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INTERVISTA A PIETRO TARTAMELLA


dal libro "Raccontar storie"

di Rita Valentino Merletti
edizioni Mondadori
(collana infanzie saggi - aprile 1998)

Nato a Camporeale, in provincia di Palermo, Pietro Tartamella ha trascorso l'infanzia a Ventimiglía. Dal 1970 vive a Torino, dove ha frequentato la Facoltà di Lettere e Filosofia, rinunciando alla laurea per protesta contro la concezione utilitaristica che la nostra società ha della cultura. Ha svolto una quantità di mestieri diversi: barista, manovale, correttore di bozze, restauratore di affreschi, soggettista e sceneggiatore di fumetti, traduttore, insegnante di dizione, di scrittura creativa, lettura ad alta voce, edicolante. Si autodefinisce poeta, giornalista, scrittore, ariete, ma soprattutto raccontastorie. Lavora nelle strade, nelle scuole, nelle birrerie, nelle fiere, nei matrimoni. La sua sede stabile di lavoro è Cascina Macondo, un vecchio convento ristrutturato: un ampio cortile, l'ombra di un grande rovere, un camino intorno al quale, d'inverno, si ritrovano artisti accomunati da un grande amore per l'arte di strada. Ciascuno porta il suo contributo di festa, colore, fantasia e si raccontano storie. Incontri insoliti, emozioni improvvise. Un po' di sogno tra le pietre di Cascina Macondo.

Fuori dalla Cascina, le storie le racconta, da alcuni anni a questa parte, in un grande te-pee che monta, con l'aiuto di sua moglie, ovunque gli venga richiesto.

D. Come e percbé sei diventato un raccontastorie?

R. Ho iniziato molti anni fa a recitare poesie e a raccontare piccole storie nella strada, nei mercati, nelle piazze. Mi sono reso conto molto presto che, in quel tipo di ambiente, è molto difficile far diventare la parola strumento di coesione. Facevo dunque questo lavoro con estrema difficoltà e non avevo un grandissimo cerchio di persone che si fermavano ad ascoltarmi. Non ero soddisfatto, sentivo che mi mancava qualcosa. Questo qualcosa era l'ambiente. Una volta scoperto questo concetto, sono nate delle proposte diverse. Tra queste, due hanno avuto particolare successo. La prima è quella della Tenda Indiana, l'altra, quella che svolgo in Cascina, denominata "I Racconti d'Inverno": Ci si ritrova, alla sera, davanti a un camino acceso e si raccontano storie. Intorno a queste riunioni si è sviluppato un rituale: le persone portano da bere e qualcosa da mangiare. Ci si siede intorno al fuoco e io racconto una o piú storie. Poi c'è un momento di intervallo e di condivisione del cibo e delle bevande e poi si riprende a raccontare o a fare musica. Questo ambiente ha suscitato non solo l'interesse, ma il piacere di essere presenti. In questo "salotto" il numero giusto di persone si aggira sulla cinquantina. Ci siamo ritrovati anche in settanta, ottanta, ma è troppo. L'ambiente viene un po' intaccato se presenze ed energie sono eccessive. C'è un rapporto ben definito tra quantità di persone e ambiente e bisogna rispettarlo, per mantenere l'atmosfera giusta. Mi ha sorpreso, all'inizio, constatare con quanto piacere e disponibilità le persone raggiungevano la Cascina, anche da lontano o in condizioni climatiche disagevoli (nella zona, d'inverno c'è molta nebbia), attratte dalla possibilità di calarsi completamente nel piacere di ascoltare delle storie.

La scoperta dell'importanza dell'ambiente mi ha fatto inventare uno spazio che prima non avevo, quando leggevo o raccontavo per la strada. Dunque l'idea della Tenda Indiana, uno spazio chiuso, simile al "salotto' della Cascina. Nella Tenda il fuoco non c'è, ma l'atmosfera è la stessa. Io continuo a considerarmi un artista di strada, ma trovo importantissimo appoggiarmi a una struttura che consenta di concentrarsi, rilassarsi. La Tenda ha, per me, un'origine antica, anche se fino ad alcuni anni fa ne ero inconsapevole. Ho avuto fin da piccolo una passione per gli Indiani, cosí come ho sempre avuto una passione per il raccontare, forse derivata dal piacere che provavo sentendo mia madre o mio fratello maggiore raccontare storie. Mio fratello in particolare mi raccontava i film che andava a vedere. Era talmente bravo, riusciva cosí bene a "farmi vedere" con le parole, che spesso mi è successo di non sapere con certezza se un determinato film l'avevo visto davvero o l'avevo solo sentito raccontare da mio fratello. La passione per il raccontare nasce dunque dal piacere profondo che ho provato come ascoltatore. Di qui il desiderio di suscitare lo stesso piacere in altre persone. L' interesse per la cultura dei Pellerossa che mi ha accompagnato per tutta la vita ha finito col suggerirmi la soluzione al problema di conciliare il desiderio di continuare a raccontare in strada e la necessità di creare, nella strada stessa, un ambiente raccolto, intimo. Ricordo che è stato proprio il gesto che facevo con le mani quando spiegavo a me stesso e agli altri la necessità di trovare un ambiente adatto al raccontare - un gesto circolare, che indicava uno spazio delimitato, avvolgente - a suggerirmi l'idea della Tenda. È stato come una rivelazione: c'è voluta quasi una vita intera per mettere insieme la passione per il mondo degli Indiani e quella per il narrare. Scoprire che c'era un nesso. Avevo sempre vissuto parallelamente questi due amori e finalmente sono riuscito a metterli insieme.

D. Parlami un po' di questa Tenda...

R. È piuttosto grande, ha un diametro di sei metri ed è alta, fino alla chiusura del telo, altri sei, piú altri due metri di pali che spuntano fuori. In genere la monto con mia moglie e, in due, ci impieghiamo piú di tre ore a farlo. Quasi altrettanto per smontarla. È in tutto e per tutto la tipica casa a forma di cono degli Indiani delle praterie, anche se il rivestimento non è fatto di pelli di bisonte, ma di lino grezzo. Una struttura ingegnosa, essenziale, affascinante: l'ingresso, i punti cardinali, le alette del camino, il tiraggio per il fumo, le bandierine del vento, il tripode, l'areazione, le decorazioni, l'arredamento. Te- pee vuol dire "fatto per abitare". Può accogliere una cinquantina di bambini o trenta-trentacinque adulti.

D. Questa tenda viaggia ovunque venga chiamata, immagino. Chi sono i tuoi committentí abituali?

R. Scuole, biblioteche, proloco, festival di artisti di strada, agriturismi, centri commerciali. Ci è capitato di montarla dentro un teatro. È imprevedibile. L' importante è che si può montare dappertutto. Dappertutto dove ci sono bambini o adulti e dove si pensa che una proposta di storie possa interessare. Normalmente veniamo chiamati per i bambini. Quando, però, una proloco o un comune ci chiama per due o tre giorni, la Tenda rimane montata e alla sera, a mezzanotte di solito, proponiamo un appuntamento per gli adulti. Il fascino della Tenda è forse più grande negli adulti che non nei bambini.

D. In questa tenda, cosí culturalmente connotata, racconti solo storie dei Nativi Americani o provi racconti di altre culture?

R. La possibilità di raccontare altre storie esiste, in realtà io, nella Tenda, sono piú a mio agio se racconto storie indiane. Il futuro dirà se questo legame tra storia e spazio è cosí vincolante o se si apriranno dei varchi per dire al pubblico che il te-pee è soltanto uno spazio al cui interno può essere raccontata qualunque storia. Spero che questo avvenga e lavorerò in questa direzione.

D. Parliamo un po' di bambini, del repertorío, dei tempi e dei modi con cui si svolgono gli incontri con loro.

R. La prima valutazione che faccio quando devo scegliere una storia è che la storia deve appassionare me. Il piacere che provo nei confronti di una storia fa da stimolo al desiderio di raccontarla. Quando io racconto una storia, divento un bambino. Entro dentro la storia con una passione tale e impiegando tanta energia che se non ci fosse una gran dose di piacere sarebbe troppo faticoso. Bisogna tener conto infatti che il nostro lavoro non si esaurisce nel raccontare: ci sono gli spostamenti, i viaggi, il montare e lo smontare la Tenda. C'è la necessità di gestire una cinquantina di bambini per un'ora e piú. E spesso piú volte in una giornata... Insomma, se la storia non mi piacesse, non ce la farei.

Raccontare implica un grande dispendio di energia: quando racconto, bambini e adulti vedono in me una persona che sta raccontando forse con le stesse modalità loro, nei momenti in cui si lasciano andare. Io ricordo i giochi che facevo da bambino, quando "mi lasciavo andare al racconto" e mimavo gesti e azioni davanti a uno specchio. Si fanno, in queste circostanze, le cose piú strane, che mai si farebbero davanti a un pubblico. Ecco, io credo che adulti e bambini, guardandomi raccontare una storia, si riconoscano. Sono come sarebbero loro, se avessero il coraggio di mostrarsi in quegli stessi atteggiamenti, sopraffatti dalle stesse emozioni. È questo, credo, che piace molto.

D. Come si svolge, nel dettaglio, un tuo incontro con i bambini?

R. Come ho detto, un incontro dura circa un'ora, inclusi i preliminari e i rituali che precedono la narrazione vera e propria. Accanto alla Tenda allestiamo una piccola esposizione di oggetti, costruiti da noi in argilla e bambú, che riproducono forme e colori della tradizione indiana. I bambini si soffermano a osservare e toccare questi oggetti, chiedono spiegazioni, prendono un primo contatto con una cultura sconosciuta. Prima di entrare nel te-pee i bambini affrontano una sorta di "preparazione all'ingresso". Se non sono troppo numerosi, un animatore trucca loro il viso e li "veste" con semplici copricapi fatti di cartoncino colorato, coinvolgendoli inoltre con strumenti musicali adatti a suonare ritmi indiani. Prima di entrare viene richiesto di togliersi le scarpe. Una volta seduti in cerchio, all'interno della Tenda, illustro alcune regole di comportamento adottate dagli stessi Indiani all'interno della tenda e chiedo conferma dell'effettiva volontà di ascoltare una storia. Se qualcuno non è interessato o non è nello stato d'animo adatto, è libero di andarsene e ha tempo di farlo mentre io procedo a mia volta a una semplicissima vestizione: indosso infatti una fascia intorno al capo. Questo gesto, simbolicamente, segna l'inizio di un momento di ascolto, in uno spazio che assume carattere di sacralità. Per prima cosa faccio riferimento a una leggenda indiana che racconta la creazione del cavallo. Prendo una manciata di argilla e modello, davanti a loro, una testa di cavallo.

Sottolineo l'importanza del cavallo, ma richiamo la loro attenzione anche sul materiale usato, l'argilla. Prima dell'inizio del racconto regalo a ciascun bambino una pallina di argilla da tenere in mano durante l'ascolto. È la magica Pallina Acchiappastorie. Ha il potere di ascoltare e conservare tutti i suoni e le parole che ha udito per poi restituirli la sera, nel sogno o nel dormiveglia, a chiunque volesse rievocarle. Raccomando ai bambini di conservarla con cura, come un ricordo da tenere magari sul comodino vicino al letto per osservare le trasformazioni col passare del tempo (asciugatura, restringimento, formazione di crepe). Tutti questi preliminari, al di là del valore di segnare il passaggio dal concreto all' immaginario, dal reale alla fantasia, segnalano anche che la persona che si ha davanti è sí una persona come tutte le altre, però in questo momento assume una funzione particolare. La cultura indiana è molto adatta a definire con questa sacralità tutti gli eventi. Noi non abbiamo la medesima profondità: lo spazio, la Tenda è uno spazio sacro. Noi stessi la viviamo cosí. La Tenda è il luogo in cui racconto storie e non viene usata per nessun altro scopo. Lo spazio si impregna di una sacralità e di una energia e non è più utilizzabile per altri scopi. Senza questo senso di sacralità il raccontare storie sarebbe solo un atto consumistico come tanti altri. Non mi interesserebbe piú. Il piacere di chi racconta storie nasce proprio dal vivere, dal sentire la sacralità della parola e della relazione che stabilisci con chi ti ascolta. È, anche, l'abbandonarsi a una grande intimità, perché chi racconta svela di sé delle espressioni che appartengono a una sfera molto privata. Si ritorna bambini e il successo che riscuoto con adulti e bambini, al di là di qualche suggestione che deriva da un uso particolare della voce, penso che stia proprio nel fatto che io "sono bambino". Gli altri mi vedono e si rivedono. Nel vedere e mostrare questa intimità c'è qualcosa di sacro.

D. So che non è facile rispondere, ma faccio anche a te la domanda che mi sento rivolgere spesso quando parlo di questi argomenti: come definiresti le differenze tra leggere storie ad alta voce, o raccontarle?

R. Secondo me la differenza sta nella maggiore o minore libertà di movimento. Quando leggo, col leggìo davanti, entro ugualmente nella storia, però lo spazio di cui dispongo è solo quello intorno al leggìo e con il corpo posso fare solo alcuni movimenti. Inoltre, per tanto che io cerchi di mantenere uno stretto contatto visivo con il pubblico c'è un rischio maggiore di estraniamento, di allontanamento dal pubblico. È come se entrambi, pubblico e lettore, fossimo piú soli, il coinvolgimento avviene piú con la mente, con la fantasia. Le emozioni si fermano a un certo livello. Con il movimento c'è una fisicità maggiore: chi racconta si muove e può gestire meglio lo sguardo, l'attenzione eccetera. Il pubblico, preso dal movimento, fa diventare piú fisico il modo di recepire la storia. Anche se rimane immobile, è comunque a una soglia diversa.

 

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