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TRECCIOLINE SULLE SPALLE
E IN MANO UN GIORNALETTO

di Pietro Tartamella

 

Insegnare oggi significa ancora,
il più delle volte,
derubare gli allievi della loro gioia
di scoprire il mondo  da soli

Pietro Tartamella

 

 

Avevamo appena finito di arrotolare il grande telo di lino bianco.
Sollevato a quattro mani,  io di qua, Anna di là,  uno… due… eeeeettre via dentro il furgone stipato a forza per fargli occupare meno spazio. Continuavamo a schiacciarlo con tutto il peso del corpo come si fa con una coperta inzuppata che spingi a tutto peso morto sul fondo della vasca da bagno per strizzarla sino all’ultima goccia. 
Anche questa volta le nuvole estive, foriere di fulmini e pioggia, si erano spostate più in là.  Saremmo tornati a casa asciutti.
Sull’asfalto i resti della festa. Bottiglie vuote di birra, gelati caduti al centro di grandi e contorte macchie a forma di splash. Bicchieri di plastica.
Dai cestini tracimavano mille rifiuti di piccolo taglio. Lattine vuote accartocciate, carte oleate unte di pizza al taglio e farinata, stelle filanti, coriandoli estivi abbandonati. Tardo pomeriggio.
Un buccia gialla di banana per terra nel centro della piazza. 
Piazza di un paesino toscano. Anni fa.
Una squadra di spazzini comunali con scope di saggina e veicolo sbuffante aveva cominciato dal fondo della piazza a rastrellare ogni immondizia.    Un camion-cisterna avanzava lentamente. Spruzzava, bagnava, disinfettava.  Gruppi di bambini scorazzavano ancora.
Anna andò verso il centro della piazza. Raccolse la buccia di banana.
Mi aveva preceduto. I bambini, correndo, avevano più volte sfiorato quella buccia… Anna aveva intuito che poteva essere un pericolo per loro. Andò a raccogliere la buccia e la gettò in un bidone.  Mentre la raccoglieva mi chiedevo come mai quella buccia di banana fosse finita proprio nel centro della piazza.
Forse era stata gettata via da un bambino che aveva fatto merenda.
Forse un bambino correndo l’aveva estratta con rabbia da un cestino  e l’aveva lanciata come una pietra a un compagno che aveva fatto un dispetto.

           L’intelaiatura dei lunghi pali di bambù, ancora legati e svettanti verso il cielo di un colore azzurro rasserenato, era l’unico segno rimasto  della grande festa che aveva echeggiato nelle strade con frotte di bambini. Malgrado il temporale incerto avesse sovrastato le nostre teste per tutto il pomeriggio, la gente era rimasta sino alla fine. Le bancarelle e gli stands ora erano tutti spariti.
Il Tepee Indiano, senza più il telo bianco che lo ricopriva, mostrava la sua nudità nella sera. Ossatura e scheletro trasparenti. Nudi pali di legno.
Spazi vuoti in mezzo. Fu proprio in quel momento.
Mentre mi accingevo a sciogliere i pali girandovi intorno con la corda tesa, si fece avanti una bambina di circa dieci anni che teneva in mano una delle nostre palline di argilla. Era dunque stata, nel pomeriggio, dentro la Tenda Indiana ad ascoltare una delle mie storie.
“Ciao – disse con un bellissimo sorriso - Luisa, questa mia cara amica…” e allungò il dito a presentarmi la sua amichetta  che intanto le si era messa a fianco. Stessa età. Treccioline sulle spalle. Teneva nella mano destra un giornalino di Barbie chiuso. L’indice della mano in mezzo alle pagine a tenere il segno. 
“Questo è Pietro, di cui ti ho parlato” continuò la bambina rivolgendosi all’amica. Dal tono un certo orgoglio.
Anna aveva rallentato il suo lavoro. Il suo sguardo si era posato su di noi incuriosito.
“Ti ho portato questa mia amica, Luisa, perché vuole sentire una storia,    e vorrebbe anche lei una pallina di argilla come questa che hai dato a me. Ci tiene davvero tanto!”
Era disarmante la loro ingenuità. Disarmante la loro bellezza che spumeggiava dagli occhi, dalle treccioline, dalla loro statura minuta, perfino dal giornalino di Barbie.
Ancora una mezzoretta e avremmo finito di caricare tutto sul furgone.        Il telo già smontato. Del nostro passaggio con la Tenda Indiana in questo paesino della Toscana, fra poco, non sarebbe rimasta alcuna traccia.  Come pensavano di poter ascoltare una storia?
Continuavo a girare intorno ai pali del tepee con la corda in mano. A dire il vero con un passo più veloce. Così capivano che avevamo fretta e non potevamo fermarci a chiacchierare troppo a lungo.
“Beh, se non è possibile ascoltare la storia, almeno la pallina! Luisa è la mia più cara amica, ci tiene davvero tanto. Le avrei regalato la mia pallina, ma questa…(guardando il palmo della sua mano) è la mia pallina acchiappastorie…”  e faceva smorfie dispiaciutissime con i suoi occhietti vivaci e le sue labbra mimiche e infantili.
Osò dire implorante: “fallo per me, ti prego!”.

Luisa, un po’ imbarazzata per essere testimone di quell’accorato intercedere della sua amica, aveva cominciato a sfogliare pigramente il giornalino di Barbie.
Ogni tanto sollevava finta di niente lo sguardo di sottecchi verso di me.
Ero molto dispiaciuto. Anna aveva già messo via le palline di terracotta,     i copricapi di cartoncino, le piume, i colori per il viso, gli addobbi. Tutto accatastato nel furgone. Troppo lavoro per andare a scovare una pallina acchiappastorie finita in fondo a tutto.
“Mi dispiace, davvero! Sarà per un’altra volta…” dissi, davvero dispiaciuto, di fronte a quella innocenza e a quel candido desiderio.
“Un’altra volta quando?”  domandarono pronte e illuminandosi in viso.
“Beh…non lo so… forse… l’anno prossimo, magari qui, in questa stessa piazza…”
La bambina che teneva gelosamente in mano la sua pallina di argilla disse raggiante a Luisa treccioline sua amichetta del cuore: “Hai visto che te la dà! Basta che tu vieni qui l’anno prossimo e loro te la danno!” .
Mi guardò negli occhi per accertarsene:  “Vero che gliela date?”.
Le rassicurai. 
“Va bene, allora veniamo l’anno prossimo a prendere la pallina, grazie Pietro”.
Mai vidi bambine allontanarsi per mano così felici e sorridenti.
Anna ed io commossi. Parlammo a lungo di quell’incontro.
Appariva chiaro che per i bambini il futuro era un’entità di difficilissima percezione. Un anno uguale a un giorno, già domani! Per loro l’unica cosa importante e concreta era il presente, il loro desiderio di oggi.

          Una immagine persistente ingombrava a tutto tondo la mia testa mentre continuavo a smontare i pali del tepee. Non riuscivo a dimenticare il giornalino di Barbie che quella bambina, Luisa, teneva in mano, e i suoi piccoli gesti nell’atto di sfogliarlo.
Non c’era ragione perché un simile dettaglio dovesse permanere così a lungo nella mia memoria. Perché persisteva? Che cosa avevo notato inconsapevolmente? Compresi in fine.
La bambina sfogliava le pagine al contrario. Leggeva, o faceva finta di leggere, sfogliando le pagine dal fondo. Andava a ritroso insomma.
Fu allora che ricordai di come io stesso, bambino, leggevo i giornaletti. Nembo Kid, Tex, Capitan Miky, l’Intrepido, l’Albo dell’Intrepido, Diabolik… tutti i giornaletti guardando le figure sempre e immancabilmente cominciando a sfogliare dal fondo. Anche le mie figlie, lo avevo notato, da piccole sfogliavano allo stesso modo i libri che mettevo nelle loro mani. Lo fanno milioni di bambini.
Mio fratello maggiore mi rimproverava. Sei uno stupido – diceva – se non hai ancora capito che i libri e i giornaletti si leggono dall’inizio.
Mi infastidiva il suo rimprovero. Quando mio fratello mi diceva queste cose, anche se era bonario e sorridente, mi era davvero antipatico. Io provavo troppo gusto a leggere i giornalini al contrario.
Continuai a farlo di nascosto. Per anni. Finché non mi resi conto che piano piano i giudizi di “stupido” e “cretino” che mio fratello mi affibbiava mi avevano condizionato. E cominciai un giorno a leggere normalmente, come fanno i grandi, dall’inizio.
          Quelle bambine, in quella piazza di quel paese toscano, la festa finita, si allontanavano avvolte dall’imbrunire, pensando felici a una pallina di argilla che sarebbero tornate a prendere l’anno prossimo.
Treccioline sulle spalle. In mano un giornaletto di Barby.
Teneramente le seguivo con gli occhi. Si allontanavano.
Ormai avevano imboccato la via principale che le portava lontano. Sembravano, uscendo dalla piazza, acque chiare di fiume.
Sarebbero giunte al mare un giorno.
Ed ecco affiorare una ridda vorticosa di altri ricordi.
Un altro grande piacere provavo da bambino. Continuai a provarlo fin quando fui ragazzo. Un piacere del tutto simile a quello di sfogliare i giornalini al contrario. Il cinema!  Il cinema Ideal, a Ventimiglia. Tutte le domeniche. Era l’unico passatempo che nostro padre ci concedeva. Ogni domenica ci metteva in mano i soldi contati per pagarci il biglietto alla cassa. Per tutta l’infanzia, ogni domenica, puntualmente ogni domenica, sono andato al cinema. Prima con i miei fratelli e le mie sorelle, poi da solo. La domenica finivamo molto tardi di pranzare. Tutta la famiglia, come voleva mio padre, doveva essere per l’ora del pranzo riunita intorno al tavolo. Chi trasgrediva udiva la sua collera. Abitavamo a Ventimiglia Alta, in Piazza Rocchetta.  Quando il sospirato momento giungeva, partivo con il mio sacchetto della merenda pane e mortadella e via di corsa tutta la discesa sino a Ventimiglia Bassa sino al ponte sul fiume Roya sino al cinema Ideal.
Ed eccomi entrato nella sala, tra il fumo delle sigarette, i colpi di tosse, il fascio di luce del proiettore che in alto attraversava la sala come una magica via lattea, gli attori sullo schermo, le loro voci che sembravano uscire dalla luce, le musiche di suspance, i colpi di spada dei Moschettieri, il vento delle tempeste che ritardavano il viaggio a Itaca di Ulisse maledetto dal mare.
Il tempo di trovare, al buio, un posto tra le file di sedie di legno, ed ecco che da lì a pochi minuti si sarebbero accese le luci in sala.
Ero puntualissimo come un orologio a taschino. Arrivavo sempre a pochi minuti dalla fine del primo tempo!
Tutti i film che ho visto nella mia infanzia li ho visti tutti, ma proprio tutti, a cominciare dal secondo tempo! Il piacere che provavo, in tutto simile a quello di sfogliare i giornaletti al contrario, derivava proprio dal vedere i film già iniziati da un pezzo! Ero attentissimo alla storia, concentrato come un barattolo di pomodoro. Facevo ipotesi. Il film già iniziato mi dava informazioni spezzate. Ciò che stavo vedendo era la conseguenza di fatti e azioni che erano accadute prima, nel primo tempo del film.
Alla fine del film mi ero fatto una serie di congetture e ipotesi sulle cose che erano accadute prima.
E ora arrivava il bello: il film iniziava daccapo! E io a verificare se le mie congetture erano esatte, se avevo pensato bene, se avevo indovinato. Questo era il piacere sottile: verificare l’esatta corrispondenza tra gli eventi che avevo supposto, e quelli cui assistevo ora guardando il primo tempo del film. Mi congratulavo silenziosamente con me stesso per essermi avvicinato moltissimo alla verità, per averla indovinata, per averla a volte azzeccata con la precisione di un barattolo di latta abbattuto al luna park. Riguardavo tutto il film, sino alla fine, sino all’ultima nota della colonna sonora, sino all’ultimo nome di attore, sino all’ultimo nome delle comparse, delle partecipazioni straordinarie, dei parrucchieri, dei sarti. Tutto l’elenco che durava a volte minuti.
Oggi non si leggono più i titoli di coda, né si ascolta più la colonna sonora alla fine di un film. Sei già in piedi, pronto ad uscire dalla sala. In televisione non li mettono nemmeno più. Quando qualche volta lo fanno sono interrotti dal programma successivo che incalza la colonna sonora tagliata a metà. Senza contare le interruzioni della pubblicità, così frequenti da toglierti la magia, il piacere dell’immaginazione, l’atmosfera,   la partecipazione emotiva.
Ogni film io lo digerivo, lo metabolizzavo sino in fondo. Lo riguardavo una seconda volta, e a volte di più. Come le favole. Avevo la mia merenda con me. Dovevo solo essere puntuale all’ora di cena di fronte al mio piatto di pastasciutta o di minestra. Mio padre a capotavola.

         Da grande un bel giorno mi imbattei in un libercolo: “Gli Aforismi di Sherlock Holmes”. Una serie di pensieri, osservazioni, riflessioni che Arthur Conan Doyle, inventore del più celebre detective di tutti i tempi, aveva messo in bocca, nei suoi libri, al suo fortunatissimo personaggio. Eccone una:

“Ogni cosa che sia fuori del comune, di solito costituisce una guida e non un ostacolo. Per risolvere un problema di questo genere, la cosa essenziale è saper ragionare a ritroso. È una capacità molto utile, e molto facile, ma pochi se ne servono. Nei problemi quotidiani della vita è più utile ragionare guardando avanti, e così l'altro sistema viene trascurato. Per una persona capace di ragionare analiticamente (a ritroso) ve ne sono cinquanta che sanno ragionare sinteticamente, cioè guardando in avanti.”

C’era qualcosa di familiare in quelle parole. Le riconoscevo. C’era qualcosa che mi apparteneva profondamente, le capivo benissimo. Non ebbi più dubbi quando, procedendo nella lettura degli aforismi di Sherlock Holmes, mi imbattei in un’altra riflessione che approfondiva  quelle parole:

“La maggior parte delle persone, se gli descrivete una certa successione di eventi, vi diranno quali potrebbero essere le conseguenze. Infatti, possono mettere insieme quegli eventi mentalmente e, da essi, dedurre ciò che accadrà in seguito. Esistono però altre persone, poche, che, se gli raccontate un fatto, sono in grado di ricostruire mentalmente le circostanze che lo hanno provocato. A questa capacità alludo quando parlo di ragionamento “regressivo”,  o “analitico”,    o ”a ritroso.”

La buccia di banana. Ma certo, la buccia gialla, di banana, nel centro della piazza. Anna l’aveva raccolta intuendo che un bimbo avrebbe potuto finirci sopra con la scarpa e, scivolando, avrebbe potuto farsi male. Io mi chiedevo come mai era finita proprio lì, nel centro della piazza. Un bimbo l’aveva forse raccolta da un cestino e tirata come un sasso a un compagno che aveva fatto un dispetto?  Oppure una comitiva di ragazzetti si erano messi a tirare calci come a un barattolo e giunti fin lì nel mezzo della piazza l’avevano abbandonata per inseguire un altro gioco? Non avevo avuto il tempo di osservare se la buccia era annerita o sfilacciata dalle ammaccature. Non avevo avuto il tempo di osservare altri indizi.
Mi rendevo conto che tutte le ore della mia infanzia dedicate piacevolmente alla visione dei film, in quel cinema Ideal di Ventimiglia, fumoso come una ciminiera, con le sedie di legno, alcune rotte e rumorose, altre senza viti, cadenti, sempre cominciando a vedere i film dal secondo tempo, sempre rivedendoli complice la mia merenda sino a tre volte consecutive mi avevano educato. Educato  alla riflessione, alle ipotesi, alla verifica.
In modo inconsapevole, senza essermene accorto, per puro caso, avevo fatto un lavoro straordinario con me stesso. Tutte quelle ore di esercitazioni entusiasmanti mi avevano insegnato a ragionare analiticamente. A ritroso, proprio come dice Conan Doyle. Non sapevo che esistesse così ben definita una differernza tra pensiero analitico e pensiero sintetico. Mi riconoscevo insomma nella esperienza di Sherlock Holmes o, almeno, nei suoi aforismi.
           Quando un bambino vede un film, o legge un fumetto dall’inizio, elabora ipotesi su come potrebbe proseguire la storia. Man mano che legge verificha se le sue ipotesi erano corrette. Ma allora che differenza c’è,  in questo caso, tra il ragionamento a ritroso, e quello proteso in avanti?  Sembra che non ci sia nessuna differenza. In effetti è così. Ma c’è un piccolo, piccolissimo dettaglio, difficilissimo da cogliere. Ha a che fare col tempo. Un po’ come quelle bambine che volevano una pallina di argilla. Per loro un anno era uguale a un giorno. Era lì, l’anno, dietro l’angolo.
Mi sembra di capire che la nostra coscienza ha una percezione particolare del Futuro e del Passato, a seconda se leggiamo una storia dall’inizio o dalla fine, o da metà.  Quando pensiamo alle cose future noi sappiamo che possono evolversi in diverse direzioni. Una situazione attuale può generare un tipo di conseguenza, o un altro tipo di conseguenza. Entrambe “potrebbero” accadere. Entrambe sono possibili. Le cose passate invece sono percepite dalla nostra coscienza, come ormai “già accadute!”. Sono univoche. Esse non hanno doppiezza, non hanno uguali probabilità di accadere; sono accadute e basta. Le cose passate sembrano essere ammantate di una sorta di verità più vera.
Anche indovinando un evento futuro avrò individuato una verità. Solo che quell’evento proiettato nel futuro mi lascia il sapore dell’indovino.
L’altro il sapore della storia. 
Per questo la linea didattica e pedagogica di Cascina Macondo, scaturita da anni di esperienza e di insegnamento, si esplìcita con la filosofia  illustrata in questo racconto. Proponiamo al tuo bambino, andando in contro alla sua naturale predisposizione, un appassionante lavoro che stimola contemporaneamente il ragionamento analitico e quello sintetico.  I vostri bambini, le vostre bambine con le trecce crescono piano piano. Percepiscono lo spazio di un anno come fosse un giorno. Sfogliano le loro prime letture andando istintivamente a ritroso.
Là dove un bambino mostra una tenace caparbietà nel voler leggere ad ogni costo un libro o un fumetto dall’inizio, vuol dire che forse è intervenuto lo zampino di un adulto o di un fratello maggiore ad imporgli la sua visione. Diffusa, tra gli adulti, è l’opinione che i bambini non hanno nulla da insegnarci. Forse costoro hanno dimenticato di essere stati bambini un giorno.
Voglio concludere questo mio racconto con un altro aforisma di Conan Doyele, così, come un titolo di coda… Non mi chiedo se c’entra qualcosa con quello che ho scritto fin qui.


Non sono d'accordo con coloro
che annoverano la modestia tra le virtù.
Per un uomo dotato di logica,
tutte le cose devono essere viste esattamente come sono.
Sottovalutare se stessi significa allontanarsi dalla verità
almeno quanto sopravvalutare le proprie doti

(Arthur Conan Doyle)

 

Pietro Tartamella

 

 

in memoria di Alessandro Leogrande

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CASCINA MACONDO
Centro Nazionale per la Promozione della
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Borgata Madonna della Rovere, 4 
10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
tel. 011-9468397011-9468397 - cell. 328 42 62 517328 42 62 517

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