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PIETRO TARTAMELLA
BRIOGRAFIA DI UN POETA

 

Di segno contrario Pietro Tartamella è nato a Camporeale Palermo il 18 aprile 1948 ariete con ascendente ariete i suoi motti preferiti "la poesia in politica" e "leggere è bello come scrivere, viaggiare, fare l'amore". Quest'ultimo lo farà addirittura stampare sulla carta intestata della sua azienda.
Dal padre, muratore, gli viene il senso della giustizia e della saggezza.
Dalla madre, operaia e casalinga, il senso della teatralità.
All'età di quattro anni lascia la sua isola misteriosa per trasferirsi in una cittadina di frontiera, Ventimiglia, a quattro passi dalla Francia.
In terza elementare lìtiga con un compagno di scuola. Se le danno di santa ragione.
Il maestro, per separarli, è costretto a sferrare un terribile pugno in testa al piccolo Tartamella che non vuol saperne di allentare la morsa delle mani dal collo del compagno che, anche se più grande di lui, ha ormai il viso paonazzo da soffocamento.
Tartamella si avventa con furia anche sul maestro sferrando calci e cazzotti. Poi fugge.
È inseguito da due bidelli. Un bidello ruzzola per le scale. Guadagna infine il portone e l'uscita. Poco dopo, stremato, sarà raggiunto e ricondotto a scuola. È rimandato a settembre.
Invece di presentarsi all'esame di riparazione Tartamella preferisce farsi bocciare.
Ripete così l'anno per non voler rivedere quei compagni.
La famiglia è numerosa (tre maschi e due femmine), le condizioni economiche precarie.
I genitori, impegnati dalla mattina alla sera con il lavoro, sono costretti a mettere i tre figli più piccoli in collegio. Andranno così Pietro, Nuccio e Lina in collegio dalle suore a Dolceacqua.
Tartamella non dimenticherà mai lo squallore di quelle stanze, la luce sinistra di quel refettorio, le scodelle di alluminio, quello sconsolato ambiente autunnale con la pioggia.
Per fortuna vi resteranno solo una settimana.
La madre, resasi conto della tristezza di quel luogo, farà di tutto per trasferirli a Nervia, alla periferia di Ventimiglia, dove ora sorge l'ospedale. Ci sono sempre le suore, ma il nuovo collegio è decisamente migliore. Vi frequenterà la terza elementare da ripetente. Scapperà ancora dal collegio dopo un litigio con un ragazzo prepotente molto più grande di lui che angariava tutti.
Tartamella dimostra subito una profonda antipatia per tutto ciò che è vessazione, prepotenza, ingiustizia.
Cresce ragazzetto in un clima di battaglie. Bande rivali di immigrati meridionali, numerosissime e pericolose, infestano i vicoli della vecchia cittadina medievale e si affrontano spesso violentemente. Bastoni, archi, frecce, fionde, sassi, catapulte e carabinieri sono all'ordine del giorno.
All'età di 13 anni è a capo di una banda di ragazzini, la "G.W.R." che funziona con tanto di tessera, impronte digitali e rituali segreti, con il fine di proteggersi dalle bande rivali.
Ne fanno parte molti compagni di scuola e i ragazzi di Piazza Rocchetta.
I genitori, nel tentativo di migliorare la propria condizione, acquistano in via Tenda, nella città bassa, una drogheria; ma sarà un fallimento: dopo alcuni anni saranno costretti a rivenderla, rimettendoci tutti i loro risparmi.
Tartamella esprime precocemente la sua passione per la lettura. Lo affascinano i poeti, la matematica, le lingue, la filosofia. Trascorre intere giornate e intere notti sui libri.

Serena Leone, la bibliotecaria di Ventimiglia Alta, è attratta dalla sua tenacia, dalla sua vivacità e curiosità intellettuale, e lo indirizza nella lettura dei classici. Per Tartamella bambino sarà sempre una sofferenza allontanarsi dai libri per andare a guadagnarsi da vivere vendendo ora ghiaccio e bibite sulle spiagge, ora garofani rossi ai turisti.
Frequenta l'oratorio. Incontra Natalia, una infermiera di Milano, e Franco Vernò, un giovane missionario laico, giunti a Ventimiglia per occuparsi di tutte quelle bande di ragazzotti che infestano il paese. Lavorerà con loro con passione facendo l'assistente in colonie montane e appoggiando il piano di rieducazione di Monsignor Boero.
Si dedica agli anziani entrando nelle "Tute Azzurre", un gruppo di volontari che prestano la loro opera come animatori negli ospizi.
Festeggia il suo 18° compleanno con un centinaio di amici in uno scantinato di Ventimiglia Alta le cui pareti egli stesso affresca con navigli e marinai lavorandovi un mese intero tutte le notti. Sancito con quella festa il raggiungimento della maggiore età, inizia a viaggiare in autostop per mezza Europa: Francia, Inghilterra, Svizzera, Germania, Spagna, Italia. Incontra Bruno Veri con cui stabilisce una profonda amicizia che durerà per anni.
Dagli ostelli della gioventù e dalle grandi strade europee, all'isolamento quasi completo: trascorre infatti una stagione estiva nella piccola chiesetta di San Bernardino, a Triora, sulle montagne liguri, lavorando fianco a fianco con l'anziano pittore Carlo Zanfrognini di Mantova. Con spatole, pennelli e colori è aiuto assistente nel restauro dei preziosi affreschi della storica chiesetta. Il parroco di Triora pubblicherà sul giornale locale un profilo di Tartamella e alcune sue poesie.

Nel '68 si diploma geometra all'Istituto Tecnico "G. Ruffini" di Imperia. Diventa amico di Sismondini, il professore cieco che aveva perso la vista da giovane in un incidente di caccia: è il suo professore di Diritto. Tartamella lo accompagnerà sottobraccio per due anni da casa a scuola, da scuola a casa. Parlano, discutono, analizzano. Da quella amicizia gli deriverà la passione per il Diritto.
Con la poesia "I lavoratori" Tartamella partecipa al concorso di poesia indetto dal suo istituto e vince il primo premio.
Durante il servizio militare lo vediamo indossare le vesti di Sottoufficiale nell'Artiglieria Contraerea Leggera alla Scuola di Sabaudia, poi a Ghedi, poi a Verona. In caserma darà del filo da torcere a Capitani, Maggiori e Colonnelli, con le sue iniziative, le sue stravaganze, le sue denunce. Quando si congederà, molti graduati di leva tireranno un sospiro di sollievo.

Approda a Torino nel 1970 con centomila lire messe da parte sotto le armi. Sono tempi duri. Senza soldi. Senza lavoro. L'Università, ancora sfasciata dagli strascichi del '68 studentesco, sarà un ostacolo insormontabile. Iscrittosi ad Ingegneria dovrà abbandonarla dopo solo un anno.
Vedrà centinaia di giovani ritornare ai loro piccoli paesi nel Sud, nelle campagne, e abbandonare l'Università per non aver trovato i mezzi per sopravvivere. Per Tartamella, testimone dello scempio di tante energie e intelligenze, sarà una enorme sofferenza.
Egli sopravvive sballottandosi da un lavoro all'altro. Fa il cameriere in una pizzeria di Via Saluzzo, il manovale in un cantiere edile, il correttore di bozze al Tuttosport, lavora per la Creativity Window facendo ricerche statistiche, scarica cassette di frutta e verdura ai Mercati Generali. Al Salone dell'Abbigliamento aiuta a montare gli stands prestandosi la notte a fare la guardia. Dà lezioni di inglese. Vende enciclopedie per l'Editrice Cuma. Scrive Buone Feste e Buon Natale sulle vetrine dei negozi di tutta Torino.
Per racimolare qualche soldo parte una estate per l'Inghilterra con Sandro Cerrato, uno studente di Agraria. Approdano a Norwich in un campo di lavoro per la raccolta delle fragole. Uno di quei campi di lavoro per la gioventù descritti nei depliants con tanti colori e possibilità, che esaltano la gioventù, lo svago, le canoe, dove si impara l'inglese, dove si conosce tanta gente. Dopo alcuni giorni si rendono conto dell'incredibile sfruttamento. Gli alloggi sono pollai riadattati alla meglio, il cibo è scarso, la paga ridicola. Tartamella protesta. Si fa promotore di una vera e propria rivolta. Tutto il campo è in subbuglio; un migliaio di giovani venuti da ogni parte del mondo smettono di lavorare. Tutto il raccolto di fragole rischia di andare a male. La manodopera locale costa troppo e i padroni non vogliono perdere tanto danaro. Interviene la polizia.
Una delegazione di giovani, dopo aver racimolato qualche sterlina facendo una colletta, parte per Londra a denunciare all'ambasciata italiana le condizioni di quel campo di lavoro chiedendo un intervento. Tartamella scoprirà quanto all'ambasciata italiana poco interesserà la sorte di quegli studenti. Se ne ritornerà in Italia senza nemmeno una lira con l'amarezza di aver visto il mondo dei giovani sfruttato senza pietà.

Abbandona il Politecnico e si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di Laurea in Lingue e Letterature straniere; sceglie lo spagnolo come lingua fondamentale. Non acquisterà mai un libro per gli esami, se li farà tutti prestare dai compagni e dagli amici. Ha ottimi voti. A quattro esami dalla laurea matura la sua grande scelta che sarà la scommessa della sua vita: rinuncia infatti al cosiddetto "pezzo di carta"; decide consapevolmente di non laurearsi! È la sua silenziosa, sofferta, profonda protesta contro la concezione che il nostro sistema sociale ha della cultura.

Nel '71 pubblica a sue spese il primo libretto di poesie: "Sentimenti".
L'anno successivo esce "Stalattiti di speranze ammutolite" che contiene, oltre alle sue poesie, un saggio di Bruno Veri.
Fonda in quel periodo la rivista "La Tenda", un mensile di poesia e letteratura che riuscirà a far sopravvivere puntualmente, con enormi sacrifici ma con grandi soddisfazioni, per quattro anni consecutivi. Il logos è un tepee indiano costruito con le lettere che compongono la parola “Tenda”.
È il fortunato incontro con Ernesto Manzini, un detective privato con un rinomato studio in via Accademia Albertina. È questo signore che gli consente di dare il via alla rivista. Manzini gli mette infatti a disposizione per due anni il suo studio e il suo ciclostile perché quei fogli possano uscire.
La piccola cameretta ammobiliata di via Madama Cristina 26, dove Tartamella abita, diventa subito un punto d'incontro, un via vai continuo di scrittori e poeti. Inizia un periodo entusiasmante, magico, che esprime il senso profondo della giovinezza.

Tartamella, ancora per protesta, si arrampica su un albero in pieno centro a Torino, di fronte alla stazione di Porta Nuova, in piazza Carlo Felice.
Era il 9 dicembre 1973.
La Stampa scriverà: "C'È UN POETA SU UN ALBERO. VISITATO DA UN MEDICO".
Naturalmente risulterà sano di mente, tanto che nel '74 esce il libro "Ballata del poeta sull'albero", un’unica lunga bellissima poesia incominciata a scrivere proprio quella notte mentre era ospite tra i rami e le fronde di quell’albero.

Nel '76 pubblica "I poeti de La Tenda" un libro appassionante e tenace in cui racconta due anni della sua vita e la storia della rivista da lui fondata. Alcuni studenti in alcune università italiane menzioneranno i due libri e ne faranno oggetto di studio per le loro tesi di laurea.
Contatti, amicizie, poesie, letture, crescita, passione. Tartamella vive per quattro anni, a tempo pieno, di poesia. Stampa i suoi libri e li vende personalmente, assieme alla rivista, in tutta Italia: per le strade, nelle piazze, sulle spiagge della Romagna camminando a piedi sulla sabbia per chilometri e chilometri, piagandosi le spalle sotto il sole estivo. Incontra migliaia di persone.
È il periodo in cui Bruno Veri si unisce a lui e poi Gianni Borraccino di Milano.
Vende in quattro anni diecimila copie dei suoi libri.
È un pellegrinaggio continuo, una vocazione profonda, una ricerca disperata dei propri simili che ha qualcosa di biblico, di profetico. Sulle pagine d'apertura del libro "I poeti de La Tenda" troviamo una frase che forse può dare il senso di quegli anni: "...come se dio avesse mescolato una manciata di uomini in mezzo agli altri uomini, dando ad essi il compito di trovarsi...".

Nel '74 esce per la Rusconi una edizione della rivista "La Voce" fondata da Giuseppe Prezzolini nel 1908. Tartamella la divora. Gli scritti di Prezzolini, Papini, Slataper, Soffici, Amendola, Casati, Serra, Murri, Gentile, e soprattutto lo spirito, lo entusiasmano. La Voce ha qualcosa di simile a La Tenda. Alcuni anni più tardi Tartamella deciderà finalmente di scrivere a Prezzolini, ma non riceverà risposta perché Prezzolini muore poco dopo.
Conosce in quel periodo al Mulino di Bazano il poeta sperimentale Adriano Spatola. Trascorrono insieme tutta la notte discutendo di poesia. Le loro concezioni però sono diverse. Non ne viene fuori nessuna collaborazione, anzi è uno scontro. Spatola, se fosse ancora vivo, sarebbe molto sorpreso di sapere che è proprio Tartamella a recitare per le strade alcune sue poesie sperimentali e sonore.
Anche l'incontro con Guccini a Roccabianca non produce nessuna collaborazione. E nemmeno quello con Paolo Volponi ad Urbino. E nemmeno l'incontro con Guido Seborga a Bordighera. I "grandi" se ne stanno un po' in disparte, molto sospettosi di fronte a quei piccoli e poverissimi fogli della Tenda che all'inizio sono ciclostilati e poi stampati in tipografia senza carte patinate.

Il 16 febbraio del '74 sposa Anna Maria Verrastro, una insegnante elementare. Gli amici, conoscendo lo spirito controcorrente di Tartamella, si aspettano un matrimonio rivoluzionario: infatti si sposano in chiesa con l'abito bianco e la cravatta.
Mettono al mondo due figlie, Nagi e Ajdi. Nagi è il nome della madre di Mouwaiya, l'amico persiano, un grande spirito incontrato a Perugia durante il loro girovagare per l'Italia. Ajdi invece è il nome della protagonista di un racconto che Tartamella scrive per l'Intrepido. Nel '76 infatti Tartamella indossa i panni di soggettista e sceneggiatore per la casa editrice Universo scrivendo racconti per Il Monello, l'Intrepido, l'Albo dell'Intrepido. Quando la rivista La Tenda chiude, tutta la redazione: Gianni Borraccino, Silvana Gay, Mauro Bartoli, sotto la guida di Agrippino Musso che li instrada nel mestiere di sceneggiatori di fumetti, vanno a lavorare per la stessa casa editrice. Tartamella vi rimane due anni. Le sue condizioni economiche migliorano.

Nell'ottobre dell'88 Carmela la Vite, sua madre, muore d'infarto all'età di 68 anni. Seduta davanti al televisore acceso non si sveglierà più. Quando è il momento di commemorarla l'amato figlio Pietro, convincendo il padre, i fratelli e le sorelle, farà stampare sul "santino" da inviare ai parenti e agli amici, un testo moderno, una poesia sua che a quel tempo risulterà rivoluzionaria rispetto alla tradizione siciliana.
Nel 1979 Tartamella inizia come gerente in via Cravero 38, nella periferia di Torino, il mestiere di edicolante.
Nell'83 riesce a comprare un'edicola e a mettersi per conto proprio, indebitandosi di nuovo.
Da quel momento sarà conosciuto come "l'edicolante di via Vanchiglia".
Il suo modo di presentarsi al borgo è un volantino, un inconsueto biglietto da visita che distribuisce nelle buche delle lettere. Il titolo di quel testo è: “La Scorreggia”. Per i benpensanti ha come sottotitolo “Riflessione aperta su un fenomeno della sottocute”.
Appare per la prima volta, firmato con lo pseudonimo “Vergingetorige”, sul numero di agosto/settembre 1976, anno IV, della rivista di poesia e letteratura “La Tenda” fondata e diretta dallo stesso Tartamella.
Condividendo il pensiero e la filosofia di William Burroughs, Tartamella utilizza i propri racconti come testi per conferenze, li frammenta, li disloca in altri testi e contesti, li reintegra, li abbrevia, li spezza, li allunga, li adatta, ritenendo opportuno e legittimo dare ai propri scritti una mobilità assoluta.
Usa così la sua scorreggia in diverse occasioni facendola diventare particolarmente provocatoria.
La prima volta nel 1983 subito dopo aver rilevato l'edicola al numero 25 di via Vanchiglia, la distribuisce in 10.000 copie nei quartieri Barca, Bertolla, Centro, e Borgo Vanchiglia. E' il suo singolare biglietto da visita, il suo modo di presentarsi.
La scorreggia, distribuita, fa molto rumore e suscita le reazioni più disparate: dalla risata allo scompisciamento, dall'incredulità al rossore, dalla simpatia alla lettera minatoria, alla telefonata anonima. Pur aspettandosi qualche reazione schifata e arricciamenti di naso, Tartamella non immaginava che le sue innocenti riflessioni naif su un fenomeno della sottocute potessero suscitare a quell' epoca tanto livore da trasformarsi in minacce telefoniche e violenti epistolari anonimi.
Comunque non si arrende, anzi, stimolato e divertendosi, inizia a dare la stura a tante e tali proteste e provocazioni che in capo a quattro anni viene addirittura eletto " Presidente della Associazione Operatori Economici di Via Vanchiglia". Riesce cioè a conquistare fiducia, stima, simpatia e seguito. Giunge a rivestire un ruolo “ufficiale”, “istituzionalizzato” senza doversi tagliare i lunghi capelli e la barba, né essere costretto a mettersi la cravatta, né a rinunciare alle scarpe da ginnastica comode ed economiche, né a rinnegare l'orecchino che gli penzola dal lobo sinistro.
Il suo più grande successo politico, sociale e culturale è proprio questo: farsi accettare così com'è. Lui che tante perplessità e timori aveva suscitato con la sua figura così poco ortodossa, proprio lui che distribuisce scorregge e riflessioni sottocutanee e provocazioni le più pazze, le più assurde, le più sottili e a non finire, diventa “Presidente” dei commercianti di Via Vanchiglia.
Ma le sue stravaganti azioni sono sempre accompagnate da scritti che inducono a una riflessione. E tutta la gente di Vanchiglia, un borgo di venticinquemila abitanti (quando Tartamella non decide di tracimare in altre contrade e quartieri) legge i suoi scritti e li comprende.
La stessa scorreggia, con qualche arrangiamento, Tartamella la ricicla in alcune migliaia di copie nel 1987 durante la sua campagna elettorale quando è candidato in Parlamento nelle liste del Partito Radicale. Una campagna fatta a colpi di letture pubbliche di poesia nelle piazze, per la quale potè spendere solo trecentomila lire e gli costò anche una denuncia per aver esposto nelle bacheche della sua edicola cartelloni che pubblicizzavano la sua candidatura.
L'imputazione per “aver esposto propaganda elettorale fuori dagli appositi spazi” risultò infondata; difeso dall' avvocato Elena Negri, Tartamella risultò assolto in quanto il fatto non sussisteva.
Molti anni sono passati dalla prima massiccia distribuzione della scorreggia. Ora per fortuna non ci sono più le reazioni violente di quella prima volta. Ma non si può mai dire!
Pur se impegnato in edicola a lavorare quattordici ore al giorno, Tartamella riesce a frequentare per due anni, la sera, la scuola di teatro di Carla Pescarmona. Successivamente frequenta il corso di mimo di Franco Cardellino.
Anche l'edicola, come un tempo la sua cameretta ammobiliata di Via Madama Cristina, è un punto di riferimento. Organizza serate presentando personaggi e libri. Sono suoi ospiti lo scrittore Angelo Gaccione di Milano, l'editore Bertani di Verona, il giornalista-scrittore Angelo Quattrocchi di Giuncarico.
Escono nel frattempo due antologie, "Il Magico negli Occhi" e "Addio a Proust". Tartamella vi compare insieme a Zanzotto, Buttitta, Brugnaro, Fortini, Roversi, Gaccione, Argnani.
La poesia "I Lavoratori" compare in un testo scolastico per le scuole elementari curato da una casa editrice meridionale.
Tartamella è sempre attratto dal motto "la poesia in politica".
Per realizzarlo trova il tempo di impegnarsi nel sindacato per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro degli edicolanti che fanno orari massacranti. Ne sa qualcosa egli stesso quando prova sulla sua pelle cosa significa un esaurimento nervoso. Non andrà da un medico. Si curerà da solo con effetti placebi, fumando la pipa e ascoltando continuamente cento volte al giorno, per giorni e giorni, la musica del "Bolero" di Ravel. Ne uscirà guarito sei mesi dopo.
Divenuto presidente della Associazione Operatori Economici di Via Vanchiglia realizza molte iniziative sino a stampare anche un giornale del Borgo.
Nell'84 è candidato in parlamento con il partito Radicale. Frequenta la sede di via San Tommaso 7 e nasce una collaborazione politica con Angelo Pezzana.
Nelle amministrative del maggio 1990 si presenta come indipendente nelle liste del partito comunista, per la 7ª circoscrizione. È eletto consigliere. Viene eletto altresì membro della Consulta delle Associazioni di Via, presieduta da Giuseppe de Maria.
Nell'estate dell'84 viene invitato ufficialmente dal comune di Camporeale, il paese dove è nato. Da vent'anni non aveva più avuto rapporti con le sue origini. Lo accompagna il padre.
È l'ultimo viaggio che suo padre farà prima di morire. La Pro Loco di Camporeale organizza la festa intorno al tema dell'emigrazione. Tartamella viene abbinato agli Inti-Illimani. È un successo. Quarantamila persone ascoltano il suo recital.
Di quel ritorno in Sicilia ne parlano i giornali locali e, oltre oceano, i giornali italo-americani degli emigrati. Conosce in quella occasione Maria Saladino, la battagliera insegnante che ha costruito scuole per i figli degli assassinati dalla Mafia e per i figli dei delinquenti, facendo un giro di conferenze persino in America per la raccolta dei fondi necessari.
Mentre è in Sicilia Tartamella vorrebbe conoscere Danilo Dolci, ma con molto rammarico non riesce ad incontrarlo.
Riscoperta la sua terra, che ha sempre portato nel cuore, l'anno successivo Tartamella sente il bisogno di appropriarsene profondamente e inizia un viaggio, una sorta di ritiro spirituale, camminando a piedi sui monti Peloritani, sui Nèbrodi e le Madonìe, da Messina a Palermo, sino a Camporeale. Al ritorno scrive i racconti "La Cattedrale di Mastro Cheli", "La Signora delle Ferrovie", "Herbert e la Bottiglia", "L'Africa in giardino".

Il 22 giugno 1985 suo padre muore. Gli lascerà in eredità, dopo una vita di lavoro, soltanto una còppola. Tartamella la porterà in testa per due anni, con il religioso intento di fare suo, nel più profondo, lo spirito del padre. In chiesa, durante la cerimonia funebre, senza preavviso né accordi precedenti con nessuno dei famigliari, Tartamella darà l'ultimo saluto a Vincenzo, suo padre, suonando con le lacrime agli occhi alcune note con un flauto dolce, seminascosto dietro una colonna della navata centrale della cattedrale.

Nell'87 Kathrin D. Marocchino, una collaboratrice della Tenda, gli scrive dall'Università di Stanford, in California, dove insegna. Lo informa che migliaia di studenti americani ogni giorno nelle università leggono, su un libro di testo, un brano che fa riferimento alla rivista di poesia e letteratura "La Tenda", fondata a Torino da Pietro Tartamella.

Nell'87 conosce Carmelina Greco. Da lei impara l'arte del ricamo. Nasce subito una amicizia e una collaborazione. Insieme progettano e realizzano, con l'aiuto di un gruppo di donne del Borgo Vanchiglia, una serie di quadri ricamati a mano, a punto erba e punto lanciato, che illustrano le Mille e Una Notte. Un lavoro straordinario che dura alcuni anni. Tartamella racconterà le fiabe delle Mille e Una Notte illustrate con quei lavori splendidi.

Nell'88 si diploma alla Scuola di Giornalismo e Pubbliche Relazioni di corso Matteotti diretta da Pietro Rossi.
Continua a scrivere libri senza preoccuparsi di pubblicarli. Inediti sono i due saggi "Chi sterminerà i poeti?" e "Questo mestiere di giornalaio". Nel primo descrive la sua concezione della poesia gestazionale. Nel secondo traccia una analisi socio politica ed economica sulla condizione e il lavoro degli edicolanti in Italia.  “Questo mestiere di giornalaio” è un saggio di politica sindacale, parla di cifre, numeri, redditi, ma lo stile con cui è scritto è davvero particolare. Per averne un’idea eccovi l’introduzione:


Mio padre è morto di cancro nel giugno del 1985.
Emigrato. Muratore. Analfabeta. Siciliano come me.
È stato l’uomo che più ho amato. Soprattutto per la sua grande saggezza e la sua straordinaria intelligenza.
Un giorno, in occasione del suo ultimo viaggio in quell’isola misteriosa che è la Sicilia dove si recava dopo molti anni di assenza a vedere e a salutare per l’ultima volta gli amici d’infanzia anche loro ormai vecchi di settantasei anni, io gli dissi che lo amavo.
Lo stimavo incondizionatamente, e non perché era mio padre, ma perché era semplicemente un uomo “ricco” capace di generare sentimenti di affetto e di stima.
Lui, che aveva sperimentato in quella occasione per la prima volta il viaggio in aereoplano, con gli occhi velati dal ricordo di cavalli e di terra e di paese dov’era nato, non rispose.
Ci era rimasto male.
Pensava che avessi dovuto apprezzarlo perché ero suo figlio.
Immobilizzato da più di un anno in un letto passava i suoi giorni dalla casa all’ospedale.
Aspettando il suo ultimo giorno sognavo di abbracciarlo nel momento in cui sarebbe spirato. Sì, desideravo stringerlo fra le mie braccia mentre moriva.
Non mi fu possibile.
Il mio lavoro di giornalaio me lo impedì.
Mia moglie fa l’insegnante elementare e le mie due figlie vanno a scuola.
Avrei desiderato vivere con loro un rapporto più fisicamente ravvicinato abbracciarle stringerle dialogare crescere con loro più spesso.
Ma non mi è stato possibile in questi anni.
Il mio lavoro di giornalaio me lo ha impedito.
Dopo aver conseguito il Diploma di Geometra ho frequentato un anno di Ingegneria al Politecnico di Torino. Poi mi iscrissi alla Facoltà di Lingue e Letteratura Straniera. A quattro esami dalla Laurea abbandonai tutto, perché scoprii che un pezzo di carta non qualifica un uomo e non attesta nessuna particolare qualità, né ricchezza interiore.
Ma questo non tutti possono capirlo.
Ho sempre letto e divorato libri fin da quando ero bambino; appassionato di ogni conoscenza: dalla filosofia al cinema al teatro alla poesia alla linguistica alla sociologia agli origàmi ai salti mortali.
Ma da quando faccio il giornalaio (sono quasi otto anni) ho dovuto rinunciare a molti interessi. Miravo a costruirmi una personalità ricca, matura, libera, creativa, piena in ogni suo aspetto. Un disegno a cui più non voglio rinunciare e che ora, quasi alla soglia dei quarant’anni, e forse grazie anche alle difficoltà incontrate, perseguo con maggiore consapevolezza e maggiore determinazione.
Il mio lavoro di giornalaio costringendomi ad un impegno di quindici ore al giorno mi ha sospinto nella deplorevole condizione di non poter più leggere un libro. Per ben cinque anni consecutivi non sono riuscito con gli occhi a scorrere un rigo di tipografia, pur con tutte le tentazioni delle riviste in edicola, né ho scritto quanto avrei desiderato.
Sopraffatto da un esaurimento nervoso strisciante e vissuto in privato in silenzio senza ricorrere a medici né a lunghi riposi né a cure di sonno perché il mio lavoro di giornalaio me lo impediva, ho sperimentato il degrado culturale, l’impoverimento dello spirito, la vessazione di un lavoro svolto in condizioni abnormi e fuori da ogni buon senso e ragionevolezza.
Ho visto molti colleghi rintronati condursi coi piedi striscianti infelici esausti anch’essi.
Solo quando toccai il fondo ebbi la forza di chiedermi:
“ma questo mestiere di giornalaio, che cos’è?”.
Che cosa vuol dire questo morire morire pian piano defraudato di ogni altro interesse di ogni altra possibilità?
Così sono entrato nel sindacato con lo scopo di fare un giornalino. Lottare perché le mie condizioni di vita e di lavoro potessero cambiare.
Le tre motivazioni esposte all’inizio, personalissime, sono sufficienti a dimostrare quanto sono disposto a tirare fuori gli artigli a mordere e graffiare pur di non sottostare più a una condizione di lavoro così anacronistica e degradante.
Forse altri hanno motivazioni diverse.
Sono un giornalaio come voi.
Quello che ho scritto in queste pagine sono la mia e la vostra storia.
È a voi che mi rivolgo prima di tutto. E poi a coloro che hanno fatto questo mestiere in passato e che sono fuggiti disgustati per andare a cercare qualcosa di meglio. E mi rivolgo a chiunque operaio, impiegato, casalingo, imprenditore, politico o giocoliere perverrà, per qualsiasi motivo, a questi fogli.
Sapete, li ho scritti in negozio servendo i clienti con una mano e con l’altra battendo a macchina nei brevissimi intervalli fra un cliente e l’altro. Ognuno di voi sa benissimo quanto è difficoltoso fare la resa e imbastire una addizione mentre si è costantemente interrotti dalla gente entraedesce. Immaginate dunque la difficoltà di battere a macchina, mantenere il filo logico del discorso e l’argomentazione.
Ma sono contento: questi scritti infine sono riuscito a metterli insieme. Mi permetteranno di comunicare con voi.
Anche il giornalino che avevo in mente voleva essere uno strumento per comunicare con voi. Ma non sono stato in grado di spuntarla all’interno dell’attuale Consiglio Direttivo Provinciale del Sindacato.
Forse domani.
Forse ce la faranno altri.
Oggi sono qui. Faccio quello che posso.
Domani potrei essere altrove.
In ogni caso sempre di passaggio.
Viviamo all’interno di quattro mura o quattro lamiere di chiosco per quindici ore al giorno senza poterci permettere grandi evasioni e allontanamenti.
Col tempo finiamo con l’abituarci talmente a quella poca superficie divenuta familiarissima come le nostre tasche, che finiamo addirittura (troppo necessario è il bisogno di sognare come il pane) col considerarla il nostro regno, a volte il nostro castello, spesso la nostra roccaforte, forse il nostro convento.
O la nostra prigione.
Una cella che, sola, diventa un universo.
La comunicazione si fa difficile perché anche gli altri colleghi giornalai sono chiusi nella loro prigione e la distanza è andata troppo dilatandosi. Per troppo tempo.
Le osservazioni e le particolari sfumature descritte in questo saggio non sono tutta farina del mio sacco. I giornalai con la loro semplicità, con la loro difficoltà nell’esprimersi, pur nella loro disinformazione e nel loro isolamento, hanno saputo essi stessi individuare molti dei nostri problemi nonché le intenzioni degli editori che sembravano tanto oscure o addirittura inesistenti.
Se un merito mi si vuole riconoscere è quello di aver messo insieme le osservazioni, di averne trovato il nesso logico, di aver materialmente scritto e costruito questa documentazione di duecento pagine che può essere uno strumento utile per i giornalai e per il sindacato.
Voglio quindi ringraziarli tutti quei giornalai per i loro suggerimenti, anche inconsapevoli, che mi hanno dato durante le assemblee, negli incontri di base e in quelli dei dirigenti. Ringraziarli perché dalle loro isolate osservazioni ho potuto mettere insieme i tasselli e ricavare un quadro generale della situazione.
Se ho dato qui e là l’impressione di aver troppo calcato la mano nel descrivere la condizione dei giornalai, ricordo che mi sono riferito alla media. Molti colleghi vivono discretamente bene, ma ciò non toglie che ve ne sia una grande parte in grado di riconoscersi nel dipinto. E sono quelli che più hanno necessità di un lavoro ragionevole e meglio pagato.
Per quanto riguarda le critiche e le frecciate al Sindacato, nulla di grave: le ritengo salutari se c’è la disponibilità al miglioramento, se l’animo è sgombro da pregiudizi e se non vi sono eccessivi e morbosi attaccamenti alle poltrone.
Calandomi con i pochi mezzi a disposizione nello studio dei problemi della categoria ho fatto ciò che ho potuto. Mi sono però ritrovato, man mano che scrivevo questi fogli, più maturo e consapevole.
Poiché la crescita culturale e la creatività sono fini che ho sempre perseguito non posso che essere contento di questo mio nuovo piccolo passo.
Vorrei conoscere di più. Acquisire nei dettagli e ampiamente tutte le diverse realtà nazionali della categoria: dati, informazioni, notizie, tutto ciò insomma che ancora mi manca per sentirmi profondamente preparato. Conoscere di più non per “dovere”, perché non c’è nulla che io faccia per dovere, ma perché è bello conoscere, perché alimenta la crescita culturale e spirituale e la qualità della vita, perché è piacevole, perché è un gioco.
Quindi nulla di speciale.
In fondo le cose sono semplici, anche se il più delle volte nascoste.
Mi sono avvicinato ai problemi della categoria con la semplicità di chi davvero ama capire le cose, aperto ad ogni pensiero che potesse aggiungere un tassello. Con la stessa semplicità che vi avrebbe messo mio padre, emigrato e analfabeta. Con la stessa semplicità ho cercato di descrivere sottigliezze psicologiche, strategie degli editori, meccaniche evanescenti ma concretamente reali che spesso trascuriamo, ma che non sarebbero sfuggite a mio padre in grado con la sua intelligenza e la sua sensibilità di “comprendere”; prima che morisse di cancro e prima che io potessi abbracciarlo l’ultima volta.
Ma non mi fu possibile.
Il mio lavoro di giornalaio me lo ha impedito.


Pietro Tartamella




Inediti sono anche il romanzo autobiografico "Il Padre ed il Paese", la raccolta di articoli e riflessioni "Gli sgabellari", il racconto "Il Paese di Whoon" e il racconto "Il sentiero dei zoccoli tum tum".
Si contano sulla punta delle dita le volte che Tartamella ha partecipato ad un concorso letterario. Li ha sempre disertati. Sempre si è tenuto lontano dai canali ufficiali, consueti, consolidati. Fin dai tempi in cui era studente universitario a Torino, prima al Politecnico poi alla facoltà di Lingue e Letteratura Straniera, ha sempre stampato in proprio, diffuso e venduto di persona, o regalato, i suoi scritti sotto forma di volantini ciclostilati fotocopie libri libretti letture. Gli piace sentirsi una goccia d'acqua in un mare
di guai.
Gli Sgabellari sono racconti, riflessioni, articoli, interventi, considerazioni, poesie che Tartamella ha diffuso in maniera del tutto particolare.
Per molti anni ha esposto dinanzi alla sua edicola uno sgabello di legno. Sopra lo sgabello un'alta pila bianca di fogli: i suoi scritti in fotocopia. La gente del quartiere, che è l'interlocutore specifico a cui si rivolge, passando prende quei fogli, li legge, li passa agli amici, ne fa altre fotocopie, li spedisce a conoscenti in altre città, li conserva.
Tartamella concepisce la scrittura come un semplice strumento attraverso cui veicolare opinioni, poesia, immaginazione, fantasia, sogni, atmosfere, esperienza, ironia, tristezza, nonsenso. Un gioco serio insomma. La scrittura come rituale. La gratificazione gli deriva dall'atto fine a sé stesso dello scrivere, e dal fatto che centinaia di persone: studenti, operai, massaie, padri di famiglia, donne, vecchi, commercianti, professionisti, pensionati, professori, cattolici, atei, delinquenti, omosessuali e persino analfabeti leggono davvero i suoi Sgabellari, li commentano, li riproducono, li diffondono ancora, reagiscono in qualche modo.
Di tanto in tanto Tartamella ha notizia di qualcuno che in Liguria, Toscana, Roma, Francia, Germania ha letto un suo scritto avuto da un amico che a sua volta lo ha avuto dall'amico di un amico di un amico che a sua volta lo ha preso da quello sgabello di legno in via Vanchiglia, dinanzi a una edicola.
Con i suoi Sgabellari Tartamella ha abituato al proprio stile un intero quartiere, coltivando lettori affezionati disposti a leggerlo con piacere e con interesse, tanto da potersi permettere di scrivere volantini, anche di natura sindacale e politica, lunghi diverse pagine lasciando increduli amici, sindacalisti, politici, istituzioni, gruppi e associazioni che non riescono a farsi leggere nemmeno per mezza facciata, tanto sono infarciti di insipidi luoghi comuni e slogans.
Dopo il lungo sciopero della parola contro il Fisco, durato centoventidue giorni, Tartamella fonda nel marzo del 1987, con atto notarile, l'ARISC un'associazione che organizza proteste non violente per denunciare ingiustizie incostituzionalità e soprusi da parte dello Stato e della pubblica amministrazione.
Le azioni, sempre eclatanti e fantasiose, finiscono sui giornali e in televisione. Utilizzando sapientemente i mass-media l'ARISC (Associazione per la Riappropriazione della Sovranità del Cittadino) riesce a sollevare problemi spingendo amministratori e politici a prendere in considerazione fatti che richiedono una soluzione e una risposta. Ogni protesta è accompagnata da scritti chiarificatori che spesso sono veri e propri pezzi letterari come la "Lettera Aperta ai rapitori di Marco Fiora” che richiede, dato il contenuto particolare, una introduzione un po' dettagliata.
Marco Fiora viene rapito il 2 marzo 1987. Dopo mesi di silenzio, durante i quali non si hanno più notizie del bambino, Tartamella intuisce un suo possibile intervento. Uno sciopero della vista. Bendarsi gli occhi. Scrivere una lettera aperta ai rapitori di Marco. Qualcosa gli dice che questo gesto servirà. Lo intuisce semplicemente, non sa spiegare il perché. È una intuizione profonda. Sa soltanto che deve compiere quel gesto e deve scrivere quel messaggio ai rapitori. Una energia. Una forza interiore.
Convoca un'assemblea dell'ARISC. Illustra l'idea. Non interessa a nessuno. Tutti pensano che sia una sciocchezza, una pagliacciata che non servirà a niente. Non sono disposti a finanziarla. Solo Anna e Mario, e poi Biagio, anche se scettici, pensano che si potrebbe tentare.
Tartamella dichiara con calma e con incredibile sicurezza che farà quella protesta comunque, anche se dovesse rimanere solo. È così determinato che i soci ARISC, anche se con mille incertezze e malincuori, acconsentono al finanziamento e danno la propria disponibilità a gestirla.
Si passa immediatamente alla fase operativa. Tartamella parla con i genitori di Marco.
Li informa che si accinge a fare uno sciopero della vista. Sottolinea che li informa soltanto, perché gli sembra giusto, ma non devono considerare quel loro incontro come una richiesta di permesso. È intenzionato a fare comunque quella protesta.
I genitori di Marco, disperati per non aver avuto più notizie del figlio rapito, rispondono che ormai era stato tentato di tutto e se proprio Tartamella se la sente di fare quel sacrificio per Marco non possono fare altro che ringraziarlo.
Tartamella analizza diverse decine di appelli fatti in occasione di rapimenti da politici, religiosi, amministratori, sindaci, uomini di cultura, vescovi, il Papa stesso, Celentano in tivù, Pippo Baudo. In tutti questi appelli manca qualcosa. In essi si chiede semplicemente di liberare il rapito. Nessuno offre qualcosa in cambio.
Tartamella imbastisce la sua Lettera Aperta in modo tale che in realtà qualcosa offre ai rapitori in cambio della liberazione di Marco. Quello che offre sa che non potrà essere condiviso dall'istituzione, sa che verrà censurato dai mass-media, sa che non può essere detto perché è un tabù, sa che tutta la nostra società è fondata su una cultura del nascondimento.
Pur prevedendo il vespaio che andrà a scatenare, pur sapendo che molti si schiereranno con lui e molti contro, l'edicolante di via Vanchiglia decide di rischiare. Il suo scopo è uno solo: fare qualcosa che serva davvero a far liberare Marco.
Tartamella è sicuro che il gesto di bendarsi gli occhi per quaranta giorni produrrà un grande effetto sui rapitori. Si sforza di mettersi nei loro panni, di ragionare con la loro testa; sa di toccare tasti ancestrali e poi lui non è un politico, non ha un ruolo “ufficiale”, è semplicemente un giornalaio che conosce Marco perché veniva a comprare piccoli giochi e figurine nella sua edicola. In poche parole Tartamella parla ai rapitori in modo incredibilmente chiaro ed onesto. Il testo della Lettera Aperta viene registrato su cassetta e inviato in tutta Italia a decine di Radio Private. Viene diffuso attraverso canali underground, giornali alternativi e giornali sindacali tra cui quello dello SNAG giornalai.
Tutta l'informazione ufficiale invece censura la lettera.
Nemmeno Radio Radicale manda in onda l'appello.
Il 5 febbraio 1988 inizia lo sciopero della vista. Un'alta pila di fotocopie della Lettera Aperta è esposta sullo sgabello di legno dinanzi all'edicola di Via Vanchiglia fin dal mattino presto.
Il giorno dopo, con sorpresa, arriva in edicola la prima telefonata da parte dei rapitori.
La telefonata fa riferimento, anche se vagamente, al contenuto della lettera. Poiché il testo non è ancora stato mandato in onda dalle radio private, e nessun giornale ancora lo ha pubblicato, significa che i rapitori lo hanno preso da quello sgabello! È un dato importante.
Le telefonate continuano. Una ventina in tutto. Prima in edicola e poi a casa, anche con minacce se Tartamella non riuscirà a far pubblicare dai giornali quello che i rapitori vorrebbero, i quali in sostanza continuano a dire che il padre di Marco i soldi ce li ha e non li vuole tirar fuori. Ma Tartamella non ha nessun potere né voce in capitolo nelle redazioni dei giornali e poi quella richiesta era insensata e non bisognava cedere. Occorreva tergiversare, anche perché Tartamella non ha nessuna prova per testimoniare che i rapitori sono davvero in contatto con lui.
Se ne avesse parlato, qualcuno avrebbe potuto pensare “si è montato la testa”.
Per questo motivo per molti giorni non potrà parlare con nessuno del suo contatto con i rapitori.
Una sera finalmente quella voce anonima gli dice al telefono di recarsi al Cimitero di Sassi dove in una costruzione diroccata avrebbe trovato una busta rossa contenente una foto che dimostrava che Marco era ancora vivo. Insieme alla foto una lettera anonima. Da quel momento, con una prova in mano, la situazione si sblocca.
Molti altri eventi imprevisti si sommano. Nel giro di alcuni mesi, il 2 agosto 1988 Marco è libero.
Molti possono non condividere l'impostazione o alcuni dei concetti espressi in questa Lettera Aperta ai rapitori di Marco Fiora, ma si invita il Lettore a ricordare che la Lettera, e il sacrificio di restare quaranta giorni con gli occhi bendati, avevano uno scopo solo: fare in modo che Marco fosse liberato. Giudicatela con questa ottica.



LETTERA APERTA AI RAPITORI DI MARCO FIORA

È con gli occhi bendati che mi rivolgo a voi fin da queste prime due righe con difficoltà.
“Cari”? o “Gentili signori”?
È così che di solito inizia una lettera.
Ma voi siete rapitori di un bambino.
Questo appello è pubblico. Sarà letto da migliaia di persone che guardano e giudicano e stanno a sentire e che probabilmente nutrono verso di voi un odio profondo.
”Cari sequestratori”?
In un esordio così vi si sarebbe potuto vedere simpatia col rischio per me di perdere la stima conquistata sinora e la considerazione di molti. Ma le cose che mi accingo a dire non so se mi salveranno da questo rischio che intendo però affrontare con chiarezza onestamente e ostinatamente scrivendo.
A dire il vero non ho certezze.
Non so neppure se questo scritto vi perverrà. Non so se saranno davvero migliaia le persone ad ascoltare, né se la stampa parlerà del mio gesto, se pubblicherà questa lettera intera o solo uno stralcio, se riferirà il mio pensiero e in che modo. In fondo è un appello insolito: muovo una accusa allo Stato.
Lo Stato, voi lo sapete, ha mezzi potenti ed è inafferrabile. Come il fisco. Devo soldi al fisco. È da anni che dò soldi al fisco privando me stesso e la mia famiglia.
Ritengo che il fisco possa aspettare qualche giorno. Ora ritengo più utile e più onesto spendere quel po’ di danaro che possiedo in questo appello in questo discorso con voi. Sono un uomo libero.
Intendo esprimere le mie ricchezze interiori.
Certo c’è un rischio: può darsi che qualche zelante funzionario dello Stato mi prenda di mira per questa mia scelta decidendo di sottopormi a torture psicologiche andirivieni burocratici e tenaglie per piegarmi.
Di fronte a un possibile silenzio dei mezzi di informazione diffonderò questo scritto a spese mie, come posso, con l’aiuto di chi vorrà aiutare.
Sono un semplice giornalaio che lavora sedici ore al giorno. Quale titolo posso accampare per sentirmi autorizzato a rivolgermi a voi, a parlarvi, a indirizzarvi un appello?
Non sono né sindaco né vescovo né celentano.
Il bambino che tenete prigioniero era un mio piccolo amico, tutto qui. Veniva in edicola a comprare una figurina o un giornalino. In tasca poche lire lo facevano sentire importante. Assumeva atteggiamenti da grande e faceva domande. Poi arrossiva quando gli dicevo che i suoi soldi non bastavano per acquistare quella cassetta di fiabe che aveva adocchiato. Fuggiva via allora quasi come un pianto.
Persone più qualificate di me dunque, e più altolocate, vi hanno rivolto appelli sognando il rilascio di Marco per Natale.
Mi sono chiesto per quale motivo avreste dovuto essere buoni per Natale. Ecco, ora, fra i vostri ricordi, state cercando un nome, un volto, una persona, qualcuno che sia stato buono con voi qualche volta.
Sindaco e Vescovo sono figure d’autorità.
Rappresentano lo Stato, la Chiesa, le Istituzioni.
Un semplice giornalaio che rappresenta sé stesso e i suoi pensieri non deve salvaguardare l’immagine di uno Stato buono, anzi questo Stato che opprime con tasse enormi e disservizi e succhia il sangue le forze la salute e a volte la speranza io lo contesto apertamente a testa alta in continuazione.
Chi persegue crede propugna o difende l’idea della “punizione” credo che in sostanza egli persegua, creda, difenda e propugni il disimpegno. I nostri codici sono prontuari di pene da attribuire: una autentica e ufficiale attestazione di disimpegno.
”Punire chi compie un delitto? Oppure “creare le condizioni affinché quel delitto non si compia”?
La prima via è comoda, semplice, non c’è chi non se ne avveda.
Ben altro sforzo richiedono la giustizia e la ricerca di soluzioni.
In aule strette di tribunali come catene di montaggio avvocati pagati indossano e disindossano toghe come nulla fosse un crocefisso alla parete e una lapide al piede la legge è uguale per tutti.
Coloro che commettono reati hanno un’attenuante: lo Stato ingiusto, l’Istituzione lontana, la casa, l’affitto, il pane, il vestito bucato, la fatica, il lavoro, i giochi perduti e l’infanzia che è volata.
L’adulto l’uomo la madre l’amore negato.
Ho patito ingiustizie e vessazioni lo stato senza fine una muraglia quando sono nato non ho firmato contratti con lui né scritti né parlati eppure da anni lo stato mina la salute offende e ignora.
La sensibilità le scelte la coscienza sono mio diritto.
Combatto lo stato senza violenza.
Non ho particolari talenti per riuscire in questo, né fortuna se non quella di opporre alla sua ottusità la chiarezza morale, alla sua durezza l’umiltà, alla sua arroganza lo sguardo a cui oggi rinuncio.
Anche voi rapitori ne sono certo avete avuto sogni e aspirazioni. Forse, da ragazzi, amavate la meccanica e il legno. Forse i boschi ed il mare. Forse non vi sarebbe dispiaciuto lavorare in un’officina tra motori e disegni o chissà tra barche e pescatori. Forse vi interrogavate sul sole e sulle stelle che sono così tante. Il rubinetto, sentite? gocciola alle vostre spalle quel tic-tac di sveglia quell’orologio sul muro. Sembrano rumori monotoni e invece sono silenzi riflessi e specchi d’acqua.
Chissà quante volte avete reagito a testa alta alle offese.
Chissà quante volte avete chinato il capo.
Oggi tenete prigioniero Marco.
Nessuno può sapere quanto questa terribile esperienza segnerà la sua piccola vita di bambino e il suo futuro.
Come rapitori e carcerieri, lo sapete bene, siete odiati da tutti.
La gente vi lincerebbe se potesse vi metterebbe al muro. Eppure tutti coloro che questo vorrebbero, tutti coloro che sono in pena per Marco innocente e indifeso, tutti coloro che lo vorrebbero veder tornare a casa, che manifestano compassione angoscia interessamento o paura, ebbene, tutti costoro nutrirebbero lo stesso odio per Marco se egli, diventato adulto, dovesse per disavventura prendere una brutta strada e diventare malvagio. La gente avrebbe tutta gli occhi bendati. Più non vedrebbe ciò che Marco oggi ha passato.
Punire è la via più semplice. È un disimpegno affermato il solo pensarlo. La dura esperienza di rapito come un cancello un colpo di spugna sparito.
Anche voi rapitori avete cose da raccontare e forse anche accuse da fare. Ma quale strumento, quale occasione per dire?
Prendere la parola in un’assemblea, parlare pubblicamente credo sia per voi impresa dura. Sostenere un pensiero.
Forse un terrore vi assaliva da ragazzi e tutt’ora vi assale.
La parola negata.
La timidezza e la vergogna provata vi procuravano un rossore più grande del rischio che come rapitori affrontate.
Una occasione per dire, dunque!
Vi propongo un baratto di cui molti rideranno pensando a me come a un povero ingenuo e a voi come gente ottusa e incapace di capire.
Sono disposto ad affrontare questo clamore di risate alle spalle.
Sostengo quanto segue: lo Stato con le sue inadempienze, la sua ottusità, la sua arroganza (che qualcuno smentisca) è causa anch’egli del vostro esservi ridotti a tanto.
Non dico nulla di nuovo, lo so.
Ma se è così, se condividete questo pensiero, se anche voi credete giusta quest’asserzione, se questo è ciò che anche voi vorreste dire, ebbene: liberate Marco! Il vostro gesto avallerà il mio enunciato.
Avrete detto senza aver parlato.
È poca cosa lo so, sono un semplice giornalaio inchiodato fra queste quattro mura sedici ore al giorno resterò bendato sino a che...
Avrei voluto dire “sino a che non avrete liberato Marco”.
Potrebbero passare mesi. Non credo di poter resistere tanto. Devo pur continuare a lavorare. Devo pur continuare a produrre un piccolo reddito tassabile che il fisco mi sottrae. Il fisco, sapete, non riesce a capire che mi opprime mi offende non mi lascia respirare.
Ascoltate il mio appello, accettate il mio baratto. Mi impegnerò quaranta giorni bendato eviterò di guardarvi negli occhi per non influenzarvi. Sarete voi a scegliere e decidere.
C’è un grande rispetto in tutto questo.
Bendato risparmierò il mio sguardo allo Stato, alle Istituzioni, a tutti coloro che lo Stato e le Istituzioni malamente rappresentano e giocano a derubare gli uomini.
Potrei troppo ferirli nel cuore a guardarli.
C’è un grande rispetto in tutto questo.
Mi sottopongo al disagio alla privazione quaranta giorni per riscattare il mio disimpegno passato quell’essermi per troppo tempo dimenticato di difendere la dignità ad ogni costo con determinazione e valore.
Ecco, ora, con gli occhi bendati, sento più intenso l’odore della Sicilia la terra dove sono nato il vulcano l’isola il mare ed il prato.
Ancora una cosa: non so quale sarà la vostra sorte di rapitori. Qualunque essa sia avrei ancora una preghiera: scrivete una lettera a Marco. Se me lo chiederete, se sarà possibile, io stesso vi aiuterò in questo. Una lettera che Marco possa rileggere tante volte mentre diventa grande con gli anni. Una lettera che possa aiutarlo a capire. Che possa aiutarlo ad essere un uomo libero malgrado.

Pietro Tartamella



Maurizio Costanzo apprende dai giornali che un edicolante a Torino sta facendo uno sciopero della vista per la liberazione di Marco Fiora. Lo rintraccia e lo invita al suo Show dandogli grande risalto. Tartamella resterà per tutto il tempo della trasmissione senza parlare e con gli occhi bendati, indossando un poncho e un bastone. Una presenza che farà molta impressione.
È ospite poco dopo di Donatella Raffai nella trasmissione "Un posto pubblico nel verde" chiamato a raccontare la sua azione per la liberazione di Marco Fiora.

Un'altra protesta di Tartamella è il pagamento di una tassa all'Esattoria Comunale con 20.000 monete da cento lire stipate in trecento scatole di tabacco per pipa con il messaggio: "Il Fisco manda in fumo il nostro reddito!"
L'ingiustizia subita da parte del Fisco è così assurda che Tartamella metterà a disagio il "potere ottuso" di fronte all'opinione pubblica nazionale con la sua battaglia non violenta. Preferirà farsi pignorare i mobili dell'edicola pur di sostenere fino in fondo il suo principio e le sue ragioni. Resterà a lavorare per due mesi con le riviste appese nel suo negozio di Via Vanchiglia su fili di ferro e spago con mollette e chiodi e cassette di frutta, spogliato di mobili, espositori e scaffali dall'Ufficiale Giudiziario.
Con un'altra protesta Tartamella metterà in ridicolo il sindacato per denunciarne la latitanza: farà pervenire alla segreteria provinciale del SINAGI CGIL centoventidue panini imbottiti di salame.
Sempre con l'ARISC organizza la protesta a favore dell'egiziano Azer Kamal che per quindici giorni laverà piatti davanti alla sua edicola in Via Vanchiglia scimmiottando la burocrazia italiana che sballotta da una bacinella all’altra i malcapitati cittadini.
Poi è la volta della protesta a favore di Francesco Picciotto, un anziano malato di cuore con protesi meccanica.
Organizzano una simbolica impiccagione in via Roma, nel pieno centro di Torino, per denunciare il sistema sanitario.
Le altre proteste ormai non si contano più.
Avrà un contatto con Alberto Bertuzzi il difensore civico veneziano che tante battaglie aveva già fatto per l'affermazione dei diritti e della Costituzione. Conosce Alberto L'Abate e la sua "Casa per la Pace" di San Gimignano e legge i suoi libri sulla non violenza. Legge Gandhi e gli scritti del movimento non violento assimilando importanti concetti e mettendoli in pratica nelle sue proteste.

Nell'estate dell'89 si imbatte nel Circo Bidone, il piccolo circo francese a conduzione famigliare che ancora viaggia con carrozzoni trainati da cavalli. Rimane con loro tutto il mese di agosto lavando piatti, montando e smontando le gradinate e poi entrando in pista come piccolo clown. L'anno successivo è con il Circo Hulon. Con Jacques e Sophie e il piccolo Antoine inizia una fruttuosa collaborazione. In mezzo ai numeri di equilibrismo, mangiafuoco, illusionismo, clown e magia, Tartamella si inserisce con la declamazione di versi dando vita ad un interessante esperimento e connubio. Insieme portano lo spettacolo e la poesia in giro per le piazze d'Italia.

Nel maggio del '90 è ospite del Salone del Libro di Torino in un modo e in uno spazio all'aperto il meno ufficiale possibile (diciamo pure abusivo) e legge poesie di Cecco Angiolieri, Dante, Neruda, Kavafis, Spatola, Baudelaire, Whitman, Hernandez, Omar Kayyam e naturalmente Tartamella, accompagnandosi qui e là con un'armonica a bocca. All'interno del Salone, in un apposito stand, per la casa editrice Ibiskos legge, con l'autore Giovannantonio Macchiarola, il volumetto "Icareide".

Nel 1991 lo sfratto. Tartamella è costretto a cercarsi un'altra casa. Ne approfitta per realizzare un vecchio sogno: andare ad abitare in campagna. Con la famiglia (e qualche sbuffo delle figlie ancora adolescenti che sentono un poco minacciate le loro relazioni con la città) si trasferisce a 25 chilometri da Torino, a Riva presso Chieri, in aperta campagna. Ci vorranno due anni prima di vedere ristrutturato in Borgata Madonna della Rovere quello che un tempo era stato un vecchio convento di frati. Sono di nuovo debiti, traslochi, salti mortali, mal di pancia, traversie e peripezie, operai, avvocati.
Dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez prende in prestito il nome per la sua nuova casa che chiama "Cascina Macondo".
Su suggerimento di Anna inventa i "Racconti d'Inverno", serate particolarissime, due volte al mese, per tutto l'inverno, a numero chiuso e ad invito, durante le quali vecchi e nuovi amici si incontrano intorno al fuoco per sentire raccontare delle storie e fare musica insieme. Le serate hanno un successo incredibile. L’atmosfera è magica, d’altri tempi. Gli amici, e gli amici degli amici, vengono anche da molto lontano, da ogni regione affrontando la nebbia per passare una serata ascoltando le storie narrate da Tartamella intorno al fuoco del camino.
Anna, che nel frattempo ha lasciato il suo lavoro di insegnante, apre a Cascina Macondo un laboratorio di ceramica e finalmente realizza il suo antico sogno di lavorare la creta in campagna. Questi duri anni di ristrettezze economiche e di incredibili difficoltà spingono Tartamella ad abbandonare tutti i suoi impegni politici: la carica di Consigliere di Circoscrizione, quella di Presidente dell'Associazione Commercianti di via Vanchiglia, quella di dirigente sindacale. Il tempo recuperato lo dedica ad arrotondare lo stipendio. Deve far fronte ai debiti e sopravvivere. Ma anche perché dopo l'esperienza nelle istituzioni si rende conto di vivere un ruolo contraddittorio. L'Istituzione è così assurda e così nemica del singolo e così vessatoria che non vuole appoggiarne la filosofia restando tra le sue fila. Preferisce restarne al di fuori e seguire il suo spirito anarchico e indipendente.

Nel '93 Tartamella fonda con Anna Maria Verrastro, i Bluesjeans, Marcella Pischedda e Franca Borio, l'associazione culturale "Cascina Macondo - musicarteatrocultureassociate" che si occupa di spettacoli di strada, ceramica, poesia, musica, scrittura creativa, dizione, teatro. Il marchio dell'associazione, realizzato dal grafico Roberto Martinez dello studio Ventus, è un antico veliero che naviga in un mare di foglie con vele che sono anch’esse foglie.

"Vi risponde il numero novantaquattro sessantotto trecentonovantasette di Cascina Macondo Anna Maria Verrastro e Pietro Tartamella. Lasciate pure un messaggio dopo il bip, sarete richiamati il più presto possibile".
Questa è la voce che sentite dalla segreteria telefonica di Cascina Macondo. Tutto un romanzo. Un ampio cortile. L'ombra di un grande rovere. Un camino intorno al quale d'inverno ancora si raccontano storie. Un laboratorio di ceramica e terre cotte. L'incanto del Raku. La musica. Partire e poi tornare a riva. Artisti accomunati da un grande amore per la strada. Portatori di festa colori fantasia spettacolo. Talento apprezzato da coloro che hanno visto e sentito davvero. Una cultura della strada. Incontri insoliti improvvise emozioni. Un po' di sogno tra le pietre Cascina Macondo. Vi abitano Anna Maria Verrastro e Pietro Tartamella. Borgata Madonna della Rovere, a metà strada tra Riva di Chieri e Poirino. Un campanile. Campagne intorno coltivate a granturco ed erbe e terre argillose.

"La riscoperta della manualità - dice Anna Maria Verrastro presidente dell'Associazione culturale Cascina Macondo - utilizzando un materiale vivo come l'argilla, può dare grandi soddisfazioni emotive se si riesce ad entrare in contatto con la materia. Per alcuni è una grande scoperta altri potrebbero invece rendersi conto che l'argilla non è materia adatta a soddisfare i propri bisogni espressivi. Nulla però è definitivo. Poi ci sono quelli che già hanno avuto un feeling con la creta, forse in passato, ma lo hanno lasciato cadere perduti tra le mille faccende quotidiane. Ci sono poi coloro che tengono ben stretta in pugno la scoperta e continuano. In ogni caso l'esperienza di dare forma a una massa grigia o bianca, progettare, realizzare un oggetto utile o di abbellimento o con intento artistico, il rifinirlo con le proprie mani, il cuocerlo, è senza dubbio una esperienza. Sentirsi un tuttuno con la terra rossa.
È come fare un tuffo nella preistoria"
.
Un laboratorio di ceramiche dunque, condotto da Anna Maria Verrastro esperta di pedagogia e manipolatrice di argilla. Bambini, scolaresche, adulti che vanno a Macondo per fare un tuffo nella preistoria. O nel Raku, altra magia di Cascina Macondo. Il Raku è un'antica tecnica di cottura dell'argilla nata in Giappone nel XVI secolo. Vuol dire "gioire il giorno". Estraendo con pinze di ferro i manufatti ancora incandescenti e sottoponendoli a un repentino raffreddamento si ottengono effetti particolarissimi. Gli smalti e i tipi di argilla adoperati producono sfumature così diverse che ogni pezzo può dirsi praticamente "unico". Un crogiuolo di terra aria acqua fuoco. Gioire il giorno.
Dalla preistoria alla scrittura.
Potreste incontrare infatti un tavolino, una macchina per scrivere, una luce acetilene quando è buio. Un po' di musica. E tanti fogli colorati. Poesie scritte al momento in strade piazze mercati fiere. Forma elementare di spettacolo. Suggestiva però. Suggestiva. Pietro Tartamella che scrive poesie personalizzate a richiesta così su due piedi e quattro dita battute sui tasti a ritmo di blues. Argomenti che è il pubblico a proporre. Il ricordo di un incontro. Pietro Tartamella curioso personaggio lunghi capelli e lunga barba vice presidente di Cascina Macondo musicarteatro. Da anni lettore appassionato scrive con la voce. Un laboratorio di lettura creativa e uno di scrittura. Tecniche accorgimenti esercizi pratica respirazione voce a volte faticosi persino di più osservando compagni attentamente cogliere il suono che in ciascuno persiste. Lottare il censore controllo freno inibitorio paure rossori sconfiggere giunti là dove le energie sono profonde nel cuore. Un nido perduto quel dono. La voce. Il proprio stile scoprire. La ricchezza dormiente laboratorio condurre sulla strada partecipi di un bagaglio esperienze di lettore non impostazione a memoria prefabbricati tutti ed eguali. Necessarie tecniche sciogliere e nozioni e trucchi appesi. Giungere a una voce avvincente tanto da poter rendere magico un ascolto. Una lettura poter dire un giorno hanno voci che feriscono come fulmini capaci di trapassarti il cuore da parte a parte lasciando intatto il vestito. Poterlo dire un giorno gioire.
A Riva di Chieri, nei dintorni e ovunque... se verranno i danzatori, i poeti, i cantanti, i suonatori di flauto, le manipolatrici di argilla, comprate pure i loro doni, perchè anch'essi raccolgono incensi e frutta e recano all'anima vostra cibo e ornamento, quantunque lo facciano in sogno.
Tartamella continua a vivere del suo lavoro di giornalaio, insegna dizione, scrittura creativa e quando può, d'estate o nelle domeniche libere d'inverno, fugge verso la sua grande, antica passione: la strada. Da solo o con il circo, con i suoi strumenti, il microfono, il leggìo, la sua voce, il poncho rosso, il mantello, il bastone e il suo automezzo di secondamano recita e declama testi e poesie di vivi, di scomparsi e di poeti, girando per le strade, negli ospizi, nella case di cura, nei festival dell'Unità, nelle birrerie, nelle scuole, nei matrimoni. Oppure con un tavolino e una macchina per scrivere, nelle piazze, nelle fiere, nei mercati scrive poesie improvvisate, su richiesta dei passanti, ad offerta libera battendo i tasti a tempo di bluesIl lavoro di poeta estemporaneo e le letture pubbliche sono sempre più richieste tanto che finalmente Tartamella può lasciare la sua edicola di via Vanchiglia e dedicarsi a tempo pieno alla sua arte.

Per un breve periodo collabora alla rivista Tepee del gruppo Soconas Incomindios diretto da Naila Clerici che si occupa di solidarietà con gli indiani d’America. Incontra il poeta cheyenne Lance Henson.
Con Anna Maria Verrastro, la sua compagna, costruisce nel ‘95 un grande tepee indiano alto sei metri e insieme girano le piazze d’Italia raccontando fiabe indiane ai bambini e agli adulti. Un altro antichissimo sogno di Tartamella si realizza: egli ha finalmente una vera casa indiana che sognava da quando aveva otto anni!
In una intervista, mentre la Tenda Indiana è montata nella piazza principale di un paese emiliano, Pietro Tartamella Raccontastorie risponde alla giornalista:

“Anche i nomi sono l’inizio di un racconto.
Prima dell’arrivo dell’uomo bianco gli Indiani d’America non conoscevano l’alfabeto. Alla narrazione orale era affidato il compito di tramandare le gesta degli eroi, i riti, le preghiere, le qualità delle erbe, le abitudini degli animali, i segreti della caccia. Narrare e ascoltare erano bisogni fondamentali, funzionali alla sopravvivenza. Quasi ogni sera, intorno al fuoco del Tepee, la madre o il padre o la nonna o un amico raccontavano ai bambini una storia. La sera successiva i bambini dovevano ripeterla. La famiglia si trasformava allora nel più attento degli uditori. Ancora oggi gli indiani (bambini e adulti) sono magnifici ascoltatori e narratori di storie.
La parola che scorre dalle labbra è per loro come una magìa. Tutto può essere raccontato. E ogni cosa ha un nome. E un nome non è altro che l’inizio di una storia. Anche i nomi propri di persona, i nomi dei luoghi, dei fiumi, delle montagne, sono sempre e comunque per gli indiani l’inizio di un racconto...
Anche il tempo ha un nome. I bianchi lo chiamano 1842, 1864, 1876. Gli indiani dicono invece: “L’anno-della-caduta-delle-stelle” (potrebbe essere il 1842, anno in cui gli indiani videro cadere nelle praterie molte meteoriti); oppure: “L’anno-in-cui-donne-e-bambini-furono-tagliati” ( potrebbe essere il 1864, massacro di Sand Creek); oppure: ”L’anno-dei-molti-soldati-uccisi-sulla-collina” (potrebbe essere il 1876, battaglia sul Little Big Horn dove Custer fu annientato col suo 7° Cavalleggeri).


I Nativi Americani elaborarono una cultura che ha consentito loro di vivere in perfetta armonia con la natura e l’ambiente. Profondamente religiosi rispettavano Wakan Tanka, il Grande Spirito Misterioso, che ritenevano abitasse in tutte le cose: nell’albero, nel filo d’erba, nel sasso, nel fiume, nella farfalla, nel bisonte. Alce Nero ogni qualvolta si accingeva a fumare la sua pipa sussurrava questa preghiera:

“Poiché l’uomo nessuna cosa buona può compiere da solo, farò un’offerta. Manderò una voce allo Spirito del Mondo, perché mi aiuti ad essere veritiero.
Hey, Hey, Hey, Hey, Hey,Hey.
Sono un parente. Dammi, o Grande Spirito,
la forza di camminare sulla morbida terra
come parente di tutto ciò che esiste”.

Questi erano gli indiani. Uomini liberi, fieri, generosi, che non conoscevano la scrittura, non conoscevano la ruota, non conoscevano il vaiolo, la peste, la tubercolosi, l’alcol.
I bianchi li chiamavano “selvaggi”. E per sottometterli e rubare loro la terra usarono i sistemi più ignominiosi. Uccisero milioni di bisonti per distruggere la loro economia e prenderli per fame. Sterminarono interi villaggi di uomini donne e bambini compiendo un vero genocidio. Portarono in dono a quei selvaggi coperte fazzoletti e vesti provenienti dai vari lebbrosari sparsi sulla Frontiera per diffondere epidemie che li falciassero come fieno.
L’uomo bianco!
L’uomo bianco che conosce la scrittura e usa un numero per chiamare gli inverni che non ritornano e il tempo che scorre sul mondo.

Pietro Tartamella
(Ah-Che-Waga-Chun = Colui-che-salì-sull’albero )


Nel ‘96 i Bluesjeans e Marcella Pischedda si staccano da Cascina Macondo per fondare una loro associazione che si occupa solo di musica.
Tartamella e Anna Maria Verrastro continuano le loro ricerche sulla ceramica, la cottura Raku, la poesia, la scrittura, la lettura creativa ad alta voce.
Da sempre Pietro Tartamella è un artista di strada.
Ma egli ama dire che tutto ciò che fa nella strada: il raccontastorie dentro il tepee indiano, il poeta amanuense che in abito medievale scrive poesie personalizzate su pergamena, il poeta estemporaneo che batte i tasti della macchina da scrivere a tempo di blues, il ricamatore, il lettore di versi, insomma qualsiasi cosa egli faccia è in realtà un “pretesto”.
Ciò che egli ama veramente è la strada.
Un desiderio? Sì, fare una grande festa di poesia con una rimpatriata internazionale dei poeti de La Tenda.

 

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