curiosità fu più forte del timore, perché quella volta gli zingari attraversarono il villaggio facendo un rumore assordante con ogni sorta di strumenti musicali, mentre l'imbonitore annunciava l'esibizione della più favolosa scoperta dei nazianzeni. E così tutti andarono nella tenda e per un centavo videro un Melquìades giovanile, rifiorito senza rughe, con una dentatura nuova e splendente. Coloro che ricordavano le suo gengive devastate dallo scorbuto, le gote flaccide e le labbra appassite, rabbrividirono di paura davanti a quella prova definitiva dei poteri soprannaturali dello zingaro. La paura si trasformò in panico quando Melquìades si tolse i denti, intatti, incastonati nelle gengive, e li mostrò ai pubblico per un istante – un istante fugace durante il quale tornò ad essere lo stesso uomo decrepito degli anni anteriori – e se li rimise e sorrise di nuovo con piena padronanza della sua restaurata giovinezza. Perfino José Arcadio Buendìa ritenne che le conoscenze di Melquìades fossero andate oltre ogni limite sopportabile, ma provò un salutare sollievo quando lo zingaro gli spiegò a quattr'occhi il meccanismo della sua dentiera posticcia.
La cosa gli sembrò così semplice e così prodigiosa nello stesso tempo, che dal giorno alla notte perse ogni interesse nelle ricerche di alchimia; ebbe una nuova crisi di malumore, rinunciò a mangiare in modo regolare e passava il giorno a bighellonare per la casa. "Nel mondo stanno accadendo cose incredibili," diceva a Ursula. "A portata di mano, sull'altra riva del fiume, c'è ogni sorta di apparecchiatura magica, e noi continuiamo a vivere come gli asini." Chi lo conosceva fin dai tempi della fondazione di Macondo, si stupiva di quanto fosse cambiato sotto l'influenza di Melquìades.
In principio, José Arcadio Buendìa era una specie di patriarca giovanile, che dava istruzioni per la semina e consigli per l'allevamento di bambini e animali, e collaborava con tutti, anche nel lavoro fisico, per il buon andamento della comunità. Dato che la sua casa era stata fin dal primo momento la migliore del villaggio, le altre furono sistemate a sua immagine e somiglianza. C'era un salotto ampio e ben illuminato, una sala da pranzo fatta a terrazza con una fioritura dai colori vivaci, due camere da letto, un patio con un gigantesco castagno, un orto ben coltivato e un cortiletto dove vivevano in pacifica comunità i capri, i porci e le galline. Gli unici animali proibiti non soltanto nella casa, ma anche in tutto il villaggio, erano i galli da combattimento.
La laboriosità di Ursula era pari a quella di suo marito. Attiva, precisa, seria, quella donna dai nervi saldissimi, che nessuno aveva mai sentito cantare in alcun momento della sua vita, sembrava essere onnipresente dall'alba fino a notte fatta, sempre inseguita dal lieve sussurro delle sue sottane di olanda. Grazie a lei, i pavimenti di terra battuta, i muri di argilla non intonacati, i rustici mobili di legno che essi stessi avevano costruito erano sempre puliti, e le vecchie cassapanche dove si conservava la roba esalavano un tiepido odore di basilico.
José Arcadia Buendìa, che era l'uomo più intraprendente che si fosse mai visto nel villaggio, aveva disposto in modo tale la posizione delle case, che da ognuna si poteva raggiungere il fiume e far rifornimento di acqua con uguale sforzo, e tracciate le strade con tanto buonsenso che nessuna casa riceveva più sole delle altre nell'ora della calura. In pochi anni, Macondo fu un villaggio più ordinato e laborioso di quanti ne avessero conosciuto fin lì i suoi trecento abitanti. Era veramente un paese felice, dove nessuno aveva più di trent'anni e dove non era morto nessuno.
Fin dai primi tempi della fondazione, José Arcadio Bucala aveva costruito trappole e gabbie. In breve riempì di trupiali, canarini, turchinetti e pettirossi non soltanto la sua ma anche tutte le case del villaggio. Il concerto di tanti uccelli diversi diventò così assordante che Ursula finì per tapparsi le orecchie con la cera per non perdere il senso della realtà. La prima volta che arrivò la tribù di Melquìades, venuta a vendere palle di vetro contro il mal di testa, tutti si meravigliarono che avesse potuto trovare quel villaggio perduto nel sopore della palude, e gli zingari confessarono di essersi guidati col canto degli uccelli.
Quello spirito di iniziativa sociale sparì in poco tempo, travolto dalla febbre della calamita, dai calcoli astronomici, dai sogni di trasmutazione e dalle ansie di conoscere le meraviglie del mondo. Da intraprendente e pulito, José Arcadio Buendìa si trasformò in un uomo dall'aspetto ciondolone, trascurato nel vestire, con una barba selvatica che Ursula riusciva a regolare solo a grande fatica con un coltello da cucina. Non mancò chi lo considerasse vittima di qualche strano sortilegio. Ma perfino i più convinti della sua pazzia abbandonarono lavoro e famiglia quando egli si buttò in spalla i suoi utensili per disboscare e chiese il concorso di tutti per aprire una via che mettesse Macondo in contatto con le grandi invenzioni.
José Arcadio Buendìa ignorava completamente la geografia della regione. Sapeva che verso oriente c'era la sierra impenetrabile e al di là della sierra l'antica città di Riohacha, dove in epoche remote – come gli aveva raccontato il primo Aureliano Buendìa, suo nonno – Sir Francis Drake si dava allo sport di cacciare i caimani a cannonate; poi li faceva rammendare e riempire di paglia per portarli alla regina Isabella. Nella sua gioventù, lui e i suoi uomini, con donne e bambini e animali ed ogni sorta di utensili domestici, avevano attraversato la sierra in cerca di uno sbocco sul mare, e dopo ventisei mesi avevano abbandonato l'impresa e fondato Macondo per non dover intraprendere il cammino di ritorno. Era, quindi, una via che non gli interessava, perché poteva condurlo soltanto al passato. Verso sud c'erano i pantani, coperti da una eterna crema vegetale, e il vasto universo della palude grande, che secondo la testimonianza degli zingari non aveva confini. La palude grande si confondeva a occidente con una distesa acquatica senza orizzonti, dove c'erano cetacei dalla pelle delicata con testa e busto di donna, che perdevano i naviganti con la malia delle loro teste madornali. Gli zingari navigavano per sei mesi su quella rotta prima di raggiungere il nastro di terraferma sul quale passavano le mule della posta. In base ai calcoli di José Arcadio Buendìa, l'unica possibilità di contatto con la civiltà era il cammino del nord. Perciò munì di utensili per disboscare e di armi da caccia gli stessi uomini che lo avevano accompagnato nella fondazione di Macondo: buttò in uno zaino i suoi strumenti di orientamento e le sue mappe, e intraprese la temeraria avventura.
Durante i primi giorni non incontrarono seri ostacoli. Scesero lungo la pietrosa sponda del fiume fino al luogo in cui anni prima avevano trovato l'armatura del guerriero, e lì penetrarono nel bosco per un sentiero di aranci silvestri. Alla fine della prima settimana, uccisero e arrostirono un cervo, ma si accontentarono di mangiarne la metà e di salare il resto per i prossimi giorni. Con questa precauzione cercavano di rimandare la necessità di continuare a nutrirsi di pappagalli, la cui carne bluastra aveva un aspro odore di muschio. Poi, per più di dieci giorni, non rividero il sole. La terra diventò molle e umida, come cenere vulcanica, e la vegetazione fu sempre più insidiosa e si fecero sempre più lontani i trilli degli uccelli e lo schiamazzo delle scimmie, e il mondo diventò triste per sempre. Gli uomini della spedizione si sentirono oppressi dai loro ricordi più antichi in quel paradiso di umidità e di silenzio, anteriore al peccato originale, dove gli stivali affondavano in pozze di oli fumanti e i machetes facevano a pezzi gigli sanguinosi e salamandre dorate. Per una settimana, quasi senza parlare, avanzarono come sonnambuli in un universo di afflizione, appena illuminati dal tenue riverbero di insetti luminosi e coi polmoni oppressi da un soffocante odore di sangue. Non potevano ritornare, perché il sentiero che andavano aprendo al loro passaggio tornava a chiudersi in poco tempo, con una vegetazione nuova che vedevano crescere quasi sotto i loro occhi. "Non importa," diceva José Arcadio Buendìa. "L'essenziale è non perdere l'orientamento." Affidandosi sempre alla bussola, continuò a guidare i suoi uomini verso il nord invisibile, finché pervennero ad uscire dalla regione incantata. Era una notte fonda, senza stelle, ma l'oscurità era impregnata di un'aria nuova e pulita. Sfiniti per la lunga traversata, appesero le amache e dormirono profondamente per la prima volta dopo due settimane. Quando si svegliarono, già col sole alto, rimasero stupefatti. Davanti a loro, circondato da felci e palme, bianco e polveroso nella silenziosa luce del mattino, c'era un enorme galeone spagnolo. Leggermente piegato a tribordo, dalla sua alberatura intatta pendevano i brandelli squallidi della velatura, tra sartie adorne di orchidee. Lo scafo, coperto da una nitida corazza di remora pietrificata e di musco tenero, era fermamente inchiavardato in un pavimento di pietre. Tutta la struttura sembrava occupare un ambito proprio, uno spazio di solitudine e di dimenticanza, vietato ai vizi del tempo e alle abitudini degli uccelli. Nell'interno, che la spedizione esplorò con un prudente fervore, non c'era altro che un fitto bosco di fiori.
Il ritrovamento del galeone, indizio della vicinanza del mare, frantumò l'impeto di José Arcadio Buendìa. Riteneva una burla del suo avverso destino l'aver cercato il mare senza trovarlo, a costo di sacrifici e patimenti incalcolabili, e trovarlo adesso che non l'aveva cercato, messo lì sulla loro strada come un ostacolo inevitabile. Molti anni dopo, il colonnello Aureliano Buendìa percorse di nuovo la regione, quando era ormai un regolare tragitto di posta, e l'unica cosa che trovò della nave fu l'ossatura carbonizzata in mezzo a un prato di papaveri. Finalmente convinto che quella storia non era stata un prodotto dell'immaginazione di suo padre, si chiese come mai quel galeone avesse potuto addentrarsi fino a quel punto in terraferma. Ma José Arcadio Buendìa non si prospettò quella preoccupazione quando trovò il mare, al termine di altri quattro giorni di viaggio, a dodici chilometri di distanza dal galeone. I suoi sogni terminarono davanti a quel mare color cenere, schiumoso e sudicio, che non meritava i rischi e i sacrifici della sua avventura.
"Diamine!" gridò. "Macondo è circondata dall'acqua da ogni parte."

L'idea di una Macondo peninsulare prevalse per molto tempo, ispirata dalla mappa arbitraria che disegnò José Arcadio Buendìa al ritorno dalla sua spedizione. La schizzò con rabbia, esagerando di malafede le difficoltà di comunicazione, quasi per castigare sé stesso per l'assoluta mancanza di buon senso con la quale aveva scelto il luogo. "Non arriveremo mai da nessuna parte," si lamentava con Ursula. "Dovremo marcire qui per tutta la vita senza ricevere i benefici della scienza." Quella certezza, ruminata per vari mesi nello stanzino del laboratorio, lo portò a concepire il progetto di trasferire Macondo in un luogo più propizio. Ma questa volta, Ursula prevenne i progetti febbrili del marito. Con un segreto e implacabile lavoro da formichina mise su le donne del paese contro la velleità dei loro uomini, che cominciavano già a prepararsi al trasloco. José Arcadio Buendfa non seppe in che momento, o in virtù di quali forze avverse, i suoi progetti si andarono irretendo in un intrico di pretesti, di contrattempi ed elusioni, fino a trasformarsi in illusione pura e semplice. Ursula lo osservò con innocente attenzione, e provò perfino un po' di pietà per lui, il mattino in cui lo trovò nel suo stanzino appartato intento a parlottare a denti stretti dei suoi sogni di trasloco, mentre collocava i pezzi del laboratorio nelle loro casse originali, Lo lasciò finire. Lo lasciò inchiodare le casse e apporvi le sue iniziali con uno stecco inchiostrato, senza fargli alcun rimprovero, ma sapendo già che lui sapeva (perché glielo aveva sentito dire nei suoi sordi monologhi) che gli uomini del villaggio non lo avrebbero assecondato nella sua impresa. Solo quando cominciò a smontare la porta dello stanzino, Ursula si arrischiò a chiedergli perché lo faceva, e lui le rispose con una certa amarezza: "Dato che nessuno vuole andarsene, ce ne andremo noi soli." Ursula non si turbò.
"Non ce ne andremo," disse. "Restiamo qui, perché qui abbiamo avuto un figlio.
"Non abbiamo ancora un morto," disse lui. "Non si è di nessuna parte finché non si ha un morto sotto terra."
Ursula ribatté, con dolce fermezza: "Se è necessario che io muoia perché gli altri restino qui, io morirò."
José Arcadio Buendìa non credette che la volontà di sua moglie fosse così rigida. Cercò di sedurla con il fascino della sua fantasia, con la promessa di un mondo prodigioso, dove bastava gettare qualche liquido magico sulla terra perché le piante dessero frutta secondo la volontà dell'uomo, e dove si vendevano a prezzi di stralcio ogni sorta di congegni contro il dolore. Ma Ursula fu insensibile alla sua chiaroveggenza.
"Invece di continuare a pensare alle tue strambe manie di novità, devi occuparti dei tuoi figli," ribatté. "Guardali, abbandonati alla pietà di Dio, tali e quali agli asini."
José Arcadio Buendìa prese alla lettera le parole di sua moglie. Guardò dalla finestra e vide i due bambini scalzi nell'orto assolato, e ebbe l'impressione che solo in quell'istante avessero cominciato a vivere, concepiti dallo scongiuro di Ursula. Qualcosa successe allora dentro di lui; qualcosa di misterioso e definitivo che lo sradicò dal suo tempo attuale e lo portò alla deriva in una regione inesplorata dei ricordi. Mentre Ursula continuava a scopare la casa che ora era certa di non abbandonare per il resto della sua vita, lui rimase a contemplare i bambini con uno sguardo assorto, finché gli occhi gli si inumidirono e se li asciugò col dorso della mano, ed emise un profondo sospiro di rassegnazione.
"Bene," disse. "Digli che vengano ad aiutarmi a togliere le cose dalle casse."
José Arcadìo, il maggiore dei bambini, aveva compiuto quattordici anni. Aveva la testa quadra, i capelli ispidi e il carattere caparbio di suo padre. Anche se aveva lo stesso impulso di crescita e di forza fisica, già da allora era evidente la sua mancanza di immaginazione. Era stato concepito ed era venuto alla luce durante la penosa traversata della sierra, prima della fondazione di Macondo, e i suoi genitori avevano ringraziato il cielo dopo essersi assicurati che il bambino non aveva alcun organo di animale. Aureliano, il primo essere umano nato a Macondo, avrebbe compiuto sei anni in marzo. Era silenzioso e riservato. Aveva pianto nel ventre di sua madre ed era nato con gli occhi aperti. Mentre gli tagliavano l'ombelico girava la testa da una parte e dall'altra, osservando le cose della stanza, ed esaminava il viso della gente con curiosità priva di stupore. Poi, indifferente a chi gli si avvicinava per conoscerlo, mantenne l'attenzione concentrata nel tetto di palma, chi pareva prossimo a crollare sotto la tremenda pressione della pioggia. Ursula non pensò più all'intensità di quello sguardo fino al giorno in cui il piccolo Aureliano, all'età di tre anni, entrò in cucina proprio mentre lei toglieva dal focolare e collocava sul tavolo una pentola di brodo bollente. Il bambino, esitante sulla soglia, disse: "Ora cadrà." La pentola era ben posata nel mezzo del tavolo, ma non appena il bambino diede l'avviso, iniziò un movimento irrevocabile verso il bordo, come spinta da un dinamismo interiore, e si frantumò per terra: Ursula, spaventata, raccontò l'episodio a suo marito, ma questi lo interpretò come un fenomeno naturale. Così fu sempre, alieno all'esistenza dei suoi figli, in parte perché considerava l'infanzia come un periodo di insufficienza mentale, e in parte perché era sempre troppo assorto nelle sue speculazioni chimeriche.
Ma dal pomeriggio in cui aveva chiamato i bambini perché lo aiutassero a spacchettare le cose del laboratorio, dedicò loro le sue ore migliori. Nello stanzino appartato, le cui pareti si vennero coprendo a poco a poco di mappe inverosimili e di grafici favolosi, gli insegnò a leggere e scrivere e a far di conto, e gli parlò delle meraviglie del mondo non solo fin dove arrivavano le sue nozioni, ma forzando fino all'incredibile i limiti della sua immaginazione. Fu così che i bambini finirono per imparare che all'estremità meridionale dell'Africa c'erano uomini così intelligenti e pacifici che la loro unica occupazione era quella di sedersi a pensare, e che era possibile attraversare a piedi il mar Egeo saltando da isola a isola fino al porto di Salonicco. Quelle allucinanti sedute rimasero impresse in modo tale nella mente dei bambini; che molti anni più tardi, un secondo prima che l'ufficiale degli eserciti regolari comandasse. Il fuoco al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa rivisse il tiepido pomeriggio di marzo in cui suo padre aveva interrotto la lezione di fisica, ed era rimasto incantato, con la mano in aria e gli occhi immobili, per aver udito in lontananza i pifferi e i tamburi e i sonagli degli zingari che ancora una volta arrivavano al villaggio, proclamando l'ultima e meravigliosa scoperta dei savi di Menfi.
Erano zingari nuovi. Uomini e donne giovani che conoscevano soltanto la loro propria lingua, begli esemplari con pelle lucida e mani intelligenti, i cui balli e musiche seminarono nelle strade un panico di eccitata allegria, con pappagalli di ogni colore che recitavano romanze italiane, e la gallina che faceva un centinaio di uova d'oro al suono del tamburello, e la scimmia ammaestrata che indovinava il pensiero, e la macchina molteplice che serviva allo stesso tempo per attaccare bottoni e per abbassare la febbre, e l'apparecchio per dimenticare i cattivi ricordi, e l'impiastro per perdere il tempo, e un migliaio di altre invenzioni, così ingegnose e insolite che José Arcadio Buendìa avrebbe voluto inventare la macchina della memoria per poterle ricordare tutte. In un istante trasformarono il villaggio. Gli abitanti di Macondo si trovarono improvvisamente perduti nelle loro stesse strade, storditi dalla gran folla della fiera.
Tenendo i bambini per mano per non perderli nella confusione, incrociando saltimbanchi con denti corazzati d'oro e equilibristi con sei braccia, soffocato dal confuso alito di sterco e di sandalo che esalava la folla, José Arcadio Buendìa girava disperatamente da ogni parte cercando Melquíades, per farsi rivelare gli infiniti segreti di quell'incubo favoloso. Si rivolse a diversi zingari che non capirono la sua lingua. Alla fine arrivò nel luogo dove Melquíades era solito piantare la sua tenda, e trovò un armeno taciturno che bandiva in spagnolo uno sciroppo per rendersi invisibile. Aveva ingurgitato d'un fiato un bicchiere della sostanza ambrata, quando José Arcadio Buendìa si aprì il passo a spintoni tra la gente assorta che assisteva allo spettacolo, e riuscì a fare la domanda. Lo zingaro lo avvolse nella atmosfera attonita del suo sguardo, prima di convertirsi in una pozzanghera di catrame pestilente e fumoso sulla quale aleggiò sospesa la sonorità della sua risposta: "Melquíades è morto." Sbalordito dalla notizia, José Arcadio Buendìa rimase immobile, cercando di dominare il dolore, finché il gruppo si disperse richiamato da altri artifici e la pozza dell'armeno taciturno evaporò completamente. Più tardi, altri zingari gli confermarono che effettivamente Melquíades era stato stroncato dalle febbri nelle sirti di Singapore, e il suo corpo era stato gettato nel punto più profondo del mare di Giava. La notizia lasciò indifferenti i bambini. Volevano a tutti i costi che il padre li portasse a conoscere la portentosa novità dei savi di Menfi, annunciata all'entrata di un padiglione che, a quanto dicevano, era appartenuto al re Salomone. Tanto insistettero, che José Arcadio Buendìa pagò i trenta reales e li condusse fino al centro della tenda, dove c'era un gigante col torace peloso e la testa rapata, con un anello di rame nel naso e una pesante catena di ferro alla caviglia, che custodiva un cofano da pirata. Quando il gigante lo scoperchiò, il cofano lasciò sfuggire un alito glaciale. Dentro c'era soltanto un enorme blocco trasparente, con infiniti aghi interni nei quali si frantumava in stelle colorate il chiarore del crepuscolo. Sconcertato, sapendo che i bambini aspettavano una spiegazione immediata, José Arcadio Buendìa si azzardò a mormorare: "È il diamante più grande del mondo."
"No," corresse lo zingaro. "È ghiaccio."
José Arcadio Buendìa, senza capire, allungò la mane verso il blocco, ma il gigante gliela scostò: "Altri cinque reales per toccarlo," disse. José Arcadio Buendìa li pagò, e allora mise la mano sul ghiaccio, e ve la tenne per diversi minuti, mentre il cuore gli si gonfiava di timore e di giubilo al contatto col mistero. Senza sapere cosa dire, pagò altri dieci reales perché i suoi figli vivessero la prodigiosa esperienza. Il piccolo José Arcadio si rifiutò di toccarlo. Invece, Aureliano fece un passo avanti, appoggiò la mano e la ritirò subito. "Sta bollendo," esclamò spaventato. Ma suo padre non gli fece caso. Ubriacato dall'evidenza del prodigio, in quel momento si dimenticò della frustrazione delle sue imprese deliranti e del corpo di Melquíades abbandonato all'appetito dei calamari. Pagò altri cinque reales, e con la mano appoggiata al blocco di ghiaccio, come se stesse rendendo testimonianza sul testo sacro, esclamò: "Questa è la grande invenzione del nostro tempo."


(testo tratto dalle edizioni Oscar Mondadori - traduzione di Enrico Cicogna)


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Ultimo aggiornamento ( Martedì 26 Aprile 2016 11:24 )
 

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